George Orwell, la Catalogna e le armi dello scrittore
di Matteo Nucci , di Matteo NucciIl 22 dicembre 1936, George Orwell lasciò Londra per raggiungere, quattro giorni dopo, Barcellona, unirsi ai combattenti in difesa della democrazia e vivere mesi che si sarebbero rivelati decisivi per la sua visione del mondo come uomo e come scrittore. Durante quel breve viaggio, si fermò a Parigi un giorno intero a sbrigare faccende burocratiche. Fece tutto di fretta. Voleva trovare il tempo, prima di ripartire con il treno di mezzanotte, di far visita a Henry Miller verso cui nutriva stima – ricambiata – di scrittore. Furono momenti intensi destinati a entrare nella storia. Miller, infatti, lo accolse con affetto ma non fece sconti: gli disse subito che andare a combattere in Spagna era da idioti, che le chiacchiere sulla difesa della democrazia erano prive di senso e che per la libertà semmai si combatte in proprio, perché è qualcosa di individuale. Orwell non si lasciò intimorire da quel disincanto che si manifestava in forme di cinismo. Ribadì ciò di cui era convinto, ossia che la libertà è indissolubilmente legata alla democrazia, e che anche un artista, se vuole essere libero, non può vivere fuori di essa.
Al di là di posizioni politiche e filosofiche inconciliabili, i due scrittori però si sentirono vicini. Al punto che Orwell volle abbandonare i temi ideali in favore di quelli che gli 4scavavano dentro. Confessò, così, di sentirsi ancora profondamente in colpa per aver servito cinque anni (dal ’22 al ’27) come agente della polizia coloniale – l’Indian Imperial Police Force – in Birmania. Forse era anche quella colpa a spingerlo in Spagna? Miller fu fulmineo. Gli chiese se non si fosse già punito abbastanza vivendo la vita dei diseredati, entrando corpo e anima fra i reietti di una società che non fa sconti a nessuno, abbandonandosi a quelle dimensioni di difficoltà estrema da cui era nato un libro come Senza un soldo a Parigi e Londra.
Il paesaggio birmano viene evocato per raccontare lo stato d’animo che accompagnò Orwell nel suo ritorno dal fronte aragonese, dove aveva passato i primi mesi di guerra spagnola, a Barcellona, dove tutto sarebbe davvero cambiato. Sembra un semplice espediente letterario ma c’è molto altro dietro. Proprio nel punto in cui il libro scarta verso la sua seconda parte, infatti, una cosa è chiara. Orwell si è liberato dalla colpa. La Birmania non lo perseguita più. È solo un paesaggio che può spiegare un cambiamento radicale. Ma cosa era accaduto prima che la colpa venisse rimossa e cosa sarebbe accaduto dopo e quali altre colpe avrebbero preso il largo?
Omaggio alla Catalogna è un libro diviso in due parti speculari. La sua unità perfetta propone al lettore un gioco di specchi in cui è possibile seguire la trasformazione dello scrittore e quella della guerra di Spagna, passaggi così evidenti e drastici e preparati con tanta intensità da rendere possibile la trasformazione dello stesso lettore. La prima parte del libro racconta l’entusiasmo umano della rivoluzione socialista, ovvero ciò di cui Orwell fa esperienza immediata al momento del suo arrivo a Barcellona e che si sedimenta durante i mesi di trincea sul fronte aragonese. Una società senza classi. È così che gli appare la città catalana nel dicembre del 1936. E così funziona la milizia in cui Orwell va a combattere. Tutti i costi di questa rivoluzione umana passano in secondo piano.
Per scrivere certe scene bisogna viverle. Bisogna viverle fino in fondo. E bisogna aver provato il freddo, la fame, le carenze di ogni genere di necessità. Bisogna aver fatto a pugni con un ratto, aver meticolosamente ucciso mille piattole pronte a rigenerarsi e aver dormito letteralmente nella merda dei compagni. Bisogna essersi abbandonati a ciò che meno si vorrebbe vivere se poi si vuole davvero ricrearlo e inciderlo in un libro che più di ottant’anni dopo continua a commuoverci.
Tratto da Omaggio alla Catalogna di George Orwell (Bur Rizzoli contemporanea), traduzione di Daniele Petruccioli