Cultura

Il sentimento del non so che

Il sentimento del non so che
Il Memoria Festival di Mirandola è dedicato al tema "Alla ricerca dell’inafferrabile". Pubblichiamo l'intervento del direttore della rassegna
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La malinconia dell’orangutan, “nel fondo misterioso della giungla”, sembra a Ortega y Gasset uno spettacolo “equivoco” della natura. “Normalmente gli animali sono felici – dice – La nostra sorte è opposta”, perché, al contrario di quelle della natura, “le faccende umane sono irrealizzabili”. L’autore intende dire che non sono mai realizzabili completamente, che hanno sempre un qualcosa, un resto, di imprendibile.

L’imprendibile sta scritto certamente nella storia di Mirandola, la quale, per gli eserciti francesi che non riuscivano mai ad espugnarne le mura, era diventata “l’Imprenable” per antonomasia, ma è anche inscritto nella storia di ciascuno di noi come quella particella indistruttibile di utopico che completa ogni nostro miraggio, rifinisce ogni nostro progetto e completa ogni nostra azione. Per questo lo si inseguirà da più parti durante il Memoria Festival di ottobre, anche se la sua caratteristica essenziale resterà appunto l’irraggiungibilità.

José Ortega y Gasset ne parlava nel suo famoso saggio su Miseria e splendore della traduzione. “Non è forse il tradurre, irrimediabilmente, un’aspirazione utopica?”, si domandava, e questo infinito avvicinamento di due voci e di due parole che non arrivano mai a sovrapporsi, a prendersi, non è forse l’emblema del fare umano? Da qui passava al “conoscere”, che resta per sempre un’approssimazione, al fare giustizia, che comporta spesso “qualche furfanteria”, all’amare, che rimane spesso promessa di ciò che non avverrà mai completamente. Tuttavia, l’imprendibile non muove contro il fare, anzi, lo provoca.

È nel gesto dello scrittore, il quale cerca di sottrarsi sempre al convenzionale della lingua che usiamo tutti per cercarne un senso più vero e più universale in un altrove che crea mentre lo cerca. Come l’universo che crea lo spazio dove espandersi, così lo scrittore crea luoghi, sentimenti figure che non sanno ancora di esistere. Nemmeno il poeta sa, o meglio può, dire esattamente dove trovi la poesia, che pure a noi lettori parla direttamente e ci incontra. E la lettura, appunto? Quest’atto così quotidiano, così “naturale”, che impariamo fin da bambini, non nasconde qualcosa di non pienamente dominabile, ma di cui andiamo consapevolmente o inconsapevolmente in cerca ogni volta che iniziamo a compierlo?

La lettura non è il patto con il diavolo più frequente che ci sia? Il diavolo, con la lettura, promette di darci mondi sconosciuti, vite che non potremmo mai vivere tutte insieme, sentimenti così forti che non potremmo mai provare. Ma in cambio vuole, non la nostra anima, ma la nostra felicità. Mario Vargas Llosa ha detto una volta che leggere rende più ricchi ma più infelici. Chi non conosce i mondi possibili della lettura vivrà una vita più povera ma più serena, chi invece sa che potrebbero esistere o che sono esistiti, vivrà una vita più intensa ma ne sentirà la mancanza perché non potrà mai prenderli tutti, come invece vorrebbe.

Con la teoria della relatività e la fisica quantistica, la scienza ci ha portato fin dentro l’imprendibile, ce ne ha fatto fare, quasi, l’esperienza. E, all’altro estremo dell’assoluto, il più bel racconto che chi ha fede può fare a chi non ne ha è come e perché cerchi ciò in cui crede. Così un sacerdote, molto tempo fa, spiegava che Dio non è mai dietro di noi, ma davanti a noi, e che il senso del mondo per un credente sta nel cercarlo, non nella banale presunzione, o nella commovente ingenuità, di averlo trovato. E preso.

Non meno stupefacente è, però, che l’imprendibile colori con diffusa equità anche le nostre vite quotidiane, quegli istanti in cui, tra passato e futuro, decidi chi essere e cosa fare, quell’esperienza, come scriveva Rachel Bespaloff in uno splendido saggio su Montaigne, che “non promette sicurezza né stabilità”. E quale esperienza è più diffusa dell’amicizia? Quasi tutti ne abbiamo o ne abbiamo avuto esperienza, e quando non c’è, non si dà, la cerchiamo disperatamente. Ma non è questa la sua imprendibilità. Il suo imprendibile è che non riusciamo mai a definirla una volta per tutte, a differenza di altri modi di sentire, primo fra tutti l’amore. Dai Greci a noi, quasi ogni secolo ha avuto un saggio o un libro importante sull’amicizia, ma lei ci sfugge, la sentiamo, ma non la possediamo. E forse l’amico è proprio questo: la diversità che ci sta accanto, l’affinità che non ha l’uguale. Soprattutto, forse, la gratuità. Dell’amicizia ci interessa il disinteresse. Verrebbe da dire che non riusciamo a definirla perché non osiamo credere a quello che stiamo facendo. Non c’è ratio nell’amicizia, c’è sentire. Ma se l’imprendibile sta fin dentro l’esperienza che più ci definisce, non sarà sempre da lì che dovremmo ripartire?