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Il giacobinismo liberal malattia infantile della nuova sinistra

La copertina dell'Economist che ha lanciato il dibattito sulla sinistra illiberale 

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Ecco perché non bisogna sottovalutare la cancel culture, campanello di allarme di un disagio: prosegue il dibattito nato dalla copertina dell’Economist
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Nell'ottobre del 1793 la Francia repubblicana abbatte e decapita le statue dei re che ornavano la cattedrale di Notre-Dame. Oggi la definiremmo cancel culture; allora fu la prosecuzione simbolica delle decapitazioni, avvenute nel gennaio dello stesso anno, del re e della regina, di Luigi XVI e di Maria Antonietta.

In effetti, non c'è nulla di più illiberale che una rivoluzione, di più intollerante che la pretesa di ricominciare da capo la vita politica e civile, di meno dialogante che ergersi a giudici del passato, per punirne e vendicarne le colpe, le violenze e le ingiustizie. La cancel culture di oggi non è una novità, da questo punto di vista. Il fatto nuovo è che non si accompagna a una rivoluzione nel senso tradizionale: che è assai selettiva nei propri obiettivi - appunto, soltanto simbolici e mai strutturali -; che è frutto più di moralismo che di azione politica, restando confinata all'universo della …

Nell'ottobre del 1793 la Francia repubblicana abbatte e decapita le statue dei re che ornavano la cattedrale di Notre-Dame. Oggi la definiremmo cancel culture; allora fu la prosecuzione simbolica delle decapitazioni, avvenute nel gennaio dello stesso anno, del re e della regina, di Luigi XVI e di Maria Antonietta.

In effetti, non c'è nulla di più illiberale che una rivoluzione, di più intollerante che la pretesa di ricominciare da capo la vita politica e civile, di meno dialogante che ergersi a giudici del passato, per punirne e vendicarne le colpe, le violenze e le ingiustizie. La cancel culture di oggi non è una novità, da questo punto di vista. Il fatto nuovo è che non si accompagna a una rivoluzione nel senso tradizionale: che è assai selettiva nei propri obiettivi - appunto, soltanto simbolici e mai strutturali -; che è frutto più di moralismo che di azione politica, restando confinata all'universo della comunicazione, e - con effetti grotteschi - della formazione scolastica. Una rabbiosa espiazione vendicativa delle colpe della civiltà "bianca" - genocidio, razzismo, sessismo, schiavismo - più che una comprensione critica del passato storico e una spinta pratica alla trasformazione della società.

Questo radicalismo astratto, questo giacobinismo dimezzato, è di sinistra? Nella propria autointerpretazione, e nella percezione pubblica, sì. Si collega però a fatica alla tradizione illiberale della sinistra, che fu ovviamente fortissima perché la sinistra - quella marxista che fu egemonica per un secolo - appunto dalla critica del liberalismo prendeva le mosse, vedendovi la copertura politico-ideologica (borghese) di un sistema economico e sociale (il capitalismo) che non produceva libertà e tolleranza ma disuguaglianza e dominio, alienazione. Certo, questa critica si nutriva di storicismo e ben poco di moralismo; concentrava la polemica sulle strutture e meno sulle sovrastrutture; e rinviava la libertà dei singoli all'avvento del comunismo, della società redenta e pacificata.

La sinistra era illiberale, insomma, ma non si sognava di autodefinirsi liberal - e quindi, in fondo, non c'era problema, ma solo conflitto fra opposte visioni del mondo - . Lo scandalo e la contraddizione nascono invece oggi perché la sinistra ha da tempo dismesso l'apparato analitico marxista e ogni velleità rivoluzionaria. Dalla caduta del Muro, ha stipulato non un armistizio ma una pace col capitalismo, e si candida semmai, con alterna convinzione, a correggerne storture e difetti, a mitigarne le conseguenze negative (le eccessive diseguaglianze, la tendenza a debordare in ogni ambito sociale). Non vede contraddizioni strutturali, ma solo episodiche, nella attuale forma di produzione di ricchezza, e piuttosto si occupa (a volte) della sua redistribuzione. Soprattutto, si è riconciliata - ancor più di quanto fece il riformismo radicale della socialdemocrazia storica - con la libertà moderna, col pluralismo, con la tutela giuridica e costituzionale dei diritti. È così divenuta una sinistra liberal, una forza responsabile di governo (forse troppo, secondo alcuni suoi critici, che le imputano di essere mainstream) che, pur dicendosi tollerante e dialogante, è nondimeno abbastanza propensa, di fatto, allo sdegno morale - certamente più che alla lotta sociale.

Ed è abituata ad aspettarsi avversari da destra: nel capitalismo di rapina, nei sovranismi identitari, nei populismi protestatari, nei regimi autoritari. E si sorprende e si preoccupa quando li vede sbucare da sinistra: in questo caso, nella cancel culture, in cui scorge l'esito estremo del "politicamente corretto" e dei suoi atteggiamenti più intransigenti, astratti, polemici. Ma è chiaro che questi sono un'estensione spuria delle logiche della "casa madre", appunto la sinistra liberal, che gli estremisti sfidano sul terreno, che le è congeniale, dei diritti e della morale, contestandone l'attitudine compromissoria e scatenando una guerra civile delle idee e dei simboli - ma molto meno cercando di spostare il baricentro della critica sulle questioni strutturali della società. La sinistra illiberale estremizza, tradendone alcuni tratti, la sinistra liberal (tutt'altra cosa è il pensiero della sinistra radicale post-marxista, critica del liberalismo senza che di questo la si possa considerare un'estensione).

La sinistra illiberale è una malattia infantile del liberalismo: meglio che non si cronicizzi. Ma, pur nel suo velleitarismo e spesso nella sua sgradevolezza, è da prendere sul serio perché vi si può leggere il segnale, manifestato con strumenti inadeguati, che forse il linguaggio della tolleranza e del dialogo non sa (o non può, o non vuole) esprimere le contraddizioni della sinistra liberale, e della civiltà che pretende di difendere. Un segnale, quindi, da non trascurare, ma da decifrare e da approfondire.