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Il dibattito. Parlar “giusto” non è questione di etichetta

La replica dopo l’intervento di Luca Ricolfi sul politicamente corretto  “Mi spaventa lo scherno verso chi vuole rendere il linguaggio più inclusivo”
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Uno spettro si aggira sui maschi bianchi eterosessuali italiani: il politicamente corretto nelle sue “varianti” elencate ieri sulle pagine di questo giornale da Luca Ricolfi, sociologo e politologo. È talmente uno spettro che ciò di cui Ricolfi parla, in Italia non è mai accaduto, lo dice lui stesso: «Un film che in Italia è ancora alle prime battute, ma in America è andato molto avanti, in un tripudio di scene estreme e di effetti speciali». Teme Luca Ricolfi che «nell’accesso a determinate posizioni non contino il talento, la preparazione, la competenza, le abilità... perché i discendenti delle minoranze doc hanno diritto a un risarcimento, e i discendenti dell’uomo bianco (anche se non hanno alcuna colpa) devono pagare per le colpe, vere o presunte, dei loro progenitori colonialisti, oppressori, schiavisti, in ogni caso privilegiati».

Uno spettro si aggira sui maschi bianchi eterosessuali italiani: il politicamente corretto nelle sue “varianti” elencate ieri sulle pagine di questo giornale da Luca Ricolfi, sociologo e politologo. È talmente uno spettro che ciò di cui Ricolfi parla, in Italia non è mai accaduto, lo dice lui stesso: «Un film che in Italia è ancora alle prime battute, ma in America è andato molto avanti, in un tripudio di scene estreme e di effetti speciali». Teme Luca Ricolfi che «nell’accesso a determinate posizioni non contino il talento, la preparazione, la competenza, le abilità... perché i discendenti delle minoranze doc hanno diritto a un risarcimento, e i discendenti dell’uomo bianco (anche se non hanno alcuna colpa) devono pagare per le colpe, vere o presunte, dei loro progenitori colonialisti, oppressori, schiavisti, in ogni caso privilegiati».

Vorrei sottolineare subito che la categoria di maschio bianco eterosessuale è stata fino a oggi una non-categoria nella misura in cui è stata presentata come la norma. Dal punto di vista insiemistico la descrizione è “maschio bianco eterosessuale” uguale “U - Insieme Universo” nel quale sono contenuti, intersecantisi o meno, altri sottoinsiemi, con etichette varie. Le etichette d’altronde esistono solo per minoranze o gruppi supposti tali. Donne, gay, trans, migranti, musulmani, ebrei. Il maschio bianco eterosessuale sta stretto nell’etichetta come tutti stiamo stretti nelle etichette. Pensava di non esserlo. Il malessere può offrire occasioni di riflessione. E la prima è una vera avventura e cioè che l’insieme universo è più vasto, esiste un fuori, esiste l’altro.

L’insiemistica è l’unica matematica che applichiamo giorno per giorno. Siamo abituati a raggruppare persone molto diverse sotto una solo delle loro caratteristiche, quella che riteniamo preponderante, o evidente, o che, nel peggiore dei casi, riteniamo uno stigma. Non siamo razzisti, omofobi o misogini, siamo insiemisti.

È una questione di epistemologia, la rivoluzione copernicana nella meccanica dei corpi e nella società umana ancora non l’abbiamo fatta ma, lentamente e tutti insieme ci stiamo accorgendo che l’universo non coincide col maschio bianco eterosessuale. Va detto che per sentirsi appartenenti alla non-categoria del maschio bianco eterosessuale non è necessario essere bianchi, maschi o eterosessuali ma solo occupare una posizione tale da non dover mai contrattare le risorse e, tra le risorse, il tempo.

È importante svelare la natura insiemistica del nostro pensiero perché altrimenti articoli come quello di Ricolfi sembrano pezzi nel merito del politically correct e della cancel culture quando, invece, sono pezzi di metodo. Ed è un metodo di esclusione perché è esposto e analizzato indipendentemente dal contesto nel quale si colloca.

