Cultura

Gli animali della città d’estate

Gli animali della città d’estate
Pubblichiamo l'incipit di uno dei racconti del prossimo numero di "K", la rivista letteraria di Linkiesta curata da Nadia Terranova e Christian Rocca
17 minuti di lettura

Uso il passato remoto per convenzione, per trasformarla in una storia, ma è appena successa e non resterà, non sarà raccontata al passato, non avrà senso raccontarla perché nel futuro si saranno definite meglio le questioni di cui tratta e questa si rivelerà una minuscola fase di passaggio, di interesse forse solo per microscopici lavori di antropo-logia fatti in lingue che non usano né il latino né il greco, che hanno altre visioni rispetto alle nostre e altri tempi verbali.

Furono svegliati nelle amache dal bip della marcia in-dietro di un furgoncino che parcheggiava nello spiazzo, e togliendosi i teli dagli occhi si accorsero di aver dormito su quelle amache che all’alba gli erano parse tanto deliziose. Prima di arrampicarcisi erano andati a chiedere al presi-dente del circolo un paio di teli da usare come maschere per gli occhi. Così erano riusciti a tirare fino a dopo le nove.

Sprofondati nelle amache, le palpebre tese, ruotarono il collo per guardarsi e a lui (saremo nella testa di lui per pura convenzione, questa storia quasi non richiederà sog-gettività individuali, si muovono verso il futuro insieme, trasportati da una forza che li intorpidisce) parve che negli occhi di lei fosse tornato il ricordo della notte e si sentì a disagio perché ancora non aveva capito com’era, lei, in quella zona cui si accede dopo il tipo di resa dei conti che avevano avuto ieri tra la cena e la notte – se era leale, se era impulsiva, se era una romantica, una nostalgica del mondo intero indiviso.

Ma aveva voglia di essere leale anche lui e continuò a guardarla senza dire le cose al posto suo, men-tre l’amaca dondolava per il movimento impresso dal suo sforzo di guardarla, la sua vecchia amica.Due donne scesero dal furgoncino in bermuda bianchi e magliette a maniche lunghe e si ritrovarono davanti al portellone, lo aprirono e cominciarono a tirar giù secchi e stracci e bastoni.Quella vista dovette metterle fretta, e si decise a dare un contenuto a quegli occhi che stava facendo: « Ci sarà anco-ra qualcuno per darci una mano? ». Si accorse del gioco di parole e spalancò gli occhi come sorpresa dalla volgarità di quel che aveva detto…

Il racconto completo su "K" in libreria dal 3 novembre. Dopo il numero dedicato al sesso e quello dedicato alla memoria il nuovo numero dedicato alle città. La città come comunità economica e sociale da cui ripartire per costruire un nuovo modello di aggregazione civile, politica e culturale. Città, una di quelle parole che il virus ha risemantizzato, quello spazio personale che nella primavera del 2020 si è mostrato per la prima volta sotto una luce diversa: città svuotate, chiuse e spettrali. In questo numero sono presenti 18 racconti inediti in cui ogni autore e autrice restituisce la propria città del cuore, reale o ideale. Gli autori: Chiara Barzini, Annalisa Camilli, Cristiano Cavina, Claudia Durastanti, Tito Faraci, Viola Lo Moro, Francesca Marciano, Cristina Marconi, Davide Mosca, Francesco Pacifico, Giacomo Papi, Antonio Pascale, Giulio Perrone, Andrea Pomella, Emanuele Trevi, Matteo Trevisani, Alice Urciuolo, Valeria Usala e l’intervista ampia di Simonetta Sciandivasci a Alessandro Piperno.

 
 
