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De Roberto, come scrittore ho fallito

Federico De Roberto 

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Era convinto che della sua opera non sarebbe rimasto nulla. Provate a leggerlo. Partendo dai racconti
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Sul balcone di casa dove i catanesi potevano vederlo e indicarlo mentre era intento nelle sue letture, una sera Federico De Roberto conduce il suo amico Guglielmino, e gli sussurra con dolore: "Nulla resterà di me! Sono uno scrittore fallito!" Lo racconta un altro scrittore suo conterraneo, Vitaliano Brancati. Era l'ossessione di De Roberto negli ultimi anni: confessava spesso di aver fallito, e che sarebbe stato presto dimenticato. Dopo essere stato infaticabile per tutta la vita e aver dedicato l'intera esistenza al solo amore per la letteratura, da scrittore, critico puntiglioso ed elzevirista dovunque lo ospitassero, De Roberto sentiva di non essere riuscito fin dove avrebbe voluto. 


Quando è morto, negli anni Venti del secolo scorso, non poteva per forza di cose prevedere che sarebbe arrivata negli anni Sessanta una fortuna critica per I Viceré, non sapeva che il suo grande romanzo sarebbe stato usato in contrapposizione a un romanzo …

Sul balcone di casa dove i catanesi potevano vederlo e indicarlo mentre era intento nelle sue letture, una sera Federico De Roberto conduce il suo amico Guglielmino, e gli sussurra con dolore: "Nulla resterà di me! Sono uno scrittore fallito!" Lo racconta un altro scrittore suo conterraneo, Vitaliano Brancati. Era l'ossessione di De Roberto negli ultimi anni: confessava spesso di aver fallito, e che sarebbe stato presto dimenticato. Dopo essere stato infaticabile per tutta la vita e aver dedicato l'intera esistenza al solo amore per la letteratura, da scrittore, critico puntiglioso ed elzevirista dovunque lo ospitassero, De Roberto sentiva di non essere riuscito fin dove avrebbe voluto. 


Quando è morto, negli anni Venti del secolo scorso, non poteva per forza di cose prevedere che sarebbe arrivata negli anni Sessanta una fortuna critica per I Viceré, non sapeva che il suo grande romanzo sarebbe stato usato in contrapposizione a un romanzo di un nobile palermitano pubblicato postumo e che sarebbe diventato famoso in tutto il mondo - con il sostegno di coloro che ritengono I Viceré superiore al Gattopardo. Ogni volta che mi hanno domandato quale preferissi, io invece ho risposto come quando ti fanno due regali al compleanno e poi ti chiedono sfacciatamente quale ti piace di più: sono due cose diverse. E non è una posizione burocratica, ma reale: sono così contigui, e così diversi. E la contiguità li ha messi in una competizione inutile. 


De Roberto non poteva sapere nemmeno che sarebbe diventato un riferimento per il ritratto degli italiani, della politica e della decadenza. Non sapeva che il suo romanzo sarebbe stato considerato modernissimo, essendo stato indicato, mentre era in vita, come uno scrittore che non si riusciva ad adeguare ai tempi. Probabilmente, a parte il giudizio di Croce che comunque ha per molti anni castrato i favorevoli ("un'opera pesante, che non illumina l'intelletto come non fa mai battere il cuore"), l'apprezzamento per De Roberto è cresciuto man mano che ci si è allontanati da quell'idea, che era più che altro un pregiudizio, di scrittore un po' antico - e che aveva oltretutto (troppo) a cuore il piacere del lettore, a lungo ritenuta cosa sconsiderata. 


Ma poi negli anni, allontanandosi dalla figura impolverata, dai pregiudizi e dalle testardaggini sperimentali che si auspicavano o che si pretendevano, la modernità nitida dello scrittore è apparsa lucente e liberata dalle scorie del proprio tempo. Fino a far dire a un altro grande scrittore siciliano come Leonardo Sciascia che I Viceré è "il più grande romanzo, dopo I promessi sposi, che conti la letteratura italiana". 


E tutte queste caratteristiche, adesso, le possiamo veder brillare in questa sequenza di novelle di varia natura, scritte per varie occasioni, fino a quella produzione ultima dei racconti della Grande Guerra. 
C'è una capacità di precisione narrativa, e di visibilità delle scene che è davvero inusuale. Quando in Studio di donna, splendido racconto sull'invecchiamento, De Roberto usa tre capitoli e cioè tre scene separate nel tempo, dove accadono solo minuscoli dettagli e dove lo strazio è semplice e insieme potente, allora si può considerare di fare dello scrittore un modello non solo per il racconto letterario, ma anche cinematografico degli anni a venire. 


E se si considera la sua capacità di inframmezzare ad altri, racconti che hanno caratteristiche di riflessioni e di digressioni (Il gran Rifiuto può valere per tutti), lo sentiamo improvvisamente vicino a quello che la letteratura contemporanea sta producendo al meglio. Ciò che poi tiene legati molti di questi racconti al romanzo principale sono il comico e il disfacimento sociale. In fondo, De Roberto sa usare la linea comica senza farsene accorgere, è come quelli che dicono cose divertenti in modo serissimo. Per questo, uno dei personaggi minori più amabili è il Peppino amministratore dei beni della principessa che dilapida ogni suo avere per il vizio del gioco, mentre colui che dovrebbe proteggerla e consigliarla è concentrato su velleità ossessive nel campo della letteratura. 

