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Alberto Rollo: "Abbiamo rinunciato a insegnare"

Parla Alberto Rollo, storico editor letterario che ha scritto un romanzo. La storia di una generazione che non ha saputo trasmettere ai figli saperi, valori, regole. “Li abbiamo lasciati soli e senza maestri
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Il suo editore l'ha definita l'opera intellettualmente più ardita che gli sia capitata tra le mani. L'autore è Alberto Rollo, editor di lunga esperienza, molto ascoltato nella cerchia degli scrittori e dei publisher. Abituato ad avventurarsi nell'impervio terreno della letterarietà, ha travasato il suo ricco bagaglio ne Il miglior tempo, romanzo carico di suggestioni culturali dove ogni pagina restituisce l'eco dei libri letti e riscritti, dei film amati, della pittura rivisitata, dell'educazione teatrale riflessa perfino nel nome del protagonista - Cantor con la C che però ha a che vedere con Tadeusz Kantor della Classe morta - soprattutto della sapienza musicale che trova in Schumann costante ispirazione. Romantico è anche l'eroe della storia narrata, Cantor appunto, un ragazzo lunarmente distante dallo stereotipo generazionale: non twitta, non è tatuato, è poco social, e va arruffatamente alla ricerca del …

Il suo editore l'ha definita l'opera intellettualmente più ardita che gli sia capitata tra le mani. L'autore è Alberto Rollo, editor di lunga esperienza, molto ascoltato nella cerchia degli scrittori e dei publisher. Abituato ad avventurarsi nell'impervio terreno della letterarietà, ha travasato il suo ricco bagaglio ne Il miglior tempo, romanzo carico di suggestioni culturali dove ogni pagina restituisce l'eco dei libri letti e riscritti, dei film amati, della pittura rivisitata, dell'educazione teatrale riflessa perfino nel nome del protagonista - Cantor con la C che però ha a che vedere con Tadeusz Kantor della Classe morta - soprattutto della sapienza musicale che trova in Schumann costante ispirazione. Romantico è anche l'eroe della storia narrata, Cantor appunto, un ragazzo lunarmente distante dallo stereotipo generazionale: non twitta, non è tatuato, è poco social, e va arruffatamente alla ricerca del suo posto nel mondo, prima tra i profughi siriani, poi tra i rifugiati neri, infine armato nella resistenza curda. Sempre proteso all'estremo, e incalzato costantemente dal sospetto dell'irrilevanza. "Ero ossessionato da questa figura che esiste dentro di me da tanto tempo", dice Rollo. "Rappresenta il mondo giovanile con cui mi confronto quotidianamente. Cosa vuol dire avere oggi tra i venti e i trent'anni? Mi sembrava degno di perlustrazione. Finché nel marzo del 2019 mi sono imbattuto nella fotografia di Lorenzo detto Orso, il giovane anarchico morto nella guerra civile siriana. L'ho preso come un segnale". La costruzione del romanzo è imperniata sul rapporto irrisolto tra il giovane borghese Cantor e il settantenne pediatra Romagnoli, figlio "dell'opulenza del sapere" e alter ego dell'autore. Ed è proprio qui, nel confronto lacerante tra due generazioni che convivono nello stesso tempo ma mai s' incontrano, la tensione narrativa che trascina il lettore per quattrocento pagine.

Alberto Rollo 


Perché ha scelto un registro letterario così ambizioso? Si può leggere anche come una sfida rispetto a un panorama narrativo italiano tendente al piatto?


"Ero stanco di avere a che fare con i piccoli episodi della nostra vita civica, sociale e famigliare. Si arriva sempre allo stesso punto, che è la pacificazione con se stessi. Per non essere pacificato, ho scelto un tema complicato che è quello del rapporto generazionale: come si può essere padri o non esserlo del tutto, come si può essere figli. E nell'attraversare questo territorio insidioso non ho avuto paura di attingere a tutto il patrimonio che mi appartiene".


Non ha avuto paura neanche di ammettere un fallimento. Cantor va alla ricerca di un maestro, ma il dottor Romagnoli si sottrae al ruolo di guida. La nostra è stata una generazione che di maestri ne ha incontrati ovunque, ma non è stata in grado di esprimerne.

"Noi abbiamo avuto quelle figure davanti alle quali - è una celebre definizione di Sant'Agostino - non ti senti autorizzato a sederti: devi stare in piedi per reggerne la presenza. Per me lo è stato Franco Fortini. Oggi i ragazzi come Cantor ne hanno una fame insaziabile. E il mio protagonista cerca di collezionarne parecchi - il pediatra, il comunista, il sacerdote - ma non riesce a trovarne nessuno. Perché il nostro non è un mondo senza qualità, in realtà di persone capaci ce ne sono tante: ma questi talenti restano isolati. E nel momento in cui non sono più isolati diventano capi carismatici. Ma i capi non hanno niente della postura magistrale".


