Gli Stati Uniti restituiscono all'Iraq i tesori rubati
dalla nostra inviata Anna Lombardi , dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK - L'identità di un popolo in 17.000 frammenti. Quando una settimana fa l’aereo del premier iracheno Mustafa al-Kadhimi è rientrato a Baghdad dopo tre giorni a Washington, in occasione del quarto round di dialogo strategico sulla regione, non portava a casa solo il ritiro entro la fine dell’anno dei militari americani ancora di stanza nel suo Paese. Ma pure un ricco bottino di reperti provenienti da importanti siti archeologici iracheni: finiti, in circostanze misteriose, nella collezione di un museo religioso privato, il Museum of the Bible, con sede nella capitale americana. E in quella di un’università della prestigiosa Ivy League, la Cornell University con sede a Ithaca, stato di New York.
17.000 manufatti, appunto, contenuti in una decina di casse di compensato. Soprattutto tavolette d’argilla con su iscrizioni vergate con la scrit…
NEW YORK - L'identità di un popolo in 17.000 frammenti. Quando una settimana fa l’aereo del premier iracheno Mustafa al-Kadhimi è rientrato a Baghdad dopo tre giorni a Washington, in occasione del quarto round di dialogo strategico sulla regione, non portava a casa solo il ritiro entro la fine dell’anno dei militari americani ancora di stanza nel suo Paese. Ma pure un ricco bottino di reperti provenienti da importanti siti archeologici iracheni: finiti, in circostanze misteriose, nella collezione di un museo religioso privato, il Museum of the Bible, con sede nella capitale americana. E in quella di un’università della prestigiosa Ivy League, la Cornell University con sede a Ithaca, stato di New York.
17.000 manufatti, appunto, contenuti in una decina di casse di compensato. Soprattutto tavolette d’argilla con su iscrizioni vergate con la scrittura cuneiforme inventata da quei sumeri che circa 5000 anni fa abitavano l’antica Mesopotamia: ovvero la parte meridionale di quello che oggi chiamiamo Iraq, vera culla della civiltà. Qui, tra i mitici fiumi Tigri ed Eufrate, un’area ancora costellata da migliaia di siti archeologici non scavati, sorsero Babilonia e Ur, la presunta città di Abramo. E sempre qui, insieme alla scrittura, nacquero l’astronomia e la legge: quella incisa nel codice di Hammurabi.
Ecco perché i 17.000 manufatti riportati a casa rappresentano una riappropriazione culturale importantissima per un Paese devastato da diciotto anni di guerre. Lo sottolinea pure il ministro della cultura iracheno Hassan Nadhem, parlandone al New York Times: «Restaureremo insieme alle tavolette la fiducia del popolo iracheno, rafforzandone e sostenendone l’identità in questi tempi difficili». Sì, perché a sventrare il patrimonio del Paese non sono stati solo gli scempi recenti compiuti dallo Stato Islamico: che arrivò addirittura a picconare a favor di telecamera le meraviglie del Mosul Cultural Museum, uno dei più importanti del mondo, in sfregio all’idea di sacralità del passato cara all’Occidente. In realtà distruzioni e saccheggi avvennero già ai tempi della prima guerra del Golfo, era il 1991, in siti dove ancora si scavava.
Poi, certo: nell’aprile del 2003, un mese dopo l’ingresso degli americani decisi a rovesciare l’allora presidente iracheno Saddam Hussein (la “guerra preventiva” giustificata dall’accusa, poi rivelatasi falsa, che il dittatore avesse armi di distruzione di massa), il Museo Nazionale di Baghdad fu saccheggiato da sgherri che approfittarono del caos del momento per fare man bassa di opere d’arte. All’epoca, furono rubati almeno 15.000 reperti: e in tanti anni solo la metà sono stati finora recuperati.
Tesori – lo ha raccontato qualche tempo fa la rivista americana The Atlantic – finiti in buona parte sui mercati occidentali, venduti a poche decine di dollari online, nonostante l’Unesco abbia varato già nel 1970 una convenzione dove si richiedono specifici certificati per i manufatti che approdano sul mercato, solitamente ignorata da venditori e compratori. D’altronde, gli stessi americani hanno avuto la loro parte nel saccheggio e danneggiamento di siti archeologici locali, usati come basi e regolarmente razziati: con i manufatti di scavo presi come souvenir.
Non è un caso che i 17.000 manufatti restituiti avevano tutti una provenienza ambigua. Almeno 12.000 di questi erano conservati nel Museo della Bibbia di Washington, un’istituzione privata fondata nel 2017 da David Green, 79 anni, imprenditore proprietario della catena di negozi Hobby Lobby, ultraconservatore contrario a matrimonio omosessuale e aborto e grande sostenitore della chiesa evangelica americana. I manufatti provenienti dall’antica Mesopotamia erano stati acquistati da lui circa quattro anni prima, per meglio contestualizzare gli eventi dell’Antico Testamento descritti nelle sale. Peccato che pochi mesi dopo, il Dipartimento di Giustizia gli aveva appioppato una multa da 3 milioni di dollari per non aver indagato sulla provenienza di almeno 5000 acquisizioni, tutte ora restituite all’Iraq.
All’epoca, Hobby Lobby accettò di rafforzare le sue procedure d’acquisto e indagare sulle origini della collezione. Scoprendo migliaia di altri manufatti – addirittura acquistati in lotti contenenti fino a 2000 pezzi alla volta – di provenienza dubbia. Green sostenne di essere stato raggirato da commercianti senza scrupoli. Tanto da aver fatto perfino causa alla casa d’aste Christie’s, sperando di recuperare il milione e 600 mila dollari spesi per un frammento di tavoletta di argilla vecchio di almeno 3500 anni con inciso un frammento dell’epopea di Gilgamesh: sì, la saga pre-biblica, dove già si parla di un diluvio universale e di una sorta di giardino dell’Eden molti secoli prima dell’Antico Testamento. Un oggetto apparso per la prima volta sul mercato nel 2001 a Londra e passato parecchie volte di mano. Sequestrato dalle autorità americane nel 2019, ora torna finalmente a casa in Iraq.
Gli altri 5831 oggetti restituiti appartenevano alla Cornell University, dono ricevuto nel 2000 da un collezionista americano. Secondo l’università, provenivano da una città sumera sconosciuta, Garsana, ma gli archeologi hanno sempre sospettato che appartenessero a un sito saccheggiato nel sud del Paese. Oggetti che già nel 2013 il Dipartimento di Giustizia invitava a restituire, ritenendoli rubati, in realtà mai studiati e dunque misteriosi. Anche per questo è difficile valutare l’impatto della restituzione. Ma è di sicuro un monito a tutti i musei del mondo. Liberatevi di quello che non vi appartiene.