I Greci raccontavano che a inventare l’alfabeto fosse stato il dio Hermes, osservando il volo di uno stormo di gru. In effetti quando migrano questi uccelli disegnano in cielo una linea retta, mentre sopra e sotto di essa ali e zampe formano dei segni che, presi insieme, possono suscitare l’immagine di caratteri alfabetici disposti in una riga.
L’invenzione dell’alfabeto ha costituito un evento cruciale nella storia della cultura umana, segnando il passaggio dal mondo dell’oralità a quello della scrittura. Il suo avvento ha fatto sì che l’informazione potesse finalmente essere fissata e tramandata, cosa impossibile nelle culture orali — per la verità, se non possedessimo quei “venti caratteruzzi”, come li chiamava Galileo Galilei, oggi non ci sarebbero neppure Facebook o Twitter. Alla creazione dell’alfabeto però non si è giunti per opera di una divinità, per il talento di un uomo o p…
I Greci raccontavano che a inventare l’alfabeto fosse stato il dio Hermes, osservando il volo di uno stormo di gru. In effetti quando migrano questi uccelli disegnano in cielo una linea retta, mentre sopra e sotto di essa ali e zampe formano dei segni che, presi insieme, possono suscitare l’immagine di caratteri alfabetici disposti in una riga.
L’invenzione dell’alfabeto ha costituito un evento cruciale nella storia della cultura umana, segnando il passaggio dal mondo dell’oralità a quello della scrittura. Il suo avvento ha fatto sì che l’informazione potesse finalmente essere fissata e tramandata, cosa impossibile nelle culture orali — per la verità, se non possedessimo quei “venti caratteruzzi”, come li chiamava Galileo Galilei, oggi non ci sarebbero neppure Facebook o Twitter. Alla creazione dell’alfabeto però non si è giunti per opera di una divinità, per il talento di un uomo o per la genialità di un popolo. Si è trattato di un processo millenario, corale, scandito da tappe diverse e affascinanti. Le culture orali, infatti, possedevano già strumenti capaci di “far ricordare”, come immagini dipinte o intagliate, figure intrecciate sul fondo di un canestro, nodi disposti su una cordicella secondo una certa regola. Vedendo quelle immagini o manipolando quei nodi “ci si ricorda” di una storia mitica o di una formula rituale che ad esse sono state associate dalla tradizione. Naturalmente con questi strumenti di memoria siamo ancora ben lontani dalla potenza dei nostri caratteri alfabetici, i quali hanno la capacità di suscitare nella nostra mente “qualsiasi” parola o frase, non solo alcune; e soprattutto di farlo con estrema esattezza. A dispetto di ciò, però, questi primi strumenti di memoria costituiscono altrettanti embrioni di scrittura, nel senso che hanno il potere di associare determinate immagini ad altrettante frasi o racconti, e di permetterne così la conservazione.
I primi esempi di scrittura, in senso proprio, si collocano verso la fine del IV millennio a.C., sia nel mondo sumerico, in Mesopotamia, sia in Egitto. Per semplificare al massimo una materia assai più complessa, proviamo a immaginare una scrittura in cui le singole parole sono rappresentate ciascuna da una figura che riproduce l’“oggetto” designato da quella parola (pittogramma): dunque il disegno di un uccello per la parola “uccello”, e così via. Che cosa è accaduto però? Dato che la parola “uccello” in sumero corrispondeva (poniamo) a una sola sillaba, si cominciò a utilizzare quello stesso segno anche per indicare, semplicemente, quella sillaba: lo si utilizzò cioè come riproduzione di una pura sequenza di suoni, indipendente dall’espressione di un significato (uccello). Come tale quel segno poteva entrare in combinazione con altri segni che indicavano un’altra sillaba o una certa parola. Nasceva così un alfabeto “misto”, fatto di segni pittografici e di segni fonetici, che cioè poteva suscitare nella memoria sia il suono della parola che indicava un determinato oggetto, sia il suono di una certa sillaba. Questo tipo di alfabeto, detto “logografico”, rassomiglia molto ai nostri “rebus”. Per risolvere un rebus, infatti, occorre riconoscere l’oggetto rappresentato da un disegno (per esempio un letto), per poi utilizzare la parola che designa questo oggetto (“letto”) come semplice sequenza di sillabe: che a sua volta deve essere messa in composizione con altre sillabe scritte prima o dopo il disegno del letto. Per esempio, se in un rebus la sillaba “col” è seguita dall’immagine di un letto, questo misto di sillaba + disegno andrà interpretato come “col-letto”, ossia “colletto”. Ecco, gli alfabeti logografici, nei quali i segni pittografici sono usati sia per indicare la parola corrispondente, sia come pura sequenza fonica, funzionano più o meno come dei rebus. Tra rebus e alfabeto logografico, però, corre una differenza fondamentale: è come se nel corso della scrittura il disegno del letto a volte dovesse essere letto come “letto”, da solo, a rappresentare davvero un letto; altre volte invece dovesse essere utilizzato come pura sequenza fonica, da mettere in combinazione con altre sequenze foniche. Un bel pasticcio. Si può immaginare quali e quanti processi cognitivi dovessero essere messi in opera per imparare a leggere un alfabeto “misto” come questo.
