Ecco il Museo del cinema realizzato da Renzo Piano
dal nostro inviato Dario Pappalardo , dal nostro inviato Dario PappalardoLOS ANGELES - Tom Hanks va diritto al punto: "Questo sarà il Partenone di Los Angeles". Siamo nella Città degli angeli: Wilshire Boulevard, angolo con Fairfax. Il cinema abita qui adesso. In questa struttura modernista di fine anni Venti fatta di ferro e vetro, riqualificata e contaminata da nuovi innesti: un cilindro dorato e una sfera puntata verso le colline e il cielo. L'Academy Museum realizzato da Renzo Piano è pronto per l'apertura al pubblico del 30 settembre. O quasi. Ci sono gli ultimi ritocchi, i nastri adesivi sulle porte a vetri e sul pavimento, ma l'atmosfera è già quella da lieto evento: si celebra la nascita di un nuovo museo, il primo e il più importante dall'inizio della pandemia. E per la California, che lotta tuttora con l'emergenza, è davvero una scommessa. Hollywood non aveva ancora un vero spazio dedicato alla ragione per cui è diventata Hollywood. Sono passati decenni da quand…
LOS ANGELES - Tom Hanks va diritto al punto: "Questo sarà il Partenone di Los Angeles". Siamo nella Città degli angeli: Wilshire Boulevard, angolo con Fairfax. Il cinema abita qui adesso. In questa struttura modernista di fine anni Venti fatta di ferro e vetro, riqualificata e contaminata da nuovi innesti: un cilindro dorato e una sfera puntata verso le colline e il cielo. L'Academy Museum realizzato da Renzo Piano è pronto per l'apertura al pubblico del 30 settembre. O quasi. Ci sono gli ultimi ritocchi, i nastri adesivi sulle porte a vetri e sul pavimento, ma l'atmosfera è già quella da lieto evento: si celebra la nascita di un nuovo museo, il primo e il più importante dall'inizio della pandemia. E per la California, che lotta tuttora con l'emergenza, è davvero una scommessa. Hollywood non aveva ancora un vero spazio dedicato alla ragione per cui è diventata Hollywood. Sono passati decenni da quando l'Academy of Motion Pictures, l'istituzione che assegna i premi Oscar ogni anno, aveva iniziato a immaginarlo.
Nel frattempo, il cinema non è più quello di una volta. E, allora, attraversare le sale è un po' come tuffarsi nell'unica archeologia possibile di questo lembo di terra che ha nutrito l'immaginario planetario del XX secolo. Nelle teche si conservano artifici e memorabilia diventati ormai più veri della realtà. Se le scarpette di Dorothy del Mago di Oz - quelle vere indossate da Judy Garland nel capolavoro del 1939 - potessero parlare, racconterebbero anche le ombre di un mondo che qui appare solo splendente e politicamente corretto. Ecco lanterne magiche, macchine da presa di inizio Novecento, vestiti di scena e lustrini. E Oscar, tanti Oscar, tirati a lucido e divisi secondo una scientifica ed equa ripartizione per origini dei vincitori: afroamericani, latini, asiatici.
La Grand Lobby ha il nome di Sidney Poitier, primo attore nero trionfatore come miglior protagonista. Uno spazio è interamente dedicato all'epopea di Oscar Micheaux, decano della cinematografia afro; un altro, invece, a Spike Lee. Black Lives Matter e la Cancel Culture sono passati di qui e hanno ridisegnato la concezione dello spazio. Ci sono lo slittino di Quarto Potere (Rosebud!) di Orson Welles, i vestiti di Marilyn e Shirley Temple, ma una galleria fotografica ricorda le donne che hanno infranto per prime il soffitto di cristallo, almeno nella storia del cinema: da Hattie McDaniel, la Mammy di Via col Vento, a Barbra Streisand. Insomma, addio misoginia e Oscar so White.
"Solo l'Academy poteva realizzare un'impresa del genere", dice il direttore e presidente Bill Kramer, "qui si possono sperimentare tutte le fasi di produzione di un film, in quasi 28 mila metri quadri da percorrere, ma il gioiello che corona la struttura è la sfera di Renzo Piano. Senza di lui non sarebbe stato possibile tutto questo".
L'intervista. Renzo Piano: "Così ho dato una casa al cinema" di Federico Rampini
L'architetto Pritzker Prize, appena sbarcato a Los Angeles per l'inaugurazione, si schermisce: "È sempre pericoloso parlare per un architetto, costruire è un'avventura che non si percorre mai da solo. Il mare e il cinema sono state le cose più importanti della mia infanzia. Poi sono diventato un architetto geloso dei registi che si occupano del difficile rapporto tra luce e ombra. Qui in questo museo le due strade si sono incontrate. Ma la mia non chiamatela sfera: è un dirigibile che porta verso altri mondi. Una bolla di sapone che non scoppierà mai".
La curatrice Jacqueline Stewart ha vigilato sull'inclusività perché questo non diventi il tempio della sola cultura americana. E infatti le prime mostre e retrospettive vanno da tutt'altra parte. Al quarto piano - va bene che c'è lo squalo di Steven Spielberg - ma si celebra il mondo di Hayao Miyazaki che fingendo di lavorare per i bambini aveva già descritto in capolavori animati pandemie e disastri ecologici. Sulle pareti lo dimostrano bozzetti, video dei film mandati in loop, modellini e persino le caprette di Heidi. Arriveranno poi omaggi a Pedro Almodovar, all'età d'oro del cinema messicano e ad Anna May Wong, prima asiatica a Hollywood. "Mi sento Han Solo in mezzo ai cavalieri Jedi", scherza Tom Hanks e dice ottimista: "I film sono ancora quello che erano, fanno sognare. Questa sarà la lanterna magica più grande del mondo". A collaborare nell'impresa c'è anche Netflix. Almeno a Hollywood è scoppiata la pace.