Il gioco di specchi tra Biden e Xi
di Federico Rampini , di Federico RampiniAzzardo un esercizio acrobatico che non è di moda: cercare tutto ciò che unisce Joe Biden e Xi Jinping, anziché dividerli. Alcune cose sono ovvie: l’emergenza climatica è una sfida comune, come la necessità di trovare risposte globali alle pandemie del futuro. Ci sono altri temi, più antichi della pandemia, che avvicinano i due leader delle superpotenze rivali. E ci sono le ricette in parte simili, che spiegano la ripartenza della crescita cinese e americana nel 2021. Sia Biden che Xi governano nazioni segnate da forti diseguaglianze. Quelle americane si sono allargate dagli anni Ottanta, dalla svolta neoliberista di Ronald Reagan.
Quel presidente repubblicano fu l’alfiere di una rinascita dell’economia di mercato; restituì libertà agli “spiriti animali” del capitalismo, riducendo il prelievo fiscale sulle imprese e sui ricchi, allentando le regole e schiacciando il potere dei sindacati. L’ide…
Azzardo un esercizio acrobatico che non è di moda: cercare tutto ciò che unisce Joe Biden e Xi Jinping, anziché dividerli. Alcune cose sono ovvie: l’emergenza climatica è una sfida comune, come la necessità di trovare risposte globali alle pandemie del futuro. Ci sono altri temi, più antichi della pandemia, che avvicinano i due leader delle superpotenze rivali. E ci sono le ricette in parte simili, che spiegano la ripartenza della crescita cinese e americana nel 2021. Sia Biden che Xi governano nazioni segnate da forti diseguaglianze. Quelle americane si sono allargate dagli anni Ottanta, dalla svolta neoliberista di Ronald Reagan.
Quel presidente repubblicano fu l’alfiere di una rinascita dell’economia di mercato; restituì libertà agli “spiriti animali” del capitalismo, riducendo il prelievo fiscale sulle imprese e sui ricchi, allentando le regole e schiacciando il potere dei sindacati. L’idea era che «quando arriva l’alta marea alza tutte le imbarcazioni, gli yacht dei miliardari e i pescherecci». Ovvero: una crescita forte aumenta le dimensioni della torta (la ricchezza nazionale) ed è meno importante redistribuire cambiando le fette di torta destinate ai ricchi e ai meno ricchi. Quella metafora piacque a Deng Xiaoping, artefice negli anni Ottanta della transizione della Cina dal comunismo maoista al capitalismo. La marea si è alzata. La torta cinese è cresciuta enormemente. La questione delle diseguaglianze è stata accantonata visto che tutti stanno meglio rispetto al passato.
Biden è convinto che quel modello sia già entrato in crisi all’epoca dello schianto finanziario del 2008. La grande crisi del nostro tempo è quella: peggiore del Covid per l’impatto economico, e anche politico. Non si capisce Donald Trump senza il trauma del 2008: quella crisi mette a nudo tutte le ingiustizie della globalizzazione, convince la classe operaia americana che la sinistra l’ha tradita aprendo le frontiere. È l’anno chiave anche per i cinesi, hanno una “epifania”, la rivelazione delle debolezze americane; s’ingigantisce la loro autostima perché sono l’unica delle grandi economie a evitare la recessione grazie a una gigantesca iniezione di spesa pubblica. L’addio al reaganismo, il ritorno in forze dello Stato, ha una data e un luogo d’inizio: Pechino 2008.
In America lo spostamento a sinistra del partito democratico ebbe inizio allora. Biden non viene dall’ala radicale ma la sua memoria storica affonda le radici in un’America più equa, quella degli anni Sessanta. Vuole ripartire su basi diverse, rilanciando il modello socialdemocratico di Franklin Roosevelt e del New Deal. Con la sua politica di bilancio fin dal gennaio 2021 ha cominciato a redistribuire le fette della torta. Vuole fare molto di più, usando spesa pubblica e arma fiscale, se solo il Congresso lo asseconda.
