"Senza dubbio lo Statuto non è altro che una legge democratica, l'affermazione del pieno diritto dei lavoratori ad essere cittadini italiani in ogni parte del territorio nazionale ed in ogni loro funzione". Carlo Donat-Cattin lo ha sempre raccontato così lo Statuto dei Lavoratori, rivendicando i meriti del "faticoso arco quindicennale della politica di centro-sinistra, periodo senza eguali nella storia italiana come dislocazione del potere sovrano". Dalla Resistenza al sindacato, dal Parlamento alla carriera di ministro, Carlo Donat-Cattin ha attraversato da protagonista la storia della Prima Repubblica. Un percorso di grande impegno politico ma anche di profondo dolore umano, segnato dalla militanza del figlio Marco Alberto, morto a 35 anni in un incidente stradale, nella formazione terroristica Prima Linea.
Una ricerca ventennale di Giorgio Aimetti (Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo, Rubbettino) è approda…
"Senza dubbio lo Statuto non è altro che una legge democratica, l'affermazione del pieno diritto dei lavoratori ad essere cittadini italiani in ogni parte del territorio nazionale ed in ogni loro funzione". Carlo Donat-Cattin lo ha sempre raccontato così lo Statuto dei Lavoratori, rivendicando i meriti del "faticoso arco quindicennale della politica di centro-sinistra, periodo senza eguali nella storia italiana come dislocazione del potere sovrano". Dalla Resistenza al sindacato, dal Parlamento alla carriera di ministro, Carlo Donat-Cattin ha attraversato da protagonista la storia della Prima Repubblica. Un percorso di grande impegno politico ma anche di profondo dolore umano, segnato dalla militanza del figlio Marco Alberto, morto a 35 anni in un incidente stradale, nella formazione terroristica Prima Linea.
Una ricerca ventennale di Giorgio Aimetti (Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo, Rubbettino) è approdata in una biografia politica che proprio allo Statuto dei Lavoratori dedica pagine di sorprendente attualità. Evocato a corrente alterna da sindacalisti, imprenditori e politici, lo Statuto a oltre mezzo secolo dall'approvazione non sembra aver perso quella che Donat-Cattin, allora ministro del Lavoro del governo che varò il disegno di legge, definì in un memorabile intervento parlamentare, il giorno dopo la firma del contratto dei metalmeccanici dell'Intersind e due giorni prima della strage di Piazza Fontana, la forza di "intaccare norme, consuetudini e comportamenti che nella sostanza consentivano e consentono l'accrescimento del potere di una parte a danno dell'altra parte".
Parole (e regole) che, per dire, echeggiano nella sentenza con la quale il Tribunale di Firenze qualche settimana fa ha accolto, "ai sensi dell'articolo 28 dello Statuto", il ricorso degli operai della multinazionale Gkn di Campi Bisenzio contro il licenziamento "via e-mail" di oltre 400 lavoratori. Insomma, la centralità dello Statuto in questa epoca di multinazionali "mordi e fuggi", di delocalizzazioni selvagge, di precarietà contrattuale diventata consuetudine, di dignità del lavoro calpestata e di futuro incerto per milioni di giovani lavoratori. Figlio della lotta sindacale dell'"autunno caldo" (1969), lo Statuto, scrive Aimetti, "era destinato a segnare le nuove regole che avrebbero caratterizzato la dialettica tra le parti sociali, garantendo ai dipendenti l'uso dei diritti costituzionali anche all'interno delle fabbriche".
E a rileggere Donat-Cattin, si scopre l'intuizione di considerare lo Statuto uno strumento adattabile ai cambiamenti sociali e culturali del Paese, dunque aggiornabile ma comunque irrinunciabile. Nel 1990, tornato dopo quasi vent'anni al ministero del Lavoro, in un convegno del Cnel Donat-Cattin spiega che "lo Statuto è figlio del suo tempo. Oggi noi viaggiamo verso uno un periodo nel quale l'antica aspirazione alla stabilità del posto di lavoro, che allora era propria di qualsiasi operaio e impiegato, è posta radicalmente in discussione dai modi diversi con i quali si pone la produzione". Una visione, così come lo era stata quella che portò il politico a farsi promotore del già allora controverso articolo 18: "Nel dibattito in Commissione - diceva Donat-Cattin durante l'iter del provvedimento - si è stabilito che il licenziamento non si può in alcun modo vendere". Il ministro, scrive Aimetti, con l'introduzione dell'articolo 18 sapeva di essere in presenza di un atto di forza, sottolineava però che i tempi a disposizione per approvare il provvedimento a favore dei lavoratori erano ristretti, prevedeva che presto ci sarebbe stata una controffensiva della destra. L'acume del politico di razza, ma anche lo "spontaneo, non pauperistico, schierarsi per la causa dei subalterni. Perché vedeva nei lavoratori la forza organizzata in grado di spostare anche gli equilibri nella società".
Carlo Donat-Cattin di Giorgio Aimetti (Rubbettino pagg. 540, euro 29)