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Il saggio. I pionieri parigini dell’etnologia

Si intitola "I ferventi", l'ultimo lavoro di Renzo Guolo che racconta la nascita di un'importante disciplina: non ci fu solo Lévi-Strauss ma anche figure straordinarie come Michel Leiris, Marcel Griaule e Deborah Lifchitz per non nominarne che alcuni
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Chi è scontento di sé diventa psicologo, chi è scontento della società diventa sociologo. E chi è scontento sia di sé che della società diventa etnologo. L’aforisma, attribuito alla celebre antropologa americana Margaret Mead, sembra fatto su misura per gli inquieti protagonisti de I ferventi, un bel libro di Renzo Guolo dedicato alla nascita dell’etnologia francese fra le due guerre. Un catalogo di anime in fermento trasportate da una delle più vorticose correnti culturali del Novecento.

Quando si parla di etnologia francese, il pensiero corre subito alla figura gigantesca di Claude Lévi-Strauss che, alla stregua di un Copernico delle scienze umane, ha trasformato l’antropologia in un dei grandi saperi del Secolo breve, in un esercizio di autocoscienza dei vizi dell’Occidente. Ma in realtà la visibilità planetaria dell’autore di Tristi tropici finisce spesso per relegare nell&r…

Chi è scontento di sé diventa psicologo, chi è scontento della società diventa sociologo. E chi è scontento sia di sé che della società diventa etnologo. L’aforisma, attribuito alla celebre antropologa americana Margaret Mead, sembra fatto su misura per gli inquieti protagonisti de I ferventi, un bel libro di Renzo Guolo dedicato alla nascita dell’etnologia francese fra le due guerre. Un catalogo di anime in fermento trasportate da una delle più vorticose correnti culturali del Novecento.

Quando si parla di etnologia francese, il pensiero corre subito alla figura gigantesca di Claude Lévi-Strauss che, alla stregua di un Copernico delle scienze umane, ha trasformato l’antropologia in un dei grandi saperi del Secolo breve, in un esercizio di autocoscienza dei vizi dell’Occidente. Ma in realtà la visibilità planetaria dell’autore di Tristi tropici finisce spesso per relegare nell’ombra una stagione artistica e sociale, politica e culturale di straordinario interesse, animata da figure straordinarie come Michel Leiris e Marcel Griaule, Denise Paulme e Deborah Lifchitz, Thérèse Rivière e Jacques Soustelle, Alfred Métraux e André Schaeffner. Che hanno contribuito a dare alle scienze umane e sociali d’Oltralpe un inconfondibile colorito, a metà fra lo scientifico e il letterario, frutto di un intenso e concitato dialogo con avanguardie come il cubismo e soprattutto il surrealismo. Da questo crogiuolo fecondissimo, dove la rivoluzione surrealista incontra le istanze di rinnovamento estetico, politico e scientifico di una generazione di spiriti ferventi, nasce quella French Theory che ha colonizzato l’America del Nord. E che in seguito è rimbalzata verso l’Europa nelle vesti immiserite e spesso banalizzate dei cultural studies.

Il racconto di Guolo ha inizio tra le due guerre mondiali, quando un gruppo di giovani studiosi si rivolge verso l’etnologia per sottrarsi alle fumose astrazioni della filosofia idealistica e della sociologia accademica che teorizzano sull’uomo e sulla società senza fare esperienza concreta né degli uomini né delle società, soprattutto se extra-occidentali. A guidare la ribellione due intellettuali prestigiosi come Marcel Mauss, autore della teoria del dono — nonché nipote ribelle del grande Émile Durkheim — e Paul Rivet, che a metà degli anni Venti a Parigi fondano rispettivamente l’Istituto di Etnologia e il Museo di Etnografia, il futuro Musée de l’Homme, oggi diventato il Musée du Quai Branly. Il loro mantra è l’osservazione sul campo, allo scopo di conoscere da vicino la vita delle società studiate e di raccogliere oggetti per il museo. Che poi daranno vita a mostre epocali destinate ad influenzare lo sviluppo delle arti e della cultura occidentali. Basti pensare all’influenza delle maschere africane e delle sculture melanesiane sulla pittura di Picasso, e Matisse, o sulla scultura di Brancusi e Giacometti. La stessa ricerca di modelli alternativi all’Occidente accende la passione per il jazz, che Michel Leiris considera la vera colonna sonora dell’epoca. Ragioni analoghe spiegano il successo travolgente della danza africana accolta come una nuova religione dei sensi che fa saltare i codici del pudore e dell’amore. E che ha la sua dea in Joséphine Baker, la Venere in piume di struzzo, sogno dei ferventi e incubo dei benpensanti. Passione dei primitivisti e ossessione dei nazionalisti, oggi li chiameremmo sovranisti.

E proprio su questo terreno, prima culturale ed estetico poi politico, avviene l’incontro fra etnologi e surrealisti nel nome della pari dignità fra le culture. Destinato ben presto a trasformarsi in un j’accuse contro il colonialismo. Il 2 luglio 1925, al culmine di una incandescente serata parigina contro la guerra del Rif, combattuta dalla Francia contro le tribù berbere di Abd El Krim, Michel Leiris grida come un ossesso «Abbasso la Francia! Viva Abd El Krim!». Solo l’intervento della polizia lo salva dalla folla inferocita che tenta di linciarlo. Lo scrittore si vendicherà nelle sue opere, soprattutto in L’Afrique fantôme, il racconto della missione etnografica Dakar-Gibuti dove la descrizione etnologica diventa diario intimo. Una confessione alla Rousseau, che fa affiorare il meglio e il peggio del ricercatore bianco, rivelando quello spaesamento che lo rende altro alla sua patria e straniero a sé stesso. Nero a metà. Come un reietto conradiano. L’arte è fatta per disturbare, la scienza per rassicurare, diceva Salvador Dalí, apologeta e prosseneta del surrealismo.
In realtà i ferventi splendidamente affrescati da Renzo Guolo sono sospesi tra resoconto e racconto, tra viaggio e trip, tra spiegazione e rivelazione. Leiris e i suoi compagni d’avventura considerano la missione una iniziazione. Una discesa agli Inferi per scovare lo sconosciuto che si nasconde in fondo a noi stessi.

Renzo Guolo
I Ferventi
(Mondadori, pagg. 368, euro 27)