Il dibattito. Parlar “giusto” non è questione di etichetta
di Chiara Valerio , di Chiara ValerioUno spettro si aggira sui maschi bianchi eterosessuali italiani: il politicamente corretto nelle sue “varianti” elencate ieri sulle pagine di questo giornale da Luca Ricolfi, sociologo e politologo. È talmente uno spettro che ciò di cui Ricolfi parla, in Italia non è mai accaduto, lo dice lui stesso: «Un film che in Italia è ancora alle prime battute, ma in America è andato molto avanti, in un tripudio di scene estreme e di effetti speciali». Teme Luca Ricolfi che «nell’accesso a determinate posizioni non contino il talento, la preparazione, la competenza, le abilità... perché i discendenti delle minoranze doc hanno diritto a un risarcimento, e i discendenti dell’uomo bianco (anche se non hanno alcuna colpa) devono pagare per le colpe, vere o presunte, dei loro progenitori colonialisti, oppressori, schiavisti, in ogni caso privilegiati».
Uno spettro si aggira sui maschi bianchi eterosessuali italiani: il politicamente corretto nelle sue “varianti” elencate ieri sulle pagine di questo giornale da Luca Ricolfi, sociologo e politologo. È talmente uno spettro che ciò di cui Ricolfi parla, in Italia non è mai accaduto, lo dice lui stesso: «Un film che in Italia è ancora alle prime battute, ma in America è andato molto avanti, in un tripudio di scene estreme e di effetti speciali». Teme Luca Ricolfi che «nell’accesso a determinate posizioni non contino il talento, la preparazione, la competenza, le abilità... perché i discendenti delle minoranze doc hanno diritto a un risarcimento, e i discendenti dell’uomo bianco (anche se non hanno alcuna colpa) devono pagare per le colpe, vere o presunte, dei loro progenitori colonialisti, oppressori, schiavisti, in ogni caso privilegiati».
L’insiemistica è l’unica matematica che applichiamo giorno per giorno. Siamo abituati a raggruppare persone molto diverse sotto una solo delle loro caratteristiche, quella che riteniamo preponderante, o evidente, o che, nel peggiore dei casi, riteniamo uno stigma. Non siamo razzisti, omofobi o misogini, siamo insiemisti.
È importante svelare la natura insiemistica del nostro pensiero perché altrimenti articoli come quello di Ricolfi sembrano pezzi nel merito del politically correct e della cancel culture quando, invece, sono pezzi di metodo. Ed è un metodo di esclusione perché è esposto e analizzato indipendentemente dal contesto nel quale si colloca.
Mi spaventano la violenza e ancora di più lo scherno verso chi cerca di portare avanti battaglie e simboli per rendere il linguaggio più inclusivo, che significa poi, semplicemente, battersi perché il linguaggio sia adeguato al contesto. Che significa ancora non presupporre un contesto-universo unico.
Qualche giorno fa, ho letto la nuova raccolta di saggi di Carlo Ginzburg, La lettera uccide, da pochi giorni in libreria per i tipi di Adelphi. Tra molte, mi sono soffermata su una asserzione che prima, nei libri di Ginzburg, mi pare fosse sottintesa: «Di fronte al profilarsi di una ricerca, è giusto dire qualcosa su chi si è posto delle domande – in questo caso, colui che vi parla. Mi limiterò all’essenziale. Sono ebreo; non ho ricevuto nessuna educazione religiosa; non conosco (purtroppo) l’ebraico. La persecuzione, di cui serbo ricordi incancellabili, ha fatto di me, durante la guerra, un bambino ebreo. Le religioni mi appassionano. Ai fenomeni religiosi ho dedicato una parte considerevole del mio lavoro di storico. Sono ateo».
Mi soffermo sulla natura corale di questa operazione di ridefinizione o s-definizione di “U - insieme universo” perché non è nelle possibilità di un unico essere umano farlo. Abbiamo bisogno di molte persone-Copernico che parlino tra loro da luoghi diversi, e sappiano dove sono.Non ci vuole l’idea geniale o l’intervento efficace di una persona. Penso a Nicola Santangelo.
Il potere tende a conservare sé stesso, i suoi metodi, i suoi linguaggi. Le etichette, anche quelle che dicono bella e brava, giusto e buono, corretto e intelligente, sono briciole. La rivoluzione comincia quando si rinuncia alle briciole. Rinunciare alle briciole non significa volere la pagnotta, significa rinunciare alle briciole.