Un nuovo contratto sociale ci salverà
di Gianni Riotta , di Gianni RiottaNel primo capitolo del capolavoro di Lev Tolstoj Guerra e Pace, durante lo sfarzoso ricevimento nel salotto aristocratico di Anna Pavlovna, il giovane e focoso liberale Pierre Bezuchov invoca, davanti alla nobiltà zarista, gli ideali francesi del 1789, impugnati da Napoleone, esclamando "La rivoluzione è stata un evento di immensa portata". Gli ospiti son indignati e, sprezzante, un visconte conservatore sibila "Contrat Social!". Il titolo del saggio del 1762 del filosofo Jean-Jacques Rousseau diventa, nelle sale lucenti dell'impero, slogan feroce contro i sogni di Bezuchov e basta ad umiliarlo davanti agli ultimi feudatari.
Fossero oggi tra noi, quei personaggi litigherebbero, come allora, sul "Contrat social", quello del XXI secolo stavolta, cui il saggista americano Alec Ross dedica il suo nuovo volume, I furiosi anni Venti, la…
Nel primo capitolo del capolavoro di Lev Tolstoj Guerra e Pace, durante lo sfarzoso ricevimento nel salotto aristocratico di Anna Pavlovna, il giovane e focoso liberale Pierre Bezuchov invoca, davanti alla nobiltà zarista, gli ideali francesi del 1789, impugnati da Napoleone, esclamando "La rivoluzione è stata un evento di immensa portata". Gli ospiti son indignati e, sprezzante, un visconte conservatore sibila "Contrat Social!". Il titolo del saggio del 1762 del filosofo Jean-Jacques Rousseau diventa, nelle sale lucenti dell'impero, slogan feroce contro i sogni di Bezuchov e basta ad umiliarlo davanti agli ultimi feudatari.
Fossero oggi tra noi, quei personaggi litigherebbero, come allora, sul "Contrat social", quello del XXI secolo stavolta, cui il saggista americano Alec Ross dedica il suo nuovo volume, I furiosi anni Venti, la guerra fra aziende, stati e persone per un nuovo stato sociale, tradotto da Giancarlo Carlotti per Feltrinelli. Secondo Ross, che creò, da pioniere, la strategia politica dei social media per Obama e fu poi braccio destro di Hillary Clinton Segretaria di Stato, i mali del nostro tempo, disuguaglianze e populismo, che innescano ritorno del sovranismo e radicano la diffidenza nei movimenti No Vax e No Greenpass, sono generati dalla rottura del contratto sociale classico. Dai primi esperimenti del cancelliere Bismarck in Germania, al New Deal e alla Social Security Usa, fino al welfare seguito in Europa alla Seconda Guerra Mondiale, per generazioni, il mondo occidentale, dopo i secoli dell'agricoltura, la rivoluzione industriale e i movimenti di classe, era persuaso che ogni neonato, in ogni famiglia, sarebbe stato più abbiente di genitori e nonni.
Questa formula, dimostra Ross in pagine ricche di interviste, dati, episodi, si è spezzata, arricchendo all'infinito il top 1% della classe dirigente, soprattutto quella nutrita dal boom tecnologico della New Economy digitale, impoverendo sempre di più chi sta sotto la linea del 50% nella piramide sociale, e lasciando stagnare la ricchezza del ceto medio. I poveri hanno perso in 30 anni 770 miliardi di euro nella loro vita quotidiana, i ricchi, pochissimi di numero, ne hanno guadagnati 18.000, operai e impiegati, "tute blu" e "colletti bianchi" del boom economico anni '50 e '60, languono nell'immobilismo.
Quando la scala mobile sociale si blocca, e la speranza di veder progredire la propria famiglia diventa paura di cadere nella miseria, l'armonia sociale si spezza e il risentimento si moltiplica, anche perché, denuncia Alec Ross, non è più all'opera un robusto movimento sindacale popolare, capace di rappresentare valori e interessi degli ultimi.
