Mio figlio che voleva bene agli ultimi
di Antonia Salzano Acutis , di Antonia Salzano AcutisCarlo, mio figlio, amava ricominciare. Aveva quindici anni quando nel settembre 2006 tornammo a Milano dalle vacanze estive. Ricordo un senso di spensieratezza. I miei sentimenti, in particolare, erano di gioia e di serenità. Tutto avrei immaginato potesse capitarci tranne che quella tempesta che venne, inaspettata e violenta, a travolgere la nostra vita, a investirci come un improvviso temporale estivo.
L'ultimo giorno di scuola di Carlo fu il 30 settembre. Frequentava il liceo classico all'Istituto Leone XIII. Uscì particolarmente stanco. Decidemmo comunque di andare a pranzo fuori. Carlo volle poi andare a Messa. Lo assecondammo. Io e mio marito avevamo da qualche tempo scoperto la fede. L'avevamo scoperta grazie a lui. Prima che ciò avvenisse ero andata a Messa soltanto tre volte: il giorno del mio battesimo, il giorno della prima comunione e il giorno del matrimonio. E così, di fatto, anche mio marito. Non che fossimo contrari alla fede. …
Carlo, mio figlio, amava ricominciare. Aveva quindici anni quando nel settembre 2006 tornammo a Milano dalle vacanze estive. Ricordo un senso di spensieratezza. I miei sentimenti, in particolare, erano di gioia e di serenità. Tutto avrei immaginato potesse capitarci tranne che quella tempesta che venne, inaspettata e violenta, a travolgere la nostra vita, a investirci come un improvviso temporale estivo.
L'ultimo giorno di scuola di Carlo fu il 30 settembre. Frequentava il liceo classico all'Istituto Leone XIII. Uscì particolarmente stanco. Decidemmo comunque di andare a pranzo fuori. Carlo volle poi andare a Messa. Lo assecondammo. Io e mio marito avevamo da qualche tempo scoperto la fede. L'avevamo scoperta grazie a lui. Prima che ciò avvenisse ero andata a Messa soltanto tre volte: il giorno del mio battesimo, il giorno della prima comunione e il giorno del matrimonio. E così, di fatto, anche mio marito. Non che fossimo contrari alla fede. Semplicemente ci eravamo abituati a vivere senza.
Il giorno dopo a Carlo salì la febbre. A cena, d'improvviso, se ne uscì con questa frase: "Offro le mie sofferenze per il Papa, per la Chiesa, per non fare il Purgatorio e andare dritto in Paradiso". Lì per lì pensammo che ci stesse prendendo in giro. Era sempre allegro e giocoso. La febbre, fra l'altro, anche se non accennava a diminuire, non peggiorava. Sabato 7 ottobre si svegliò presto. Voleva andare in bagno, ma si accorse che non riusciva a muoversi. Era colpito da una importante forma di astenia. Lo portammo alla Clinica De Marchi. Come se fosse oggi mi tornano alla memoria le parole che ci disse il primario poco dopo i primi esami: "Carlo è stato colpito, senza possibilità di dubbio, da una leucemia di tipo M3 o leucemia pro mielocita". Quando ci lasciò soli, Carlo riuscì a rimanere sereno. Ricordo che ci fece un grande sorriso e ci disse: "Il Signore mi ha dato una sveglia!".
Il giorno successivo lo trasferirono all'ospedale San Gerardo di Monza. Ricordo bene anche le parole che mi disse appena sceso dall'ambulanza: "Io da qui non esco vivo, preparati". Infermieri e medici erano stupiti da come affrontava quei momenti. Non si lamentava nonostante avesse le gambe e le braccia già gonfie e piene di liquidi. Mi disse queste parole perché non voleva che arrivassi al momento della sua morte impreparata. Mi spiegò che dal Cielo mi avrebbe mandato molti segni e che per questo dovevo stare tranquilla.
Qualche attimo prima di entrare in coma mi disse che gli era venuto un po' di mal di testa. Non mi allarmai particolarmente, perché continuavo a vederlo sì sofferente, ma insieme sereno. Pochi istanti dopo, invece, chiuse gli occhi sorridendo. Non li riaprì più. Mi sembrava di vivere in un sogno. Per certi versi tutto mi pareva inverosimile. Carlo se n'era andato in così poco tempo! Possibile fosse successo?