Non si tratta di rivolgere una battuta spinta alla propria compagna o al proprio compagno mentre si sta stesi sul letto a decidere se cucinare o sfruttare il privilegio capitalistico che ci ha messi nella parte del mondo che ordina delivery e non tra coloro che lo consegnano, ma di non farlo per strada, durante una riunione, sul luogo di lavoro, su un social. Si tratta di scegliere volta per volta, secondo il contesto, un linguaggio, anzi un tono della lingua. Gli intellettuali fanno questo, si esercitano a minimizzare il fraintendimento rispetto alla lingua che utilizzano per dire le cose, e dicendole, capirle.

Mi spaventano la violenza e ancora di più lo scherno verso chi cerca di portare avanti battaglie e simboli per rendere il linguaggio più inclusivo, che significa poi, semplicemente, battersi perché il linguaggio sia adeguato al contesto. Che significa ancora non presupporre un contesto-universo unico.

Io non penso ci sia distanza tra linguaggio e realtà, un po’ perché vengo dalla matematica e da Wittgenstein – ma potrei venire da Borges o Gadda e l’esito sarebbe lo stesso – un po’ perché so che il linguaggio non è fatto solo di lemmi ma di simboli strutturati in una grammatica, dunque i calcolatori numerici e le macchine in generale, dunque i codici fisici, dunque, tra non molto, ma qualcosa è già visibile, i meme. E so che il significato stesso dei lemmi e dei simboli dipende dal contesto. È possibile, intervenendo pubblicamente, non comprendere più un linguaggio che si sviluppa secondo i canoni degli imperi cosmopoliti: le immagini, anche digitali, le forme, i micro video tik-tok su certi motivi musicali.

Qualche giorno fa, ho letto la nuova raccolta di saggi di Carlo Ginzburg, La lettera uccide, da pochi giorni in libreria per i tipi di Adelphi. Tra molte, mi sono soffermata su una asserzione che prima, nei libri di Ginzburg, mi pare fosse sottintesa: «Di fronte al profilarsi di una ricerca, è giusto dire qualcosa su chi si è posto delle domande – in questo caso, colui che vi parla. Mi limiterò all’essenziale. Sono ebreo; non ho ricevuto nessuna educazione religiosa; non conosco (purtroppo) l’ebraico. La persecuzione, di cui serbo ricordi incancellabili, ha fatto di me, durante la guerra, un bambino ebreo. Le religioni mi appassionano. Ai fenomeni religiosi ho dedicato una parte considerevole del mio lavoro di storico. Sono ateo».

Dove sta chi parla è una domanda alla quale chi studia storia è avvezzo e alla quale è abituato pure chi ha studiato matematica o linguistica o semiotica e nella quale esercitarci per smantellare l’attitudine insiemistica che ormai senza più consolarci, ci affligge.

Mi soffermo sulla natura corale di questa operazione di ridefinizione o s-definizione di “U - insieme universo” perché non è nelle possibilità di un unico essere umano farlo. Abbiamo bisogno di molte persone-Copernico che parlino tra loro da luoghi diversi, e sappiano dove sono.Non ci vuole l’idea geniale o l’intervento efficace di una persona. Penso a Nicola Santangelo.

Nicola Santangelo, ministro del Regno delle due Sicilie, all’apertura dei lavori del VII congresso degli scienziati, a Napoli il 20 settembre 1845, avrebbe dovuto, anche per convenienza commerciale, promuovere il sistema metrico (che vigeva in Francia già da cinque anni). Santangelo però non lo fa, anzi propone come unità di misura universale il palmo napoletano “che riunisce in sé le stesse condizioni del metro, unità della misura francese”. Il palmo napoletano (26,45 cm). E per giustificare l’assurdità che dice? «Se non che arrecava sconforto il doverci troppo allontanare dalle usanze, le quali tengon luogo di leggi, quando vengono fermate dal giro dei secoli».

Il potere tende a conservare sé stesso, i suoi metodi, i suoi linguaggi. Le etichette, anche quelle che dicono bella e brava, giusto e buono, corretto e intelligente, sono briciole. La rivoluzione comincia quando si rinuncia alle briciole. Rinunciare alle briciole non significa volere la pagnotta, significa rinunciare alle briciole.