Nel gran parlare che si è fatto sul centenario del congresso di Livorno del Psi, con la scissione da cui nacque il partito comunista, è passato sotto silenzio un elemento minore, che può sembrare puramente formale o estetico, ma è invece rivelatore dello spirito primigenio della sinistra italiana, nel fragore del Big Bang delle origini: in una settimana di discussione, con gli interventi dei più grandi leader storici del socialismo, la parola che non viene mai pronunciata, e di cui dunque non c'è traccia nei verbali, è "libertà". Si parla di liberazione, si invoca la rivoluzione. Ma il concetto di libertà è assente, mentre avrebbe potuto misurare utilmente la natura totalitaria del bolscevismo appena arrivato al potere col diktat egemonico di Lenin nei confronti della sinistra occidentale, e il carattere sovversivo degli assalti squadristici che nel '21 non erano una coda della guerra, ma l'ant…
Nel gran parlare che si è fatto sul centenario del congresso di Livorno del Psi, con la scissione da cui nacque il partito comunista, è passato sotto silenzio un elemento minore, che può sembrare puramente formale o estetico, ma è invece rivelatore dello spirito primigenio della sinistra italiana, nel fragore del Big Bang delle origini: in una settimana di discussione, con gli interventi dei più grandi leader storici del socialismo, la parola che non viene mai pronunciata, e di cui dunque non c'è traccia nei verbali, è "libertà". Si parla di liberazione, si invoca la rivoluzione. Ma il concetto di libertà è assente, mentre avrebbe potuto misurare utilmente la natura totalitaria del bolscevismo appena arrivato al potere col diktat egemonico di Lenin nei confronti della sinistra occidentale, e il carattere sovversivo degli assalti squadristici che nel '21 non erano una coda della guerra, ma l'anticamera della dittatura fascista.
La libertà dunque come discrimine, come criterio di base e valore assoluto, perché i fallimenti della storia hanno insegnato che qualunque progetto di emancipazione e di liberazione passa attraverso l'autonomia degli individui, la loro presa di coscienza consapevole, la possibilità di scegliere fuori da ogni costrizione. Potremmo dire che la libertà dal bisogno, dalla povertà, dalla subordinazione non può essere disgiunta dalla libertà intellettuale e spirituale delle opzioni e delle decisioni. La sinistra ha sempre sovraordinato il collettivo all'individuale, come se la piena libertà dell'individuo fosse una variabile rischiosa per la realizzazione del disegno titanico che doveva calare sulla società, inaugurando per tutti la "grande epoca". Col tempo si è capito che l'"iskrà", la scintilla del cambiamento, andava cercata nel consenso e nella convinzione del cittadino, che solo così poteva diventare un soggetto attivo e protagonista del processo politico. E si è compreso che solo la libertà può custodire quella scintilla, fino ad accendere quella libertà di tutti che è la traduzione moderna, democratica e compiuta dell'idea di liberazione.
Ci sono voluti quasi cent'anni. Nessuno lo dice, perché sono scomparsi i partiti che hanno impersonato quella storia, ma l'insediamento dell'idea-forza di libertà nel patrimonio ideale della sinistra porta a compimento la marcia faticosa del riformismo, a lungo minoritario, maledetto dalla III Internazionale, attore di scissioni e ricomposizioni, e infine vincitore ed egemone: nel momento in cui non c'è più il partito, e forse manca anche la sinistra, condannata in Italia alla dannazione dei suoi nomi storici. Ma concettualmente, e potremmo dire politicamente, riformismo e libertà sono collegati, perché la scelta gradualista di cercare il cambiamento attraverso le riforme e non più con lo strappo sociale comporta il rifiuto della violenza, la ripulsa della dittatura, la rivendicazione culturale di una fonte ispiratrice del socialismo che viene prima dell'Ottobre, ed è semplicemente il lavoro. È il lavoro infatti che crea coscienza della condizione, distribuisce senso di appartenenza, riconfigura il sociale, definisce le classi, rivendica diritti e cittadinanza, fino a pretendere rappresentanza politica diretta.
L'orizzonte di una sinistra di riforme, e dunque capace di pensare se stessa come forza di governo anche quando è minoranza, può sembrare minimalista: ma oggi è un orizzonte sgombro. Perché la ricerca e il rispetto della libertà obbligano la politica a porsi necessariamente il tema delle compatibilità, e dunque a raccordare i suoi progetti particolari e i suoi ideali con l'interesse generale. Ecco perché in Italia, sia pure nella debolezza numerica cronica, la sinistra da anni rappresenta comunque la spina dorsale del sistema, caricandosi spesso di tutto il peso e l'onere del baricentro.
Libertà, liberazione, uguaglianza ed emancipazione producono infatti una scelta di responsabilità generale, che supporta il meccanismo istituzionale e garantisce la continuità repubblicana. Non solo: nel momento in cui la destra sovranista mette in discussione i principi fondamentali della democrazia liberale, la sinistra - per quanto pallida - si trova proprio in virtù di quel percorso ad essere la forza di sostegno di quei principi, che sono nati fuori dal suo campo, ma oggi ne fanno compiutamente parte.
La critica dell'Economist, che avverte sul pericolo di una "sinistra illiberale", dogmatica, ultraortodossa, concettualmente autoritaria perché fanatica del politicamente corretto fino all'estremo della "cancel culture" indica una nuova, modernissima soglia di rischio: è quella che potremmo chiamare del "democraticismo", la passione per la democrazia che si trasforma in ideologia, ingessandosi fino a diventare una gabbia, il contrario degli obiettivi di liberazione. Ciò accade quando si guarda ciecamente al processo in corso più che al traguardo, il fine non conta più e la regola soverchia il tutto, fino a diventare da metodo e disciplina, la sostanza ultima delle cose.
La fabbrica di insidie sul cammino della sinistra è dunque infinita. Ma in realtà sono i pericoli che nascono inevitabili dalla fatica della democrazia, che non è una risorsa naturale imperitura, ma una fragile e potentissima costruzione umana, che ha bisogno di manutenzione continua, come dimostrano gli attacchi cui è sottoposta, in questa sua maledizione ricorrente degli Anni Venti. La novità del secolo è che nella crisi la sinistra è dalla parte della democrazia, magari con eccessi di democraticismo, ma con una scelta che ha compiuto finalmente il suo destino, coniugando la moderna libertà con la "forza operante" di cui parlava Turati, i diritti con lo Stato di diritto. Forse sta trovando una risposta la domanda solitaria e inascoltata di Norberto Bobbio dopo il grande terremoto che portò alla fine del Pci e del Psi: ma adesso che quel mondo muore, chi si farà carico delle speranze che aveva suscitato?