Il futuro dell’arte è in Africa
di Chiara Gatti , di Chiara GattiAfrica revolution. Dimenticate Chelsea, a New York o Roppongi, a Tokyo. L'arte contemporanea cambia casa, colori e geografia. Nel 2015 alla Biennale di Venezia curata da Okwui Enwezor, il critico d'arte nigeriano, direttore della Haus der Kunst di Monaco di Baviera scomparso prematuramente, s'era già vista una presenza importante del continente africano con l'approdo di paesi come il Mozambico e le Seychelles.
Nell'edizione del 2019, ha debuttato il Ghana con un padiglione tutto suo e un focus sugli artisti di Accra e del quartiere vitale di Osu. Si parlò a lungo di un exploit ghanese trainato dalla figura di Ibrahim Mahama, famoso per le mega installazioni coi sacchi logori del cacao, sudari del colonialismo usati per impacchettare anche i caselli neoclassici di Porta Venezia a Milano sotto la direzione di Fondazione Trussardi. Ma mentre i riflettori puntavano sulla West Coast, altri focolai hanno prosperato a est. Sudan, Etiopia, Somalia, Kenya, Ta…
Africa revolution. Dimenticate Chelsea, a New York o Roppongi, a Tokyo. L'arte contemporanea cambia casa, colori e geografia. Nel 2015 alla Biennale di Venezia curata da Okwui Enwezor, il critico d'arte nigeriano, direttore della Haus der Kunst di Monaco di Baviera scomparso prematuramente, s'era già vista una presenza importante del continente africano con l'approdo di paesi come il Mozambico e le Seychelles.
Nell'edizione del 2019, ha debuttato il Ghana con un padiglione tutto suo e un focus sugli artisti di Accra e del quartiere vitale di Osu. Si parlò a lungo di un exploit ghanese trainato dalla figura di Ibrahim Mahama, famoso per le mega installazioni coi sacchi logori del cacao, sudari del colonialismo usati per impacchettare anche i caselli neoclassici di Porta Venezia a Milano sotto la direzione di Fondazione Trussardi. Ma mentre i riflettori puntavano sulla West Coast, altri focolai hanno prosperato a est. Sudan, Etiopia, Somalia, Kenya, Tanzania sono affiorate sulle mappe del contemporaneo con un epicentro ben localizzato a Nairobi e nei suoi quartieri multiculturali di Westlands o di Kilimani, nella ricca periferia residenziale di Lavington, vicina alla zona universitaria, o sull'Upper Hill Road dove è nato il Rahimtulla Museum of Modern Art, meglio noto con l'acronimo di RaMoMA, che allude a New York in salsa keniota. Gallerie private, centri culturali, spazi per residenze, collettivi e workshop punteggiano adesso un percorso che tuttavia si è delineato in un tempo più lungo rispetto al recente boom di notorietà.
"Abito qui da vent'anni e ho visto cambiare questa città lentamente, fino a trasformarsi in un melting pot culturale del nuovo millennio". Eltayeb Dawelbait si è rifugiato a Nairobi nel 1999, fuggito dalla dittatura sudanese di Omar al-Bashir. "Ho conosciuto artisti giunti da molti paesi, dal Ruanda o dallo Zambia, ma anche dall'Europa, attratti dalla vivacità di luoghi di incontro come il Go Down Art Center che ha inaugurato nel 2003 in un vecchio capannone ex industriale, trasformato in una specie di East Village". Eltayeb scartavetra una lastra di ferro da riciclare per i suoi dipinti dal tratto espressionista che hanno fatto il giro del mondo nei cataloghi di Bonham's e al seguito della GravitArt Gallery, una galleria nomade fondata in Kenya nel 2016 e che sta portando autori sudanesi, etiopi, egiziani, nigeriani o del Benin in vari spazi indipendenti in Spagna, in Cile e soprattutto a Manhattan. Tiene a sottolineare che "non è solo una questione di flussi in arrivo a Nairobi, ma di andate e ritorni". Tanto che gli stessi autori che orbitano attorno agli hub della "città verde nel sole" sono stati passati dal Brooklyn Museum o dalla Tate Modern e arriveranno a Londra per la prossima edizione della fiera 1:54 Contemporary African Art Fair.
