Non è molto lontano da qui, non così diverso. Abito nelle terre dello spolpo e dello spopolo. Si spopolano di popolo, si popolano di morti. C’è più popolo al camposanto che in piazza. Di notte i morti in quella poca luce dei lumini giocano a tressette col vivo.
I vivi se ne sono andati, i cervelli fuggiti, persino i vecchi abbandonano le contrade e si trasferiscono in un paese grande, dove trovano la farmacia, le Poste e il supermercato. Dove le badanti ci vogliono abitare.
Le terre sono spolpate di gente, ma sotto sono ricche di ossa e pietre. I morti restano fedeli. Le ossa sono esigenti con noi che stiamo sopra, ci giudicano dalla loro bianchezza. Appena sotto la crosta è tutto un confabulare di noi.
“Io qua non ci vengo” ha detto lui brusco.
Gli ho chiesto come mai.
“Non te ne sei accorta che non ci passa nessuno, chi ci vede a noi se veniamo qua?” ha risposto.
Ho seguito verso la parte nuova quella camminata storta dal mal di schiena. Ha esaminato i settori uno a uno: i loculi a piano terra no perché ci arrivano i rivoli d’acqua quando piove a riguasto, quelli ai piani alti no perché ci vuole la scala per arrivare a mettere i crisantemi e i visitatori si scoraggiano, gli ultimi sotto la pensilina sono troppo scurosi.
“E allora?” mi sono spazientita.
“Allora vediamo le fosse vergini” ha detto senza scomporsi.
“Ah, se mi potessi scambia’ ‘ste ossa” sognava Sciaboletta nel racconto che io ho sentito circa mille volte.
La fossa vergine che gli ha mostrato Gianni è piaciuta tanto a mio padre: sta sul bordo di un vialetto dove passano in molti e – sorpresa! – i dirimpettai sono i suoi genitori che lo guarderebbero dai loculi di fronte, appunto.
“Così passerò un po’ di tempo con mamma, che se n’è andata giovane”.
“Tutto quello che vorrai” gli ha detto Gianni, strizzandomi l’occhio.
Mio padre ha calcolato l’esposizione al sole, un po’ troppo, nella controra, ma sopportabile, dài. Nella tomba a due piani lui si metterà sotto e mia madre sopra, su questo sono sempre stati d’accordo. Ora lei è allettata e non parla più, ma lui si ricorda tutto delle sue volontà e chissà se un po’ si aggiusta le cose a proprio vantaggio.
Ci siamo avviati verso l’uscita progettando la loro ultima dimora a parole, ragionando della pietra più bella e resistente, del marmista più bravo. Mio padre pretende sempre il meglio e quando lo guardo dubbiosa ripete di non preoccuparmi, che i soldi li tiene. Sembra abbia il potere di moltiplicare la pensione minima da coltivatore diretto, aumentata di poco grazie ai punti di invalidità che si è guadagnato con un incidente di trattore mentre arrotolava le balle di fieno.
Ci è poi tornato in un tardo pomeriggio, senza di me che gli metto fretta, dice. Si è riguardato la fossa vergine girandoci intorno, ha osservato le tombe dei vicini sillabando i loro nomi scritti a lettere d’oro. Poi si è allungato fino al settore di suo fratello, scomparso qualche mese fa. Gli avrà raccontato dei problemi del recinto elettrificato intorno al campo dei girasoli, di quel disgraziato di un cinghiale che ci va lo stesso a mangiare. Giura di non aver sentito la campanella che segnala la chiusura imminente, anzi giura che Gianni non l’ha proprio suonata quel giorno.
È rimasto chiuso dentro il cimitero, al tramonto. Non sapeva se ridere o disperarsi. Non ha voluto telefonarmi, ha cercato la scala che si usa per mettere i fiori ai loculi alti – quelli dove non vuole andare, appunto – e l’ha accostata al cancello. È salito fin lassù e poi si è aggrappato alle sbarre, scendendo come un ragno dalla parte dei vivi. Quella sera è tornato a casa un po’ turbato, mi ha detto la badante di mia madre, ma non le ha raccontato niente.
Si è confidato con me a tavola, dopo qualche giorno.
“Giura che non ridi e non predichi” ha premesso.
Ho giurato. Ma poi ho spostato il piatto e sono morta dal ridere sopra le mie braccia appoggiate sulla tovaglia, così lui non mi vedeva ma solo sentiva.
“E se cadevi? Non avremmo saputo dove cercarti, nessuno sapeva dov’eri” gli ho detto poi.
“Mi trovava Gianni la mattina, nel posto giusto”.