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La malinconica allegria di Del Giudice

Daniele Del Giudice 
L’autore de “Lo stadio di Wimbledon” e “Atlante occidentale” è morto a Venezia all’età di 72 anni. Era ammalato da tempo. Uno scrittore vicino agli “ultimi classici”: da Calvino a Pasolini
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Ho conosciuto Daniele Del Giudice quando era giovane, molto giovane, quasi un ragazzo: fra gli anni '70 e gli anni '80 del secolo scorso. Collaborava a un quotidiano romano che si chiamava Paese Sera, che poi è scomparso: redigeva articoli culturali e faceva interviste. Era intelligente, curioso, acuto, spiritoso: qualche volta sardonico, anche con il suo interlocutore. Più tardi scrissi di lui un ritrattino su L'Espresso, preconizzandogli grandi fortune: sorrise, moderatamente, ma sorrise. Insomma, era - non so se riuscirò a farmi capire - di una malinconica allegria.


Quando, nel 1983 apparve il suo primo libro, Lo stadio di Wimbledon, fu una sorpresa per molti, me compreso. Si trattava di un'opera d'indiscutibile maturità, collegata a un sistema culturale di prim'ordine, non preannunciato, come dire, da altre opere di più discreta preparazione. Si vede che Daniele le sue cose le allestiva e risolveva da sé, prima di…

Ho conosciuto Daniele Del Giudice quando era giovane, molto giovane, quasi un ragazzo: fra gli anni '70 e gli anni '80 del secolo scorso. Collaborava a un quotidiano romano che si chiamava Paese Sera, che poi è scomparso: redigeva articoli culturali e faceva interviste. Era intelligente, curioso, acuto, spiritoso: qualche volta sardonico, anche con il suo interlocutore. Più tardi scrissi di lui un ritrattino su L'Espresso, preconizzandogli grandi fortune: sorrise, moderatamente, ma sorrise. Insomma, era - non so se riuscirò a farmi capire - di una malinconica allegria.


Quando, nel 1983 apparve il suo primo libro, Lo stadio di Wimbledon, fu una sorpresa per molti, me compreso. Si trattava di un'opera d'indiscutibile maturità, collegata a un sistema culturale di prim'ordine, non preannunciato, come dire, da altre opere di più discreta preparazione. Si vede che Daniele le sue cose le allestiva e risolveva da sé, prima di esibirle in pubblico, e questo ha continuato a farlo per tutti gli anni seguenti. Aveva gli strumenti, tutti, per farlo.


Daniele ha poi pubblicato diversi altri libri, non molti, però, a guardar bene, e tutti smilzi ed essenziali come a pochi altri scrittori del suo tempo è capitato di scriverne. E tutti - a parte le raccolte di racconti: Staccando l'ombra da terra (1994), Mania (1997) - difficili da definire. Sono per caso romanzi Lo stadio di Wimbledon e Atlante occidentale? Io direi un misto di narrazione, finzione, invenzione, e al tempo stesso reminiscenza autobiografica, confessione, testimonianza del tempo. Bisognerà che ora qualcuno ricostruisca con attenzione - e con amore - l'intera vicenda, per darci conto dei connotati e del valore di tale esperienza.


Io qui - per illustrare al lettore chi era Daniele - soffermerò lo sguardo soprattutto sui primi due - cronologicamente parlando - ossia Lo stadio di Wimbledon e Atlante occidentale, nei quali, forse più che in quelli successivi, Del Giudice si è impegnato a ricostruire la propria immagine, oltre che quella dei suoi personaggi. La domanda a cui vorrei innanzi tutto rispondere dunque è: cosa avrebbe voluto essere Daniele, se fosse diventato, se fosse stato scrittore? È un interrogativo, al quale, soprattutto agli inizi, ha costantemente guardato, e al quale ha dato alcune inequivocabili risposte.


Lo stadio di Wimbledon è costituito dallo svolgimento di un'inchiesta - forse di lontana origine giornalistica - sulla personalità, la storia e l'intreccio di amicizie, anche erotiche, di un singolare personaggio letterario italiano come Roberto (Bobi) Bazlen: triestino, grande cultore di letteratura e di poesia, grande amico di grandi personalità (Montale), grande consulente di grandi case editrici (Einaudi, Adelphi), non pervenuto però mai, come indubitabilmente avrebbe voluto (e forse voluto), a scrivere una sua opera creativa, un suo personale esperimento di narrativa e di poesia. Il personaggio, che nel racconto dice "io", ne insegue le vicende - e il mistero - fra Trieste e Londra, dove vivono, o faticosamente sopravvivono, gli ultimi testimoni delle sue idee e delle sue frequentazioni. Non scopre niente, ma forse scopre se stesso: "Sono venuto qua per capire perché uno scrittore non ha scritto. Ora ogni cosa si dilata. Di fronte alle cose che si dilatano divento teso, cerco di dormire...".


