✕

A proposito di Macaluso comunista senza chiesa

Emanuele Macaluso (1924-2021) 
Scomparso a gennaio a 97 anni, vestendo i panni di dirigente comunista e sindacale, ha attraversato da protagonista il secolo breve: a lui è stata dedicata una giornata di studi dai senatori del Pd insieme alla Fondazione Gramsci
1 minuti di lettura

ROMA

Difficile separare la storia personale e politica di Emanuele Macaluso, “ultimo comunista togliattiano”, da quella del nostro Paese. E il convegno di studi, organizzato ieri dai senatori del Pd insieme alla Fondazione Gramsci e inaugurato dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, non ha fatto che confermarlo. Macaluso, scomparso lo scorso 19 gennaio a 97 anni, vestendo i panni di dirigente comunista e sindacale, ha attraversato da protagonista la lunga e movimentata stagione del secolo breve.

Personalità dalle molte sfaccettature, a volte anche contraddittorie, ha però sempre seguito una stella polare: la difesa delle classi più deboli, la ricerca di un’unità tra le due componenti della sinistra, quella comunista e quella socialista, e l’attitudine dialogante che lo ha reso interlocutore privilegiato anche dei radicali sul tema dei diritti civili, come ha sott…

ROMA

Difficile separare la storia personale e politica di Emanuele Macaluso, “ultimo comunista togliattiano”, da quella del nostro Paese. E il convegno di studi, organizzato ieri dai senatori del Pd insieme alla Fondazione Gramsci e inaugurato dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, non ha fatto che confermarlo. Macaluso, scomparso lo scorso 19 gennaio a 97 anni, vestendo i panni di dirigente comunista e sindacale, ha attraversato da protagonista la lunga e movimentata stagione del secolo breve.

Personalità dalle molte sfaccettature, a volte anche contraddittorie, ha però sempre seguito una stella polare: la difesa delle classi più deboli, la ricerca di un’unità tra le due componenti della sinistra, quella comunista e quella socialista, e l’attitudine dialogante che lo ha reso interlocutore privilegiato anche dei radicali sul tema dei diritti civili, come ha sottolineato Emma Bonino. Una «eredità preziosa», la capacità di dialogo oltre ogni dogmatismo, l’hanno definita il socialista Giuliano Amato, ma anche l’ex ministro Valeria Fedeli, il filosofo Mario Tronti, il regista Giuseppe Tornatore e il vicepresidente pd Giuseppe Provenzano.

Siciliano di Caltanissetta dove nel 1941 aderì al Pci in clandestinità per diventare poi esponente di spicco della componente migliorista-riformista insieme a Giorgio Napolitano (che ieri ha inviato un messaggio toccante), Macaluso ha saputo trasformare la rabbia per i dolori della sua terra, la povertà, le ingiustizie subite nelle zolfatare prima e dai contadini dopo, nel motore di un’azione politica positiva che lo ha visto in prima linea anche nella riforma agraria degli anni ’50.

«Nel sindacato era più a suo agio perché si sentiva più libero», ha ricordato Provenzano. E questo bisogno di libertà ha contrassegnato sempre anche il suo modo di stare dentro il Pci togliattiano prima e berlingueriano dopo, tanto da subire la definizione di “eretico”. Ma la sua era solo una sana «coscienza critica», ha ribadito la penalista Grazia Volo. Critico, Macaluso, lo è stato anche sul tema della giustizia «là dove la maggioranza della sinistra era giustizialista, lui faceva parte di una minoranza che aveva a cuore il primato della politica», ha spiegato Giovanni Fiandaca. Impossibile non ricordare la sua posizione dissenziente sul processo Andreotti e su Mani pulite. «E chissà oggi come avrebbe commentato la sentenza sulla trattativa», si è chiesto provocatoriamente Claudio Martelli.