E chiusa nella sua camera, insieme con l'amministratore, qualche mattina la principessa si occupava finalmente dei suoi affari. "Avete fatto i conti della 'Falconara'?" "Principessa, non ho avuto tempo. Sa che il mio romanzo è cominciato a pubblicarsi nell'appendice dell'Imparziale?" "E le cambiali?" Ma don Peppino, col capo alla letteratura, non sapeva mai la situazione precisa della casa. 


Il rosario, poi, è il racconto esemplare, quando durante il sussurro cantilenante si intrecciano digressivi dialoghi tragici e comici, e la situazione è spinta al paradosso tenendola dentro il realismo - da cui non ci si stacca mai, come ciò che tiene i racconti legati al mondo. 


De Roberto non fa solo realismo sulla scia dei suoi grandi coevi e conterranei, ma ne ha l'ossessione. È per questo che si parla in maniera epica sia della ricerca di oggetti utili alla narrazione, da parte di De Roberto, sia della passione per i termini tecnici, sia dello studio di mestieri e di procedimenti per costruire o riparare; oltre al fatto che gli stessi processi artigianali e perfezionistici l'autore poi li usava per costruire e riparare i suoi testi che, come succedeva a Balzac, tornavano all'editore pieni di correzioni a mano. 


Proprio Brancati racconta di essere andato una volta lui in persona sul pianerottolo di casa a ritirare le bozze e di averle viste così piene, e di essere stato poi richiamato dal vecchio scrittore che voleva correggere ancora. La mattina scriveva e il pomeriggio correggeva. Questa è stata la sua vita professionale. Collezionando opere lunghe e brevi che avevano anche come caratteristica la decadenza non tanto (non solo) della nobiltà o dei costumi ma degli esseri umani. In questo è stato un conservatore, illuminato però dal talento letterario. Il disfacimento sociale, l'idea che sia tutto nel passato, tutto finito, non è un'idea esclusiva dei Viceré. Trapassa anche nella produzione novellistica, finendo per essere esemplare ovviamente nelle novelle della guerra, lì dove il disfacimento è reale.


Ma è proprio in quel momento, così come nel lungo funerale di Teresa Uzeda di Francalanza, che le personalità diventano nitide, scoperchiano le loro nude bramosie, il carattere, la malvagità o la pochezza; e allo stesso tempo, rilucono di malinconia e fanno compassione. Ci si affeziona alla principessa di Roccasciano che gioca a carte e vede altri sbafarsi alla sua tavola e lei ha perduto il fuoco della vita; ci si affeziona a Ettore Baglioni e alla felicità che gli sfugge di mano; ci si affeziona all'uomo tormentato dalla colpa mentre viaggia in treno in corsa verso l'amore... 


Ma quel che caratterizza questi racconti è in sintesi il titolo di uno di essi - anzi, del racconto più importante di De Roberto, e che infatti è stato più volte pubblicato autonomamente, rientrando di diritto tra le novelle più amate sulla Grande Guerra: La paura. Ne La paura c'è un'altra caratteristica moderna che ha dato molto da fare ai suoi critici e a chi tentava di strattonarlo da una parte e dall'altra: l'ambiguità di interpretazione. 


Certo, il racconto non si occupa di questo, ma di una vicenda ambientata in una trincea; è stato però tirato di qua e di là, dalla parte dei patriottici e degli anarchici, dai fautori della guerra e dai pacifisti, e da chiunque volesse servirsene. Soltanto perché, essendo un racconto perfetto, non ha cadute retoriche o intenzioni didascaliche. Ma si occupa davvero della paura, è incentrato e condizionato dalla paura. 


E la paura, poi scopriamo, è il tratto caratteristico non solo degli Uzeda, ma della gran parte di questi racconti (verrebbe da dire: tutti). È la sintesi suggestiva di quello che i vari personaggi che incontriamo esprimono in queste pagine: la paura. Di perdere soldi, di perdere prestigio, di invecchiare, di essere ammazzati, di essere traditi, di dire alla propria madre la verità - la paura di tutto. La paura è una suggestione tra le righe che attraversa ognuna di queste novelle, per poi approdare a quel titolo e a quel racconto perfetto. Che poi forse è una delle sintesi che si potrebbero fare del genere umano. La grandezza di De Roberto sta proprio nell'essere riuscito a raccontare le debolezze, le fragilità, e perfino la miseria dei suoi personaggi. E forse, semplicemente, ha raccontato, sempre e comunque, che le persone fanno molte cose sbagliate, sono avide o vigliacche, timide o sfacciate, soltanto per questo: perché hanno paura. 

Il libro
Pubblichiamo parte dell’anticipazione alle Novelle di Federico De Roberto (Bur, pagg. 672, 14 euro)