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2099

Esce il 27ottobre il secondo numero di Relazioni, il nuovo progetto editoriale di Luca Sossella editore. Il numero è dedicato alla sostenibilità. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo il testo di Paolo Di Paolo
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Mi capita di domandarmi se esista davvero – un futuro collettivo che non sia stato immaginato.

Le tirannie politiche, l’olocausto nucleare, gli eccessi inquietanti di controllo sulla quotidianità – le menti sotto controllo – o di corporativismo aziendale. Robot e androidi. Uomini-macchina. Creature sintetiche. Viaggi spaziali. Alieni. Bradbury provava a “scartare tutti i futuri negativi”, mostrando una certa antipatia per i catastrofisti, ma la storia della cosiddetta fantascienza offre di rado futuri positivi. Alla rinfusa, nel mucchio di romanzi, più o meno interessanti, sui futuri potenziali che mi sono capitati sottomano negli ultimi anni, ho trovato solo futuri negativi: metropoli sommerse dalle acque per via degli effetti del disastro climatico, guerre esterne che si risolvono in distruttive e devastanti guerre interne. Colonie umane sulla Luna con case-capsule, corridoi, ascensori e scale e negozi identici a quelli visibili sul pianeta Terra. Stesse magagne: contrabbando, criminalità. L’unica cosa da invidiare alla colonia lunare? La velocità della Rete. 

Le distopie, per usare un termine quasi logoro, hanno il difetto di avverarsi. Le utopie sbiadiscono nella retorica.  

Così – se penso a un anno che certamente non vivrò – fatico a sgomberare la mia mente colonizzata dai futuri negativi. Né riesco a fare annidare, senza sentirmi più che ingenuo, patetico, un astratto futuro positivo. E d’altra parte è la parola stessa, “futuro”, che mi pare una bandiera ingannevole, sventolata sul muso dell’elettorato più incanutito, come una cambiale per interposta persona (“il futuro dei nostri giovani!”).  Così, mi dico che l’unico modo per immaginare, che so, il 2099 senza inciampare nelle immagini preconfezionate che preoccupavano il Calvino della lezione americana sulla Visibilità, l’unico modo per mettere alla prova la facoltà di “generare immagini a occhi chiusi” si gioca sul piano delle parentele.  

L’ho desunto da un libro non apocalittico ma sicuramente allarmato, un saggio narrativo intitolato Il tempo e l’acqua dell’islandese Andri Snær Magnason. Lo scrittore e attivista ambientale dedica il volume “ai miei figli, ai miei nipoti e ai miei pronipoti”. Può sembrare trascurabile; e invece, nelle pagine finali del testo, in cui Magnason tenta di fornire una “lettura emotiva” dei cambiamenti climatici, arriva questa domanda: “Quando sarà ancora vivo qualcuno a cui vuoi bene?”. 

È un pomeriggio di ottobre del 2102. Magnason spinge l’immaginazione fin lì: e vede un bosco dai colori autunnali, una piscina calda da cui “si alzano spire di vapore”, un corvo appollaiato su un lampione. Due ragazzine mangiano frittelle. La figlia dell’autore è diventata una signora di novant’anni. Nella calma del pomeriggio si attiva un dialogo di questa natura: 

“Adesso immaginiamo che vi nasca un nipote nel 2170: quando compirà ottant’anni questo bambino? Quando parlerà ancora di voi?”. 

Fanno il conto. 

“Nel 2260?”. 

“Sì, pensate un po’! Questa persona a cui vorrete bene più di ogni altra al mondo sarà ancora viva nel 2260! Provate a visualizzare il tempo. Io sono nata nel 2008 e voi conoscerete una persona che sarà ancora viva nel 2260. Sono più di 250 gli anni che si collegano attraverso di voi. L’arco di tempo sul quale potete avere un impatto diretto. Il vostro arco di tempo è il tempo di qualcuno che conoscete e a cui volete bene e che vi lascia un segno, e il tempo di qualcuno che conoscerete e a cui vorrete bene, il tempo su cui voi lascerete il segno. Qualsiasi cosa facciate ha una sua importanza. Voi create il futuro ogni giorno che passa. 

Il vostro arco di tempo è il tempo di qualcuno che conoscete. È una frase semplice, se si vuole perfino ovvia o auto-evidente, e tuttavia ha avuto – nel momento in cui l’ho incrociata – il potere di modificare la mia prospettiva sul 2099. Immaginare un futuro così remoto – a occhi chiusi – ha significato per qualche istante immaginare qualcuno in quel futuro.

E sentire uno strano e benefico e commovente radicamento nel tempo in cui non sarò – abitato o no che sia da creature sintetiche, alieni, e presumibilmente con una geografia stravolta rispetto all’attuale. Però non nel senso, che mi è sempre parso pretenzioso e dunque egoistico, di una qualche estensione, genetica, didattica, di me. No. Nel senso di un futuro che non mi appartiene e neppure mi dis-appartiene. E che ridiventa vergine anche nell’angoscia, perché da quel lato posso immaginarlo solo io.