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L’antica magia di Ferragosto

L’autore ha scritto per noi un racconto di mezza estate. Mentre ci prepariamo a festeggiare con il nuovo numero di Robinson
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icono che il suo volto compaia in uno dei disegni anatomici di Leonardo da Vinci, il quale, ignorando a chi fosse appartenuto il corpo di quel vecchio ossuto e grifagno, ne esaminò i visceri al lume di candela su un tavolaccio della bottega di mastro Antonio Pollaiolo, in via Vacchereccia della Calimala. Del resto, di Licio Ganello sapeva poco persino l’abate esoterista Tritemio, pur avendolo annoverato nei suoi scritti fra i negromanti più pericolosi della cristianità.
Nacque il 15 agosto, proprio come il suo futuro discepolo Luigi Pulci, ma venti o forse trent’anni prima, in uno dei quartieri più poveri di Firenze. Faceva così caldo, quella notte, che la madre, per dargli un po’ di refrigerio, lo condusse in una piazzola che il popolo aveva inondato con le acque dell’Arno per festeggiare tra gli sguazzi, secondo un’antica usanza, la festa dell’Assunzione della Vergine. E là, mentre veniva immerso da mani a…

icono che il suo volto compaia in uno dei disegni anatomici di Leonardo da Vinci, il quale, ignorando a chi fosse appartenuto il corpo di quel vecchio ossuto e grifagno, ne esaminò i visceri al lume di candela su un tavolaccio della bottega di mastro Antonio Pollaiolo, in via Vacchereccia della Calimala. Del resto, di Licio Ganello sapeva poco persino l’abate esoterista Tritemio, pur avendolo annoverato nei suoi scritti fra i negromanti più pericolosi della cristianità.
Nacque il 15 agosto, proprio come il suo futuro discepolo Luigi Pulci, ma venti o forse trent’anni prima, in uno dei quartieri più poveri di Firenze. Faceva così caldo, quella notte, che la madre, per dargli un po’ di refrigerio, lo condusse in una piazzola che il popolo aveva inondato con le acque dell’Arno per festeggiare tra gli sguazzi, secondo un’antica usanza, la festa dell’Assunzione della Vergine. E là, mentre veniva immerso da mani amorevoli in quel balneum a cielo aperto, Licio riceveva il suo battesimo astrale, sotto la luce del Cane e dello Scorpione.


Per alcuni, fu quell’evento a consacrarlo alla magia. Gli studiosi più attenti, però, ritengono che egli sia stato iniziato a quella rara forma di sapienza durante un viaggio compiuto a Toledo con lo zio paterno, il quale, a sua volta, accompagnava in veste di servitore un mercante di spezie.
Sotto il sole della Spagna, Licio avrebbe così appreso i segreti dell’almandal e della goezia da un magus mozarabo del quale s’è perduto il nome, insieme alle ragioni per cui un siffatto uomo si sarebbe preso la briga di accettare come apprendista un giovane cristiano. Un giovane molto bello, per giunta. Di una bellezza delicata, quasi femminea, della quale poco o nulla restò al sopraggiungere della precoce vecchiaia, quando Licio, consumato dallo studio del mondo inferico e dal molto girovagare per l’Andalusia e il Nordafrica, fece ritorno a Firenze. Il 15 agosto dell’anno 1460. Come se fosse nato una seconda volta.


Quel giorno Luigi Pulci si stava affrettando sotto l’arsura verso la sua casa in via de’ Bardi — casa, in realtà, del suo patrono il messer Castellani — dopo aver assistito al palio dell’Assunta. Nella sua testa di poeta c’era ancora un gran scalpitare di cavalli e rutilare di abiti, quando s’imbatté in un vecchio che, al limite dell’oltraggio, si fece beffa del Virgilio e del dottrinale di metrica che il giovane portava sottobraccio.
Fu ribrezzo il primo sentimento che Luigi provò dinanzi a quell’essere rugoso, avvolto in un turbante e in un caffettano arabo. Ma Licio, quasi avesse colto in lui la stessa luce che, un tempo, aveva conquistato il magus di Toledo, scostò un lembo dell’abito e gli mostrò un astrolabio d’oro. Poi, con un cenno d’intesa, indicò il cielo, spiegando che la festa dell’Assunta alludeva in realtà al potere di Sirio, la stella più luminosa del Cane che, nel mese di agosto, accresceva con la sua fiamma l’intensità dei suoi influssi sul genere umano.


Non è dato sapere cosa Licio abbia insegnato, in seguito, a Luigi Pulci, e fino a che punto il loro rapporto sia diventato stretto. Ma è indubbio che fu l’ascendente di Licio, anni dopo, a spingere Luigi all’eresia, mettendolo contro le idee di Marsilio Ficino e a farlo cadere in disgrazia presso la corte dei Medici. E nonostante il poeta si sia ben guardato dal lasciare note scritte sul suo maestro, egli non nascose, fra le ottave del Morgante, di conoscere i segreti dell’almandal e dei demoni Bileth e Astaroth. Segreti che fu abbastanza saggio dal non mettere in pratica, come invece fece Gilles de Rais.
Licio, dal canto suo, riprese a viaggiare senza posa, trascinando la sua ombra di nerofumo ora a Napoli ora a Parigi, sempre in cerca di nuovi discepoli, e sempre rivelando la sua presenza il 15 agosto, al pari di un fiore velenoso che sboccia nel mese più torrido dell’anno. Dai tempi di Toledo, il suo cuore si era appesantito di un’uggia che nessuna sapienza arcana riusciva a lenire. Anzi, l’uggia cresceva in lui di giorno in giorno, come il richiamo di una voce che l’avvertiva di aver perso qualcosa d’importante. Qualcosa che andava assolutamente ritrovato. Ma Licio, incapace di comprendere di cosa si trattasse, proseguiva con il suo volontario esilio come un pellegrino dell’inferno.
Finché, il 15 agosto 1476, non tornò a Firenze.
Le processioni, i canti e i festeggiamenti davanti al Palazzo Vecchio lo disturbarono al punto da spingerlo in fuga oltre le rive dell’Arno, lungo strade sempre più isolate e miserabili.
Fu così che, quasi senza accorgersene, si ritrovò nel quartiere in cui era nato.
Nonostante fosse ancora giorno, in qualche modo — forse solo nella sua mente — la costellazione del Cane ardeva già alta nel cielo, ed era d’un tale splendore da riflettersi sullo specchio d’acqua in cui i figli del volgo si erano immersi in cerca di refrigerio. D’un tale splendore che Licio, quasi avvertendo l’antico abbraccio della madre che l’aveva bagnato in quella pozza, si tolse gli abiti e s’immerse, provando, per la prima volta in vita propria, un impareggiabile senso di leggerezza.
Al battere dei vespri, quando la gente del popolo iniziava a uscire dal balneum, qualcuno si accorse del cadavere di un vecchio che galleggiava sul pelo dell’acqua.
«Portatelo in via Vacchereccia, alla bottega del Pollaiolo», disse un becchino che passava di lì per caso.