Più avanti, e in maniera ancor più circostanziata: "Vorrei trovare una misura discreta tra il controllo della situazione e un certo abbandono". E: "Quello che a me interessa è un punto, in cui forse si intersecano il saper essere e il saper scrivere". È del tutto evidente per me che in questi assaggi e domande, che "io" rivolge qui e là ai testimoni di un tempo, più che tentare di capire l'enigma Bazlen si cerca di definire l'operosa ricerca, l'ancora misterioso avvio del giovane nuovo scrittore, noto poi come Daniele Del Giudice: "Un punto in cui ... si intersecano il saper essere e il saper scrivere...".


Il fatto che Lo stadio fosse presentato, nella quarta di copertina della prima edizione, da una sorprendente, insolitamente lunga e intensissima presentazione di Italo Calvino (quasi un'investitura, si direbbe, e si pensò allora), testimonia dell'importanza assoluta di tale esordio. Andrebbe ripubblicata per intero. Le affidiamo qui una breve ma significativa conferma del nostro discorso. Scrive Calvino che Daniele, fin dall'inizio, rappresenta "le persone e le cose sulla pagina, non perché l'opera conta più della vita, ma perché solo dedicando tutte le proprie attenzioni all'oggetto... potrà definire in negativo il nocciolo irriducibile della soggettività, cioè se stesso". Oggettività, narratività e soggettività: siamo sulla soglia di un nuovo modo, fisico-fantastico, di scrivere.


Ma le conferme più lampanti le troviamo ovviamente negli sviluppi successivi della narrativa stessa di Del Giudice, e in primo luogo in Atlante occidentale. Daniele qui non ha più bisogno del testimone che dice "io"; i protagonisti fondamentali sono un vecchio, famosissimo scrittore, Ira Epstein, avviato ai più alti riconoscimenti internazionali, ma ormai rinunciatario nei confronti della propria scrittura, e un giovane fisico italiano, Pietro Brahe (nello strano cognome una reminiscenza del grande astronomo danese cinque-seicentesco Tycho Brahe?), che lavora nell'anello sotterraneo di Ginevra ed è avviato a una clamorosa scoperta. Epstein e Brahe costituiscono inequivocabilmente la personalità bifronte di Daniele Del Giudice: una rivolta verso la scienza; l'altra verso la letteratura e l'invenzione. Ma con tratti comuni impressionanti. Alcune citazioni. Epstein: "Di tutte le cose che col passare degli anni si irrigidiscono, e bisogna tenere in esercizio, Epstein aveva cercato la precisazione...". Brahe: "Il mio lavoro è simmetria, una simmetria molto spinta". "Precisione" e "simmetria"! Il cervello geometrico-fantastico di Daniele viene così in piena luce, non senza però qualche ulteriore specificazione, che Daniele significativamente affida a Brahe più che a Epstein: "Le cose più importanti avvengono nella distrazione, non nella concentrazione...". E ancora Brahe: "Ciò che volevo dire è che la vera soglia, la vera linea di demarcazione è la memoria..."; e quando arriva, nel suo laboratorio, a intravedere la scoperta decisiva della propria vita: "Ma soprattutto sarebbe rimasto indimenticabile per Brahe l'attimo in cui passò, di scatto, da ciò che vedeva con gli occhi a tutto ciò che vedeva mentalmente".


Rifletta il lettore su quest'ultima affermazione: per lo scrittore Del Giudice come per il fisico Brahe la misura essenziale consiste nel passare dalle descrizione degli oggetti alla loro proiezione mentale. Nel volo - altra passione sempre presente in Del Giudice (Staccando l'ombra da terra, 1994) - le differenti vocazioni di Epstein e Brahe si saldano e divengono una cosa sola. E questa è al tempo stesso una possibile definizione della scrittura di Daniele Del Giudice: pungente, acuta, precisa e al tempo stesso fluida, ininterrotta, avvolgente, come un esperimento di fisica atomica in atto, come il volo di un piccolo aereo che si stacca armoniosamente da terra e ti consente di vederla al tempo stesso con distacco e con precisione assoluta.
Ora che le circostanze terribilmente avverse ci costringono a una di quelle tristi operazioni, che si definiscono di storiografia letteraria, io direi che l'opera di Daniele rappresenta una delle ultime propaggini di quel clima letterario, che io altrove ho definito degli "ultimi classici": Pasolini, Calvino, Fortini. Quando la "coscienza letteraria" comune era inequivocabilmente all'altezza delle ambizioni creative dei singoli. Daniele è più vicino, e simile a loro, che ai "successivi". Penso che vada ricordato così. Sappiamo da tempo che gli ultimi sono i primi.

I libri. A novembre torna il suo capolavoro

Lo stadio di Wimbledon, il romanzo d’esordio uscito nel 1983 - e al tempo stesso uno dei capolavori di Daniele Del Giudice, dedicato alla figura di Bobi Bazlen - torna in libreria a novembre edito da Einaudi. La casa editrice sta ristampando i titoli dello scrittore: oltre ad Atlante occidentale, sono disponibili I racconti, Staccando l’ombra da terra, In questa luce, Nel museo di Reims.