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Perché Dante racconta il nostro Purgatorio quotidiano, il saggio di Aldo Cazzullo

Si intitola "Il posto degli uomini": la scommessa dell’autore è tutta su una lettura attualizzante del Sommo poeta
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L’idea più bella del secondo saggio dantesco di Aldo Cazzullo — Il posto degli uomini (Mondadori) — sta nel sottotitolo: “Dante in Purgatorio dove andremo tutti” (aggiungendo che all’Inferno ci andranno i nostri nemici e nel Paradiso le nostre mamme). Certo, ci andremo tutti, per la semplice ragione che già ci siamo. La vita nel Purgatorio somiglia alla nostra vita di qui: vi scorre il tempo (al contrario che nelle altre due cantiche), si susseguono albe e tramonti, la tonalità dominante è una “attesa” tinta di malinconia, familiare all’aldiqua. La scommessa dell’autore è tutta su una lettura attualizzante del Sommo poeta. Il suo è un personal essay, lietamente, puntigliosamente divulgativo, e non un saggio specialistico. L’unica obiezione è che poteva essere ancora più “personale”. In che senso?

Non sappiamo se davvero, come qui leggiamo, Dante redivi…

L’idea più bella del secondo saggio dantesco di Aldo Cazzullo — Il posto degli uomini (Mondadori) — sta nel sottotitolo: “Dante in Purgatorio dove andremo tutti” (aggiungendo che all’Inferno ci andranno i nostri nemici e nel Paradiso le nostre mamme). Certo, ci andremo tutti, per la semplice ragione che già ci siamo. La vita nel Purgatorio somiglia alla nostra vita di qui: vi scorre il tempo (al contrario che nelle altre due cantiche), si susseguono albe e tramonti, la tonalità dominante è una “attesa” tinta di malinconia, familiare all’aldiqua. La scommessa dell’autore è tutta su una lettura attualizzante del Sommo poeta. Il suo è un personal essay, lietamente, puntigliosamente divulgativo, e non un saggio specialistico. L’unica obiezione è che poteva essere ancora più “personale”. In che senso?

Non sappiamo se davvero, come qui leggiamo, Dante redivivo rinfaccerebbe ai senesi il crac del Monte dei Paschi, né se il preciso riferimento dantesco alla Barbagia prefigura una battuta di Abatantuono. Ma non importa.

L’inserimento “selvaggio” della Divina Commedia nell’immaginario pop o nella cronaca più verminosa è preferibile al suo congelamento in una nobile teca. L’aspetto più utile del libro è il suo repertorio di rifacimenti danteschi, del cinema, della letteratura, della musica leggera, etc., tra cultura alta e cultura di massa. Ma in che modo il poema dantesco — cui «ha posto mano cielo e terra» — riesce a modificare concretamente il nostro modo di pensare, di relazionarsi al prossimo e al cosmo, di scegliere tra il bene e il male? Sarebbe interessante indagarlo meglio.

Cazzullo fa benissimo a invitarci a guardare il cielo almeno una volta al giorno. Però nella volta celeste l’uomo moderno trova solo il silenzio desolante di un universo muto, indifferente, a tratti ostile (a Hegel le stelle rievocavano la lebbra!). Non è lo stesso cielo che vedeva Dante! Certo, il solo fatto che nell’Italia di oggi un poeta come Dante — «non facile e non compiacente verso il lettore» — continui a essere letto «è una specie di miracolo». Qui l’autore ha un felice scatto moralistico quando osserva che oggi «si confonde il valore con la retorica, la sensibilità con la fragilità emotiva»: i concorrenti di Masterchef piangono a dirotto se Cannavacciuolo li rimprovera...

Dante continua a premere su di noi con il suo appello a «trasumanare», e prima ancora a guardare le cose con la «mente sana». Eppure l’intera cultura della modernità (la cosiddetta “trilogia del sospetto”) nutre seri dubbi che possa esistere una “mente sana”. E ancora: il peccato per Dante nasce dall’indiscrezione, dal non sapersi fermare, mentre la nostra intera civiltà si fonda sulla cancellazione del limite (il suo motto è “just do it!”). Bisognerebbe interrogarsi, anche con più drammaticità, sulla incompatibilità tra universo dantesco dei valori — una idea di grandezza misurata sull’amore gratuito (Traiano va in Paradiso non per aver conquistato la Dacia ma per avere una volta dato ascolto a una vedovella supplice) — e i nostri idoli sociali del successo, del potere e del denaro. Leggere Dante significa mettersi in discussione, e forse correre dei rischi.

Nelle ultime pagine del libro vediamo Beatrice che, preparandosi a lasciare con Dante il Purgatorio, gli rinfaccia di essere stato un averroista radicale, dunque ateo e convinto della autosufficienza della ragione umana, come Cavalcanti. E se noi fossimo più vicini a Cavalcanti? Per Dante — pentito dell’averroismo — la «filosofia da sola, senza la fede, non spiega il mondo». Noi però, verosimilmente, siamo uomini «senza fé» (proprio come Virgilio, cui infatti è preclusa la salvezza), la nostra cultura è razionalista e immanentistica, anche se Dante ravviva la nostalgia di una misteriosa, invisibile unità del tutto («cucito con amore in un volume»).

Certo, la Commedia «ci parla pure del nostro presente» ma il Purgatorio — in quanto «mondo della amicizia, della mitezza, della cortesia» — confligge così tanto con il nostro presente, che un lettore di oggi, come Cazzullo, dovrebbe anche mostrarci in che misura lo destabilizza, oltre che consolarlo.

Il libro
Il posto degli uomini di Aldo Cazzullo (Mondadori, pagg. 288, euro 18)