La mostra. Michelangelo Buonarroti il Giovane
di Antonio Pinelli , di Antonio PinelliAll’origine dei tormentati rapporti di Michelangelo con il padre Lodovico c’era il mai sopito rammarico paterno per la scelta del suo secondogenito d’intraprendere il mestiere dell’artista. Occupazione disdicevole, a suo dire, per un rampollo della loro schiatta, tanto più che il giovane non aveva tardato a manifestare la propria predilezione per la scultura, il ramo più “plebeo” delle arti del disegno, perché scolpire, diversamente dal dipingere e dal disegnare, non implica solo “fatiche di mente” ma anche il ricorso alla forza fisica. Né valse a riscattare quel peccato originale, che Michelangelo, vivendo come un francescano, si caricasse economicamente sulle spalle padre e parenti, destinando le ingenti somme che i grandi della terra non esitavano a sborsare pur di assicurarsi i frutti del suo prodigioso talento, a comprare case e terreni, per restituire ai familiari il lustro e l’agiatezza perduti.
…All’origine dei tormentati rapporti di Michelangelo con il padre Lodovico c’era il mai sopito rammarico paterno per la scelta del suo secondogenito d’intraprendere il mestiere dell’artista. Occupazione disdicevole, a suo dire, per un rampollo della loro schiatta, tanto più che il giovane non aveva tardato a manifestare la propria predilezione per la scultura, il ramo più “plebeo” delle arti del disegno, perché scolpire, diversamente dal dipingere e dal disegnare, non implica solo “fatiche di mente” ma anche il ricorso alla forza fisica. Né valse a riscattare quel peccato originale, che Michelangelo, vivendo come un francescano, si caricasse economicamente sulle spalle padre e parenti, destinando le ingenti somme che i grandi della terra non esitavano a sborsare pur di assicurarsi i frutti del suo prodigioso talento, a comprare case e terreni, per restituire ai familiari il lustro e l’agiatezza perduti.
Il padre, in realtà, aveva investito le sue speranze di riscatto nel primogenito Buonarroto, che lo aveva ripagato guadagnandosi il titolo di conte palatino, concessogli da Leone X, con annesso l’onore di fregiarsi nello stemma di insegne medicee. Buonarroto, però, morì di peste nel 1528, seguito sei anni dopo dall’amareggiato Lodovico e Michelangelo, divenuto capofamiglia, tenne fede alla promessa fatta al padre di prendersi cura dei tre figli lasciati dal fratello e presto individuò in uno di essi, Leonardo, l’erede cui affidare il futuro del casato.
Ne fu ripagato, perché quel ragazzo di cui aveva seguito da vicino i progressi e per il quale, a tempo debito, versò una somma cospicua per finanziarne le nozze con la nobildonna Cassandra Ridolfi, gli era affezionato e ne subiva l’ascendente. Così il primo dei tre maschi nati da quel matrimonio fu chiamato Buonarroto, e il secondo, doverosamente Lodovico. Quando il quasi novantenne Michelangelo, nel febbraio 1564 spirò, Leonardo ebbe l’occasione di ripagare il suo debito con lo zio, sottraendo al papa il vanto di apprestargli una tomba in San Pietro. Trafugò nottetempo la salma per farla riposare in eterno nella sua Firenze, dove l’attendevano in trepidante attesa il granduca Cosimo e Vasari, registi dell’intera operazione. Essi mobilitarono la neonata Accademia del Disegno, che realizzò il solenne apparato delle esequie in S. Lorenzo, per poi erigergli un apparato permanente in Santa Croce: una vera tomba, non un cenotafio, dove sotto il suo busto corrucciato si disperano in eterno le statue delle tre arti sorelle, con al centro la Scultura, che piange sconsolata l’immedicabile perdita.
