La scia di sangue dell'8 settembre
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoC’è un’eredità di sangue dell’8 settembre 1943 che non è mai stata esplorata fino in fondo. Un baratro d’orrore che è difficile classificare come “guerra civile”, perché ha visto massacrare persone che non erano in grado di difendersi: civili scelti a caso o militari che si erano già arresi. Mentre dibattiti e polemiche sul periodo più cupo della storia nazionale sono ancora accesi – come quello scatenato in questi giorni sulle foibe – un’iniziativa è destinata a farsi notare. Proprio nell’anniversario dell’armistizio che spaccò il Paese, viene inaugurata nel Sacrario delle bandiere all’interno dell’Altare della Patria una mostra che offre la prima ricostruzione completa delle stragi nazifasciste. L’hanno realizzata, sotto l’alto patronato della presidenza della Repubblica, lo Stato Maggiore della Difesa e la Procura generale militare…
C’è un’eredità di sangue dell’8 settembre 1943 che non è mai stata esplorata fino in fondo. Un baratro d’orrore che è difficile classificare come “guerra civile”, perché ha visto massacrare persone che non erano in grado di difendersi: civili scelti a caso o militari che si erano già arresi. Mentre dibattiti e polemiche sul periodo più cupo della storia nazionale sono ancora accesi – come quello scatenato in questi giorni sulle foibe – un’iniziativa è destinata a farsi notare. Proprio nell’anniversario dell’armistizio che spaccò il Paese, viene inaugurata nel Sacrario delle bandiere all’interno dell’Altare della Patria una mostra che offre la prima ricostruzione completa delle stragi nazifasciste. L’hanno realizzata, sotto l’alto patronato della presidenza della Repubblica, lo Stato Maggiore della Difesa e la Procura generale militare, guidata da Marco De Paolis che è anche il curatore.
Si intitola Nonostante il tempo trascorso… proprio per rimarcare la volontà della memoria e della ricerca di giustizia. Questa infatti è la formula con cui nel 1960 vennero archiviati i procedimenti penali contro i massacratori: “Nonostante il tempo trascorso, non ci sono giunte notizie utili…”. Spiega il procuratore De Paolis: “Questa frase, che all’epoca significò di fatto un illecito occultamento e determinò una negata giustizia per migliaia di famiglie italiane, oggi è stata da noi utilizzata per ribaltare questa prospettiva e sottolineare che, nonostante il lungo tempo trascorso, oggi noi non dimentichiamo quel sacrificio di sangue patito da decine di migliaia di Italiani – in divisa e civili – e lo onoriamo quale momento etico fondante della nostra Costituzione e del nostro Paese”.
De Paolis è il magistrato che ha riaperto “l’armadio della vergogna” dove erano stati nascosti i 695 fascicoli archiviati, permettendo di identificare e portare a processo i responsabili di decine di eccidi commessi dai tedeschi nei confronti dei soldati e della popolazione italiana. Un’attività giudiziaria che non ha pari in Europa e che è stata riconosciuta persino dal governo di Berlino, tributando pochi mesi fa al procuratore l’ordine al merito della Repubblica Federale.
La mostra ha uno scopo principalmente divulgativo, con postazioni video interattive per spiegare in maniera semplice l’occupazione nazista della Penisola e descrivere attraverso le immagini la catena delle esecuzioni. Ma non si limita alla finalità didattica: permette per la prima volta di fare i conti con le dimensioni della brutalità, illustrate in modo rigoroso grazie ai risultati delle indagini più recenti. Nella prima parte ci sono le fucilazioni dei militari nei giorni successivi all’armistizio, nella Penisola e all’estero. Molti ricordano la decimazione della divisione Aqui a Cefalonia, qui potranno rendersi conto di quanto più estesa sia stata la ferocia nazista contro i reparti che non hanno consegnato le armi: una lunga lista che comprende Kos, Leros, Dubrovnik e un’altra dozzina di località. Non si omettono però i comportamenti criminali delle nostre truppe: come nel villaggio di Domenikon, in Grecia, con l’uccisione di 150 abitanti da parte di fanti e camicie nere. I colpevoli sono stati tutti identificati, ma solo nel 2019; troppo tardi per portarli in tribunale.
Quella che crea un senso di vertigine è la sezione dedicata alle stragi di civili commesse dai tedeschi. Si va dalla Sicilia alle Alpi, attraverso le schede di oltre sessanta eccidi grandi e piccoli, dai più noti a quelli semisconosciuti: da Marzabotto a Leonessa (Rieti), dalle Fosse Ardeatine a Fivizzano (Massa), da Piazzale Loreto a Valdastico (Vicenza). Una via crucis che risale la Penisola seguendo la ritirata dell’armata germanica: la prima rappresaglia, quella di Castiglione (Catania), è avvenuta addirittura molto prima dell’8 settembre. Ci sono foto di frati assassinati, come alla Certosa di Farneta, e di borghi sventrati, come Civitella Val di Chiana.
Ugualmente impressionante è lo spazio sulla deportazione: milioni di militari, ebrei, oppositori, lavoratori coatti trasferiti nei campi in del Reich. Lì tutti hanno affrontato lunghi mesi di fame, malattie e soprusi. A soldati, marinai e avieri sono stati negati persino i diritti dei prigionieri di guerra: erano “internati”, con privazioni sempre più dure per punire chi non aderiva alla Repubblica Sociale mussoliniana. La loro resistenza silenziosa è rimasta a lungo trascurata.
La mostra si chiude con il resoconto dei tentativi di dare un nome ai colpevoli e di processarli. Una pagina altrettanto dolorosa. Perché già gli Alleati avevano sistematicamente raccolto prove contro gli ufficiali nazisti, ma i procedimenti penali sono stati un’eccezione. C’è stato un lungo oblio, in parte per ragioni diplomatiche – la Germania era diventata un partner della Nato -, in parte per disinteresse. Ma soprattutto dominava la convinzione che le inchieste fossero inutili: “Tanto sono tutti morti”. La scoperta di Erik Priebke, uno dei massacratori delle Fosse Ardeatine, in Argentina nel 1994 ha smentito questo luogo comune. E solamente da allora, proprio per impulso dell’ufficio istruttorio di De Paolis, sono riprese le indagini. Scoprendo che molti degli aguzzini erano ancora vivi, ricevevano una pensione del governo federale e trascorrevano una vecchiaia serena, senza rimorsi per quello che avevano fatto durante la guerra.