Quel sistema spezza le famiglie: gli operai venuti dalle zone rurali devono lasciare i figli nelle campagne; sono esposti ai ricatti dei datori di lavoro visto che sono dei “clandestini in patria”. Xi Jinping ha dichiarato vittoria nella guerra alla povertà ma non può dire altrettanto sulla guerra alle diseguaglianze. L’ideologia maoista rinasce tra alcune fasce della popolazione. Xi cavalca il neo-maoismo, proprio come Biden si appoggia su Bernie Sanders per tentare di sottrarre voti operai che andarono a Trump. Ma la Cina urbana non vuole una riforma radicale che liberalizzi i movimenti di popolazione.
Biden ha mantenuto molte restrizioni alla frontiera introdotte da Trump, perché la politica dell’immigrazione facile l’hanno sempre pagata gli operai. Xi mantiene il “Muro invisibile” dei diritti fra campagne e città. Un altro tema comune è lo strapotere di Big Tech. La Cina si è accorta che uno dei suoi colossi digitali, il gruppo Alibaba-Ant-Alipay, gestisce grazie ad una app su smartphone pagamenti e prestiti e investimenti superiori al Pil della Cina. Una superbanca più grande di tutte le banche è germinata da una rivoluzione tecnologica, spiazzando il governo. Pechino ha ripreso l’iniziativa, lo Stato vuole piegare alla propria volontà i miliardari del digitale, impone nuovi limiti e nuove regole.
Biden ha lo stesso problema, dopo una pandemia che ha segnato il trionfo di Big Tech, il predominio soverchiante di Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft e Netflix. Piegare questi poteri forti è meno facile per un presidente democratico, visto che l’establishment digitale lo ha aiutato a vincere le elezioni. L’avanguardia dell’antitrust si sposta da Washington a Pechino?
Sulla lotta all’emergenza climatica i due hanno lo stesso problema: come convincere i propri cittadini che l’ambientalismo crea posti di lavoro, non “decrescita infelice”.
Biden rivaluta, come Xi, il ruolo dello Stato nell’economia. La Cina ha aperto la strada, mettendo al centro delle sue strategie le grandi imprese pubbliche. Biden riscopre la “politica industriale” a base di sussidi, aiuti, incentivi, investimenti pubblici nelle tecnologie del futuro.
Il presidente degli Stati Uniti ha due buone ragioni per “invidiare” il suo omologo cinese, anche se non potrà mai ammetterlo. La prima è la durata. Xi lanciò il suo progetto di «primato mondiale nelle tecnologie avanzate» quando arrivò al potere nel 2012. È ancora al potere dieci anni dopo. L’altra ragione dell’invidia è perfino più sostanziale. Xi usa il nazionalismo come collante ideologico per spronare i cinesi alla coesione. Una maggioranza dei suoi cittadini lo approva su quel terreno, nel ceppo etnico maggioritario degli Han. Biden governa una nazione lacerata.
Quasi mezza America (repubblicana) lo considera un usurpatore. Nell’altra metà (la sua) c’è chi pensa che l’America sia segnata “geneticamente” da razzismo, sessismo, discriminazioni contro le minoranze, un Dna imperialista. Nella gara di pugilato tra i due sistemi Biden ha un braccio legato dietro la schiena perché la sua famiglia politica è in preda a un furore iconoclasta, la sinistra-establishment che comanda nei campus universitari, nelle redazioni dei giornali, nei board delle multinazionali, ha deciso che l’Occidente ha solo orride statue da abbattere.
Questo libro è un viaggio nel paradosso di una sfida planetaria. Racconto una faccia della Cina nascosta e inquietante, che l’élite occidentale ha deciso di non vedere. Rivelo il gioco dei corsi e ricorsi tra due superpotenze che si studiano e si copiano a vicenda. E spiego il nuovo esperimento Americano che tenta di invertire il corso della storia, prima che sia troppo tardi.