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Sinistra, non cedere al conformismo

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In America l’estremismo progressista rischia di diventare pensiero dominante: prosegue il dibattito sulla deriva illiberale aperto dall'Economist e continuato sulle pagine del nostro giornale
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A inizio settembre l'Economist ha pubblicato una copertina significativa: The danger of the illiberal left. Avendo speso gli ultimi anni a (giustamente) bombardare il populismo di destra, da Trump a Putin, passando per Bolsonaro, Orbán ed Erdogan, il risveglio del settimanale è stato benvenuto.

L'analisi prende spunto da quello che sta succedendo nel mondo anglosassone, ma è importante cominciare a rifletterci anche in Italia. In buona sostanza, l'Economist ricorda che i populisti di destra si distinguono per il loro favore verso politiche autoritarie all'interno, protezioniste e nazionaliste all'esterno, facendo ricorso a una retorica che a volte confina col razzismo e sempre invoca valori culturali di chiusura e occasionalmente anti-scientifici. Non c'è dubbio che costoro siano avversari di chi si rifà ai valori del liberalismo classico che si basa sulla tolleranza, sulla ragione e i diritti dell'individuo, civili, poli…

A inizio settembre l'Economist ha pubblicato una copertina significativa: The danger of the illiberal left. Avendo speso gli ultimi anni a (giustamente) bombardare il populismo di destra, da Trump a Putin, passando per Bolsonaro, Orbán ed Erdogan, il risveglio del settimanale è stato benvenuto.

L'analisi prende spunto da quello che sta succedendo nel mondo anglosassone, ma è importante cominciare a rifletterci anche in Italia. In buona sostanza, l'Economist ricorda che i populisti di destra si distinguono per il loro favore verso politiche autoritarie all'interno, protezioniste e nazionaliste all'esterno, facendo ricorso a una retorica che a volte confina col razzismo e sempre invoca valori culturali di chiusura e occasionalmente anti-scientifici. Non c'è dubbio che costoro siano avversari di chi si rifà ai valori del liberalismo classico che si basa sulla tolleranza, sulla ragione e i diritti dell'individuo, civili, politici ed economici.

Tuttavia, sta prendendo piede, soprattutto negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, una sinistra illiberale che non è assimilabile ai vecchi marxisti che sognavano la Società Comunista dove il dissenso era comunque soppresso e l'iniziativa del singolo compressa. Qui parliamo di una corrente di opinione che in teoria parte da princìpi di eguaglianza di fronte alla legge, pari opportunità, democrazia, ma li distorce in modo da renderli irriconoscibili. Il postulato è che nelle società occidentali ci sia una ingiustizia "strutturale" che discrimina contro le minoranze etniche, le donne, la comunità Lgbqt+, alcune religioni, e così via.

Poiché tutto questo sarebbe riconducibile a un "white male privilege", l'eguaglianza formale non avrebbe più molto senso e si dovrebbero sradicare queste differenze strutturali a costo di censurare idee diverse e riscrivere il passato (la famosa "cancel culture"). Ogni fenomeno sociale dovrebbe essere letto con queste lenti e il legislatore trarne le conseguenze istituendo quote, protezioni, censure, redistribuzione e così via. Chi minaccia i valori di diversità, inclusione, eguaglianza, deve essere boicottato dalle istituzioni, dai consumatori e dai datori di lavoro. Un tribalismo permanente e vittimista sostituirebbe la società (tanto cara al liberalismo) degli individui che cooperano volontariamente tra loro.

Orbene, non mi soffermerò sulla situazione all'estero: vaste programme. La situazione in Italia mi sembra più interessante proprio perché ancora in piena evoluzione.

Perché ritengo che la sinistra illiberale rappresenti un pericolo potenzialmente più inquietante dello sguaiato sovranismo reazionario? Verrebbe da dire perché sono un marxista. Fu il filosofo di Treviri che nel 1849 scrisse in coppia con Engels L'ideologia tedesca dove si affermava: "Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante". Negli anni '20 del XX secolo fu invece Antonio Gramsci che si pose il problema dell'egemonia culturale come presupposto per il cambiamento della struttura economica.

Ordunque, in Italia la destra populista non pone grandi pericoli sotto questo profilo: il pensiero alla base delle sue posizioni politiche è veramente debole non solo da un punto di vista razionale ma anche perché non trova spazio, salvo qualche scoppiettante eccezione, né nelle università, né tra i media, né tra capitalisti, professionisti, manager, giudici, alti burocrati. Non ci sarebbero Pirandello, Ungaretti, D'Annunzio, Gentile, Barzini e Malaparte pronti a firmare un eventuale Manifesto Sovranista.

Al contrario, se quello che sta accadendo in America può servire da memento, per la prima volta nella storia moderna potrebbe verificarsi l'alleanza tra la maggioranza di tutti i soggetti sopra citati (compresa "la classe che dispone dei mezzi di produzione" pronta a piegarsi ed anzi incoraggiare qualsiasi strampalato progressismo). In una società come quella italiana, con meno anticorpi di quella anglosassone rispetto all'estremismo e all'ideologismo, ciò potrebbe portare ad un conformismo soffocante e difficile da sradicare. Chi a sinistra ha a cuore la libertà e la liberazione dell'umanità, non può che inorridire di fronte a tale prospettiva.

Il dibattito
Sul tema della “sinistra illiberale” lanciato dell’Economist sono intervenuti su queste pagine Ezio Mauro, Carlo Galli e Bill Emmott (intervistato da Enrico Franceschini)