Ma nel 1568, quando venne alla luce il terzogenito, cui fu dato il nome del grande prozio, Leonardo saldò il suo debito con interessi che andarono ben al di là delle sue aspettative e durano tuttora. Dotato di versatile talento, l’omonimo pronipote imparò da Gregorio Pagani i rudimenti della pittura, di cui però divenne “molto intendente” ma non praticante, perché era molto più versato nel comporre rime e nel tradurre dal latino e dal greco opere teatrali. Studiò all’università di Pisa, dove fu compagno di studi del futuro papa Urbano VIII, Maffeo Barberini, che condivideva le sue passioni letterarie, e strinse un analogo sodalizio per tutta la vita con Galileo, suo coetaneo ma già suo insegnante, che continuò a sostenere anche quando a frequentarlo si rischiava di essere deferiti al Sant’Uffizio. Attivissimo nell’Accademia della Crusca, Michelangelo il Giovane, nel 1599, alla morte del padre, seguita da quella del fratello Lodovico, lasciò Pisa per tornare a Firenze a curare gli interessi familiari.
Cominciò così, a cavallo del nuovo secolo, la sua stagione più felice, che coincise con il granducato di Cosimo II, la cui breve vita, minata da una tisi che lo portò alla tomba a 31 anni, rese ancor più bruciante l’inesausta passione per le feste di corte, con eventi teatrali e balletti per ogni ricorrenza dinastica, all’insegna di quel “recitar cantando”, coltivato nella Camerata de’ Bardi, che fondendo nel sinestetico crogiolo delle arti, comprese quelle performative, rodava la formula del melodramma, geniale gesamkunstwerk in salsa italiana.
Michelangelo il Giovane fu tra i protagonisti di questa temperie straordinaria, destreggiandosi tra le accademie, la Camerata, la corte, e rivelando singolari doti di librettista e regista. Nel frattempo, tra il 1612 e il 1637, profuse gran parte dei suoi averi nel trasformare la casa avita in via Ghibellina in un Pantheon della gloria michelangiolesca, dove aveva convinto Cosimo II a restituire la Madonna della Scala, capolavoro giovanile del prozio, da sempre in via Ghibellina ma che il padre aveva dovuto cedere a Cosimo I dopo la morte dell’artista.
Ingaggiò tutti i maggiori pittori attivi in Toscana, compresa la prediletta pittoressa Artemisia, che a Firenze trovò quell’ammirazione che Roma le lesinava, per trasformarla in una piccola reggia, sceneggiando sulle pareti e le volte dei quattro ambienti del piano nobile —la Galleria, la Camera della Notte e del Dì,la Camera degli Angeli e lo Studio — la narrazione pittorica delle gesta dell’ilustre antenato. Suoi, o concertati con amici eruditi, i sofisticati programmi iconografici della decorazione, egli fu anche il primo a valorizzare i versi aspri, ma densi concettualmente, del prozio, curando la prima edizione delle Rime (1623), sia pur con disinvolti emendamenti e censure dei versi passibili di sanzioni controriformiste. Nelle quali, per la verità, incappò lui stesso quando in una sua commedia a corte mise in scena una partoriente in pieno travaglio. Era il preannuncio di un suo allontanamento dai centri del potere, cui sarebbe seguito, dopo il 1640, il ritiro in campagna, dopo che un fallimento bancario ne aveva falcidiato il patrimonio.
Ma ormai la sua più alta e meritoria impresa era al sicuro e oggi Casa Buonarroti, riaprendo dopo un lungo lockdown, finalmente lo ricambia con la prima mostra monografica a lui consacrata, ricca di lettere e edizioni dei suoi libri, ma anche di disegni preparatori per le decorazioni del piano nobile, prestati dagli Uffizi. E ad accoglierne i visitatori è il fremente busto in marmo scolpito dal berniniano Giuliano Finelli, che lo ritrae avvolto in un ampio mantello, il volto incorniciato da barba, baffi e pizzetto negligentemente arruffati, e il piglio fiero dei suoi 62 anni magnificamente portati.
Mostra: Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568-1647). Il culto della memoria, fino al 30 agosto
Curatori: Alessandro Cecchi, Elena Lombardi e Riccardo Spinelli
Luogo: Firenze, Casa Buonarroti, via Ghibellina 51
Catalogo: Edifir Edizioni, € 28