La conseguenza è che per esprimere enunciati complessi occorrono una infinità di caratteri: non solo dai 21 ai 30, come nei nostri alfabeti fonetici, ma migliaia e migliaia. Forse già verso la fine del II millennio a.C., però, in un’area che comprende l’Egitto e la costa del Medio Oriente — non la sola Fenicia, come normalmente si dice — venne compiuto un passaggio determinante, che portò alla nascita del (nostro) alfabeto fonetico. Sempre semplificando molto, potremmo dire così: ci si rese conto del fatto che le parole, da cui una certa lingua è composta, sono a loro volta il risultato della composizione di singoli suoni — i linguisti li chiamano fonemi — i quali sono in numero “limitato”. Parlando, noi non facciamo altro che combinare di volta in volta questi pochi suoni in modi svariati: e in questo modo diamo vita alle singole parole. Fatta questa scoperta, viene la seconda: è possibile associare a ciascuno di questi suoni un “segno” diverso, di modo che, combinando questi segni su un supporto fisso, si riesce a riprodurre graficamente qualsiasi parola. E dato che i fonemi che compongono una certa lingua sono pochi, si capisce che scrivere, e leggere, con un insieme altrettanto limitato di segni, è molto più rapido e facile che non utilizzando sistemi del genere logografico: i quali presuppongono migliaia di caratteri differenti. Anche l’alfabeto fonetico non nacque da un giorno all’altro — l’invenzione di Hermes! — ma fu il frutto di un processo di diffusione, di mescolanza, con soluzioni diverse elaborate di volta in volta dalle varie culture. I Greci, ad esempio, contribuirono a questo processo introducendo segni per indicare le vocali, che altri alfabeti non prevedevano. Il sistema veniva insomma adattato alle necessità peculiari delle differenti lingue, ma il principio restava sempre il medesimo: “un segno per ogni suono”, era questo che aveva fatto fin da principio la differenza. L’alfabeto fonetico si diffuse in Grecia, in Etruria e infine a Roma: fu qui che le lettere assunsero l’aspetto che ci è tuttora più familiare.
Oggi si propone di ampliare il nostro alfabeto con due nuovi segni, lo schwa (il simbolo inclusivo della “e” rovesciata per rendere neutro il genere) o l’asterisco (*), che non rappresentano però suoni grammaticalmente esistenti nell’italiano standard. Stiamo compiendo cioè un’operazione rovesciata rispetto al passato. Lungo i secoli infatti ci si è sforzati di creare segni capaci di catturare al meglio i suoni pronunciati in una data lingua; oggi invece si vuole introdurne dei nuovi i quali, con ogni probabilità, resteranno privi di un loro corrispettivo fonico reale.
Il dibattito sull’uso di nuovi segni grafici nasce da un articolo di Maggiani, “Io non sono un asterisco” (6 luglio), al quale ha fatto seguito una intervista agli editori del marchio effequ che adottano lo schwa (13 luglio) e una al linguista Luca Serianni (8 agosto).