Su questa trincea ideologica, letteratura scientifica e pamphlet politici tendono a schierarsi, da una parte o dall'altra. Critici risoluti della globalizzazione, dal Nobel Stiglitz al polemista tardo-marxista Žižek, dal regista premio Oscar Moore al linguista militante Chomsky, vedono un mercato nocivo dominare il 2021. Sullo spalto opposto, voci come l'economista Bhagwati, il columnist del New York Times Friedman, l'ex direttore dell'Economist Emmott riflettono sulla gigantesca ondata di benessere che ha sollevato dalla fame miliardi di esseri umani, in India, in Cina, in America Latina, dopo millenni di miseria, grazie ai liberi scambi.
Alec Ross, in sintonia con altri studiosi, da Moises Naim a Enrico Moretti, offre un punto di vista alternativo, riconoscendo come tecnologia, culture digitali, mercati internazionali possano sì creare una nuova geografia del lavoro, a patto però di approvare quel nuovo "contratto sociale", che indigna in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, gli eredi del visconte di Tolstoj contro riders, salario minimo garantito, ricercatori pagati appena 1200 euro al mese.
Da tempo, l'autore è interessato all'Italia, ha studiato a Bologna e insegnato, nei giorni peggiori del Covid, alla Bologna Business School, dopo seminari a Columbia University e King's College. L'introduzione all'edizione italiana è dunque libro nel libro, perché Ross articola sul nostro paese la sua disamina. Al governo di Mario Draghi, ai media e alla classe dirigente Alec Ross indirizza, risoluto, quattro strategie: "Primo: la digitalizzazione... La lentezza italiana nella costruzione delle infrastrutture digitali costa cara... Dobbiamo intervenire sulle barriere strutturali che stanno frenando la digitalizzazione in Italia e la ricchezza che può creare.
Secondo: dobbiamo aiutare una nuova generazione a emergere. Credo di essere ancora giovane... ma i Ceo di tutte le aziende in cui abbiamo investito \[con il nostro fondo\] sono più giovani di me... Microsoft, Google, Amazon, Facebook, Twitter, AirBnB sono state fondate da ventenni. I giovani commettono errori, ma vedono il mondo con occhi ambiziosi. L'Italia ha bisogno di queste nuove visioni e di queste ambizioni per ricostruirsi.
Terzo: più potere alle donne. Le donne sono la risorsa più sottoutilizzata nell'economia italiana. Non credo che dovremmo dar loro potere solo perché è corretto dal punto di vista della giustizia sociale, ma perché è interesse delle imprese e dell'economia... Quarto: dobbiamo essere più ottimisti perché soltanto gli ottimisti cambiano il mondo. I pessimisti non inventano nulla di nuovo e non fanno rivoluzioni... Per stare lontani dal crepuscolo grigio dobbiamo sforzarci di essere ottimisti, di combattere e vincere".
I furiosi anni Venti offrono scenari desolanti, campagne devastate da politiche errate, periferie alienate dalla disoccupazione, nazioni spogliate dal disastro climatico, tecnologie usate per alzare dividendi e non posti di lavoro: eppure, mai, Alec Ross perde la speranza "sociale" in un avvenire migliore. Questa tradizionale passione "yankee" rende il suo saggio imperdibile, soprattutto in un paese, come il nostro, che non cresce da una generazione e rischia di declinare per sempre, se non gioca con sagacia e coraggio le carte del piano europeo Pnrr. In queste pagine ci sono i nostri destini, crescita o sconfitta, e le agende per affrontarli. Come, e se farlo, è scelta decisiva per le coscienze di una nazione intera.
Instagram @gianniriotta
Il video sul nostro sito: Da oggi sul sito di Repubblica il video dell’intervista che Alec Ross ha rilasciato a Gianni Riotta
Il libro: I furiosi anni Venti di Alec Ross (Feltrinelli, Traduzione Giancarlo Carlotti, pagg. 304, euro 19)