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L’Avvocato, il bianco e il nero

Gianni Agnelli in un ritratto degli anni Ottanta 
Vissuto in un secolo diviso tra Usa e Urss, capitale e comunismo, ideologia e Realpolitik che cosa direbbe Gianni Agnelli del mondo di oggi?
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C'è una domanda che resterà sospesa sul convegno che il Polo del ’900 dedica oggi a Torino alla figura di Gianni Agnelli (“Quando c’era l’Avvocato”), con un titolo che mette a fuoco le sue due grandi sfere di interesse e di attenzione: “Lo sguardo sul mondo, il rapporto con Torino”.

Come avrebbe vissuto l’Avvocato questo millennio così destrutturato, cominciato con un avvenimento che ancor oggi, a vent’anni di distanza, appare incredibile (l’attacco alle Torri Gemelle) e continuato tra guerre, crisi climatiche e pandemiche e, da ultimo, perfino tra risse diplomatiche tra alleati? Un millennio dove sono saltate le gerarchie in cui credeva e le certezze su cui poggiava la sua visione del mondo, dell’Italia e di Torino. Che, come ha ricordato su queste pagine Ezio Mauro, per l’Avvocato era «molto più di una città, una natura del luogo e delle persone, un modo di essere, a…

C'è una domanda che resterà sospesa sul convegno che il Polo del ’900 dedica oggi a Torino alla figura di Gianni Agnelli (“Quando c’era l’Avvocato”), con un titolo che mette a fuoco le sue due grandi sfere di interesse e di attenzione: “Lo sguardo sul mondo, il rapporto con Torino”.

Come avrebbe vissuto l’Avvocato questo millennio così destrutturato, cominciato con un avvenimento che ancor oggi, a vent’anni di distanza, appare incredibile (l’attacco alle Torri Gemelle) e continuato tra guerre, crisi climatiche e pandemiche e, da ultimo, perfino tra risse diplomatiche tra alleati? Un millennio dove sono saltate le gerarchie in cui credeva e le certezze su cui poggiava la sua visione del mondo, dell’Italia e di Torino. Che, come ha ricordato su queste pagine Ezio Mauro, per l’Avvocato era «molto più di una città, una natura del luogo e delle persone, un modo di essere, addirittura un deposito di tradizione».

Non a caso Giulio De Benedetti, che ne fu direttore dal 1948 al 1968, affermava che La Stampa - uno dei tre pilastri, con la Fiat e la Juventus su cui poggiava la piemontesità di Gianni Agnelli - dovesse essere «un grande giornale piemontese ed europeo», sottolineandone così un certo distacco dalla centralità romana della politica.

La domanda resterà ovviamente inevasa. Ma non credo sia difficile intuire la risposta. Perché Gianni Agnelli era intrinsecamente un uomo del Novecento, ancora di più di quella parte del Novecento che lo storico inglese Eric Hobsbawn ha definito in un celebre saggio “il Secolo breve”, circoscrivendolo agli anni che vanno dal 1914, la Prima guerra mondiale, al 1991, il crollo dell’Unione Sovietica. Soprattutto in quella fase che Hobsbawn chiama “l’Età dell’oro” (dal 1945 al 1973, l’anno della guerra del Kippur), il Novecento è stato un secolo in bianco e nero, per usare una metafora consona alla passione calcistica dell’Avvocato, dove il Bene e il Male si dividevano con un taglio netto e questa contrapposizione era perfettamente conforme alle sue gerarchie, alla sua visione del mondo e dell’Italia. Era convintamente atlantista e amico dell’America, tanto che nel 1976, quando sembrava che il Pci potesse vincere le elezioni, aveva confidato a Ugo La Malfa che sarebbe stato disposto a offrirsi come ambasciatore-garante dell’Italia a Washington.

Non a caso Henry Kissinger era suo amico e sodale nell’approccio al rapporto tra Est e Ovest, che era allora l’unica chiave di lettura geopolitica di un mondo rigidamente bipolare (il Bene e il Male, appunto). Ma Kissinger, maestro di “Realpolitik”, sosteneva che con l’Urss, che del Male era “l’Impero”, come ebbe a dire poi Ronald Reagan, bisognava mescolare il contenimento con il dialogo (containement, secondo la famosa dottrina lanciata nel 1948 da George Kennan, ma anche engagement). Insomma, il bastone e la carota. E quando l’Urss fu sull’orlo della carestia per un fallimentare raccolto, offrì al Cremlino grano americano in cambio dei visti rifiutati agli ebrei sovietici. La fabbrica di automobili a Togliattigrad percorreva in fondo lo stesso solco e ricordo che un giorno di giugno del 1970, a Mosca, reduce da una visita a Togliattigrad, Agnelli mi parlò, con un tono di sorpresa ammirazione, della competenza di Aleksej Kosygin, il primo ministro considerato il più aperto verso l’Occidente della “trojka” (con Breznev e Podgornyj) che guidava allora l’Urss.

Anche in Italia le radici ideologiche dell’Avvocato, anticomunista convinto, non gli impedivano il dialogo e i rapporti di lavoro con chi riteneva competente e soprattutto leale. Aveva stima di Luciano Lama, che giudicava un galantuomo (e che era anche molto juventino). E nel Pci aveva relazioni soprattutto con Giorgio Napolitano, che ne era il cosidetto “ministro degli Esteri” e sarebbe stato il primo dirigente del partito a essere invitato negli Stati Uniti.

Ma quello era appunto un secolo in bianco e nero, come la maglia di calcio tanto amata da Gianni Agnelli (un giorno mi disse che perfino vedere quella dell’Udinese lo emozionava).

È finito con il crollo dell’Urss e, dunque, dell’“Impero del Male”. Però non è finita la Storia, come aveva predetto Francis Fukuyama. Anzi è ricominciata. Ma in un modo, e in un mondo, che sicuramente non sarebbe piaciuto all’Avvocato.