La mattina del 12 ottobre, l'ospedale di Monza ci diede il permesso di portare il corpo di nostro figlio a casa. La sua stanza fu trasformata in camera ardente. Il suo corpo venne deposto nel letto. Lo guardavo e non mi sembrava vero.
La notizia rimbalzò in tutto il quartiere, nella sua scuola, fra i conoscenti e gli amici. Tutti i suoi compagni di classe, dall'asilo fino al liceo, vennero informati. Il tam-tam coinvolse tantissime persone. Tutti erano increduli e sgomenti. Tantissimi vollero venire a vederlo, a salutarlo.
Il giorno del funerale era una bellissima giornata, ancora molto calda, quasi afosa. Era ottobre, ma sembrava agosto. Dopo che la bara di mio figlio venne adagiata pian piano dentro la macchina delle imprese funebri, si avviò verso la chiesa parrocchiale di Santa Maria Segreta, poco distante dalla nostra abitazione.
Appena la macchina scomparve mi sentii avvolta da un profondo senso di malinconia e da un dolore profondo. Non vedere più l'auto con dentro Carlo evidenziò il baratro, la cesura che si era creata tra me che ero rimasta sulla terra e mio figlio che era andato definitivamente in Cielo. Una voce, tuttavia, mi chiamò e mi distolse da quei pensieri. Mi chiamarono per affrettarmi.
Mi preparai e con mia madre e mia zia mi incamminai a piedi per raggiungere mio marito che si era già avviato in chiesa. Quando arrivai la trovai già gremita di gente. Man mano si riempiva sempre di più, tanto che alcune persone dovettero restare fuori. Vidi tanta gente che piangeva disperatamente, tanti volti affranti, tante emozioni che trapelavano da quei visi che mi guardavano imbarazzati perché davvero non sapevano come consolarmi.
Il funerale fu un'attestazione di quanto Carlo fosse stimato ed amato. C'erano tutti gli amici, ed anche tutti coloro che Carlo aveva aiutato. I mendicanti, i senzatetto, i diversi stranieri che aveva aiutato nel corso della sua vita erano lì perché avevano perso un vero amico. Ricordo che alcuni di loro li vidi lì per la prima volta. Davvero Carlo aveva creato una grande rete di amicizia, una rete silenziosa, non del tutto visibile quando era in vita ma che in quel momento si manifestò in tutta la sua grandezza e bellezza.
L'impressione di molti fu quella di non trovarsi a un funerale, ma a una festa. Sembrava la celebrazione di un passaggio verso un'altra vita, una vita vera. Piangevano tutti, è vero, ma nello stesso tempo tutti percepivano la presenza di tanta luce. Era come se la vita in cui Carlo era approdato volesse in qualche modo farsi presente. Ed anzi, per certi versi lo era.
Quando il sacerdote diede la benedizione finale dicendo "la Messa è finita, andate in pace", per pura coincidenza le campane della chiesa iniziarono a suonare a festa. La celebrazione, infatti, finì proprio a mezzogiorno. I numerosi sacerdoti che avevano concelebrato ci dissero che secondo loro quello era il segno che la morte di Carlo fosse l'inizio della sua vita accanto a Dio.
Spontaneamente la gente cominciò a pregare Carlo, a chiedere la sua intercessione. Era come se lo percepissero già beato. Ecco, questa cosa la voglio dire: il processo verso la gloria degli altari di Carlo non nacque a tavolino. Fu al contrario un evento di popolo, spontaneo. I fedeli, i suoi amici, la gente che in vita mio figlio aveva incrociato cominciarono a pregarlo ritenendolo con certezza capace di intercessione. Diversi miracoli avvennero e ancora oggi avvengono perché la gente crede nella possibilità che Carlo possa intercedere. Mio figlio mi disse che mi avrebbe mandato tanti segni dal Cielo e così è stato fin dal giorno del suo funerale, fin da quando, usciti da Santa Maria Segreta, abbiamo dovuto portarlo al cimitero per seppellirlo.
Il libro
Il segreto di mio figlio. Perché Carlo Acutis è considerato un santo (con Paolo Rodari, Piemme, pagg. 300, euro 17,90), di cui pubblichiamo un estratto, è la testimonianza che Antonia Salzano Acutis ha dato di suo figlio Carlo, morto per una leucemia fulminante a 15 anni nel 2006