Se ne ricava nel dottor Romagnoli un senso di inadeguatezza proprio di una generazione ridotta alla miseria politica o al silenzio. Lui lo confessa attraverso Elias, l'oratorio di Mendelssohn. Non siamo stati all'altezza dei padri.

"Il medico avvolge nella sua cortina di protezione che è la musica l'impotenza di una generazione che non è riuscita a passare il testimone. Quello che ho voluto rappresentare è un momento storico molto particolare, drammaticamente teso tra due mondi che non riescono a separarsi ma neppure a fondersi. Il pensoso Romagnoli, incline a interpretare tutto attraverso le lenti della cultura, e l'irrefrenabile Cantor, ossessionato dal fare ma sostanzialmente disinteressato a comprendere, si amano molto, ma non possono stare insieme".


L'interruzione nella trasmissione di valori e regole è avvenuta in ogni campo. Lei l'ha vissuto nel lavoro letterario.

"Tra la fine degli anni Ottanta e il principio dei Novanta, gli scrittori italiani hanno voltato le spalle alla tradizione. I modelli di cui sono andati in cerca non appartenevano più alla storia letteraria ma alla musica rock. Il rischio però era quello segnalato da Domenico Starnone, che per primo ha avvertito il pericolo della "letteratura della restaurazione", di un ritorno a un ordine molto antico affidato a valori come l'autonomia dell'arte o a una visione settoriale della professione. Eccoci, siamo noi gli Scrittori, separati dal resto del mondo. Dalla settorialità discendono oggi anche molte autofiction di cui non sempre si apprezza l'esito".


E nell'editoria? Lei ha lavorato per vent'anni in via Andegari, in un rapporto molto stretto con Inge Feltrinelli. Oggi collabora con Mondadori.

"Siamo diventati tutti più funzionali. Anche per l'editoria è tornato il criterio della settorialità. Si lavora magari con grande competenza, ma rinunciando a sentire dove soffiano i venti: evitiamo di confrontarci con le condizioni metereologiche del civile".


Lei una volta ha lamentato il passaggio dalla società letteraria alla società mediatica, costruita intorno a pochi nomi ricorrenti: in Tv, nelle case editrici, sui giornali.

"Diciamo che l'orientamento d'impresa prevale ovunque, anche nel piccolo editore. Si è portati a fare scelte che facciano cassa. Ma posso testimoniare che si continua fare ricerca".


Il mondo culturale che lei conosce da vicino viene ritratto nel romanzo in tutta la sua vacuità: ci sono i piagnoni di sinistra, i narcisi, gli inutili, gli opinionisti con la loro saggezza prêt-à-porter. 

"La tragedia dell'irrilevanza è una cifra del tempo. Il giudizio sull'egolatria degli intellettuali passa attraverso lo sguardo di Samuele, il giovane storico ebreo che frequenta gli scrittori. È a lui che gli autori si rivolgono con una frase che ho sentito ripetere spesso: "Ho scritto una cosa che ti riguarda". Un'affermazione tremendamente ridicola. Ecco vorrei non dirla mai del mio Il miglior tempo".


Qual è il miglior tempo?

"Insieme al tempo che riconosciamo come nostro ce n'è sempre un altro che ci è già stato dato e che impedisce alla storia di finire miseramente. Da qualche parte il miglior tempo esiste, non è tutto crollo e abbandoni. Bisogna mettersi su quella strada, con la stessa fiducia di Charlie Chaplin e Paulette Goddard nell'ultima scena di Tempi moderni".


Lei ha lavorato con grandi scrittori. Quali di questi l'hanno accompagnata nella nuova avventura narrativa?

"Mi è stata vicina la voce di Amoz Oz, soprattutto quando racconta la storia di sua madre. E ho avvertito il magistero di Antonio Tabucchi, di cui ho conosciuto le fascinose bizze. Qualche volta mi mettevo in guardia: stai attento, questo l'ha già fatto lui".


L'editor riesce a esercitare la stessa sorveglianza critica anche su sé stesso scrittore?

"Non sempre, ma succede. Ehi stai sbagliando, torna indietro: me lo sono ripetuto varie volte. La cosa più strana è stata nell'ultimo anno lavorare al romanzo e contemporaneamente a una traduzione di The Beast in the Jungle di Henry James, racconto di una difficoltà mostruosa. Ne è nato un dialogo meraviglioso: io mi trovavo a mandare a quel paese questo formidabile complicatore d'esistenze che è il signor James e lui guardava con sufficienza al mio romanzo: ma sei pazzo scrivere queste cose?".