Se il mal d'Africa occidentale ha conquistato da un po' le aste internazionali con i record del congolese Eddy Kamuanga Ilunga e dei ghanesi Amoako Boafo e il celebre El Anatsui che ha superato il milione di sterline, l'east side ha cominciato la sua staffetta da meno tempo, ma con un tuffo finale stile Tortu segnato dai primi risultati di Kamala Ibrahim Ishaq, pittrice femminista sudanese, e dall'arti-star Michael Armitage, nato in Kenya da padre dello Yorkshire e madre Kikuyu, oggi al centro di una personale alla Royal Academy e balzato, nel 2019 sui banchi di Sotheby's, da una stima di 50 mila dollari a un milione e mezzo.
Così i collezionisti del contemporaneo hanno spostato lo sguardo a est, trovandovi un terreno fertilizzato da emergenze culturali. Fra le scrittrici etiopi, Meron Hadero ha vinto il prestigioso premio AKO Caine e Maaza Mengiste è stata selezionata per il Booker Prize (Il re ombra è uscito da poco per Einaudi). I due studi di architettura di Nairobi, K63.Studio e Cave_bureau, sono protagonisti della Biennale di Architettura in corso in laguna dove, fra l'altro, il padiglione centrale del curatore Hashim Sarkis si apre proprio con un soffitto di pietre ossidiane dalle grotte del Mbai, realizzato dagli artisti keniani Kabage Ksarante e Stella Mugeti. La lista dei nomi si allunga. E, per quanto l'Africa orientale debba costantemente fare i conti con conflitti, soprusi e migrazioni, il lumino dell'arte può contribuire a scuotere le coscienze su temi di denuncia politica e sociale che non mancano mai nelle opere, anche quando aleggiano in sottotraccia nei linguaggi più sperimentali.
"Non sono sicuro che il boom culturale aiuterà lo Zimbabwe a uscire dalla crisi economica, ma non farà male" commenta Dan Halter pensando all'inflazione che pesa sul suo Paese; tra le più alte al mondo, ha raggiunto cifre a 14 zeri. Oggi Dan lavora in Sudafrica e cuce arazzi fatti di banconote a brandelli esposti a luglio da Osart Gallery a Milano. "Credo che l'arte possa rendere le persone politicamente consapevoli". Nei suoi viaggio da Dar es Salaam in Tanzania a Mombasa, ha incontrato artisti, scrittori e musicisti, specchio di una vitalità contagiosa. La sua esperienza a Cape Town gli ha permesso di vivere un'altra Africa, quella che proprio a Città del Capo ha assistito al fiorire della prima generazione di artisti neri formati all'università. "All'inizio del 2000 c'erano pochissimi studenti neri. L'arte non era vista come un'opzione di carriera praticabile per le persone a cui in precedenza fu negata un'istruzione". Dal suo osservatorio a sud, guarda verso il Kenya con interesse e lucidità. "È il luogo in cui ha una casa Jochen Zeitz, l'ex ceo di Puma. A Cape Town la sua collezione è ospitata nello Zeitz MOCAA (Museum of Contemporary Art Africa). Dunque siamo connessi". E pensa al "suo" Zimbabwe con speranza. "Nonostante la soffocante situazione economica e il regime oppressivo del governo, continua a presentare i suoi artisti in Biennale. La giovane Portia Zvavahera si è appena legata alla galleria di David Zwirner". Lui, sempre con la Osart Gallery di Andrea Sirio Ortolani, sarà di scena ad Art Brussels.
Al momento, non è dato sapere quali padiglioni dell'Est Africa raggiungeranno Venezia. Ma voci di corridoio dicono che Kenya e Zimbabwe non mancheranno.