155154FRANCESCO PACIFICOmesso tutto in lavatrice. La postazione era stata collocata dietro un’incannucciata coperta di fronde alla fine delle due costruzioni. Una nicchia di terra asciutta sul fondo del grosso circolo di periferia – al riparo, si sperava, dalle manovre della squadra di pulizie.Ripetere quell’attività lussuriosa con meno ritualità, più sbrigativamente – come una seconda porzione nel piatto già sporco – dava una piccola sensazione di sba-gliato. Era nudo, come ieri, ma in mancanza del telo si era messo, sotto al sedere, il telo, più piccolo e meno spugnoso, con cui si era coperto gli occhi per dormire. Lei aveva fatto lo stesso e continuava a tenere il collo piegato verso di lui e a guardarlo, anche mentre, da quella posizione, inarcando la schiena si sfilava la salopette corta di cotone a righe e poi la canotta e poi le mutande.In questo genere di cose lui preferiva sempre non la-sciarsi andare. Però, più che mantenere un controllo vero e proprio, cercava di vivere secondo una massima cinese letta su un manuale di qi-qong: se vuoi meditare, concentrati, ma non troppo. E oltretutto non voleva che il controllo por-tasse al giudizio nei confronti delle persone con cui aveva una complicità, e quindi lei, e il desiderio di lei di puntel-lare il ricordo di ieri notte con un’altra porzione.Proprio come durante la notte, e ammesso che fosse-ro già svegl*, non era garantito che l* ragazz* misterios* facessero quello che volevano i clienti. I due clienti alzan-do le teste potevano guardarsi il torso e poi l’ombelico e i primi peli che portavano al pube: il resto era coperto dai teli sospesi a una lunga asta. Quei teli e quell’asta delimi-tavano l’area dell* ragazz* misterios*, che erano nascost*, sotto il cielo, proprio al confine della proprietà, un grande muro che dava su chissà che stradina non trafficata. Se il presidente gli aveva risposto di provare a sedersi sulle tavole, poteva voler dire che l* ragazz* misterios* dormi-vano lì. Ieri notte era stata la prima volta che lui e l’amica avevano fatto insieme questa cosa, e siccome ci erano an-dati presto, proprio all’inizio della parte davvero nottur-parole e spalancò gli occhi come sorpresa dalla volgarità di quel che aveva detto.Lui prese il telefono dalla tasca per avvisare il presiden-te del circolo ma si trovò un messaggio di sua moglie, che voleva tornare dalla campagna perché da qualche giorno internet funzionava male, forse il vento forte, e come se non ricordasse che in città la rete è sempre stabile, chiede-va se a casa funzionasse sempre bene. Parto, aveva scritto all’alba, solo quando mi rispondi, non voglio tornare in cit-tà se stai dormendo. Perché sapeva che il marito lavorava solo dal pomeriggio fino a notte e dormiva per buona parte del giorno, dalla mattina a metà pomeriggio (quella notte si era addormentato prima del solito, ma aveva voglia di tornare a casa e rimettersi a dormire nel suo letto).Dalla postazione delle amache si vedeva lo spiazzo la-stricato dove si tenevano i principali eventi all’aperto. Il ristorante era oltre una scalinata, accanto alle due sale per proiezioni e concerti, che in estate non venivano usate, e là in fondo c’era diciamo la zona notte. In giro non c’era nes-suno a parte le donne delle pulizie, che erano andate alla fontanella a riempire i secchi a rotelle. Rispose alla moglie che se non aveva chiamate video sul presto poteva arrivare a metà mattina, l’avrebbe trovato che dormiva un altro po’ ma lei poteva andare nella stanza di sotto per conto suo chiudendosi la porta; poi chiese al presidente del circolo se fosse sveglio e se ci fosse qualcun* de* ragazz* misterios* ancora sveglio per lui e per la sua amica. La moglie non rispose ma il presidente sì, disse di andare a sdraiarsi sulle tavole di ieri e di vedere cosa succedeva.Lo spiegò all’amica, scesero goffi dalle amache e infila-rono le ciabatte per camminare fino alla zona del circolo dove potevano entrare solo le amicizie di lunga data del presidente e del gruppo de* ragazz* misterios*, la parte tra il ristorante e la sala dei concerti e delle proiezioni.Si ritrovò sdraiato nudo sulla sua tavola, ma senza il telo di ieri sotto la schiena, perché prima di chiudere avevano GLI ANIMALI DELLA CITTÀ D’ESTATE
 
 
157156Si può dire che lei era stata coitale fino a ieri notte, ma di quelle persone coitali così osservanti che nessuna si-tuazione poi alla fine merita il rischio. Perché esistevano all’epoca due tipi di coitali, quelli che la prendevano con leggerezza, e quelli per cui la decisione di offrire a qualcu-no un coito era talmente seria che diventava sempre inutile non solo farlo, fare sesso, l’atto in sé, ma anche annunciare il proprio desiderio alla persona desiderata. Lei era coitale, e durante la notte era entrata in un viaggio tutto suo, nel trovarsi nelle mani non sapeva di chi, oltre quei teli chiari, mentre teneva la mano di lui, le due mani sospese tra una tavola e l’altra. Quella mattina non si tenevano più la mano ma si guardavano, continuavano ad allungare i muscoli del collo già infiammati per la notte sull’amaca.Si sentì versare un liquido sul piede. Dell’acqua fredda. Forse delle impercettibili risatine. Guardò la sua amica, e anche lei stava arricciando il naso spaventata e incuriosita. Ora il sole stava per salire oltre i pini della strada, non c’era tutto quel tempo. Che tempo? La moglie aveva scritto e lui aveva risposto ma poi, sonnolento, abituato alle attenzioni della moglie, alla gentilezza che aveva cominciato ad avere con lui da quando vivevano metà dell’anno separati, si era dimenticato di rispondere e in quel momento se ne accor-se e la mano gli saltò sopra la spalla, dove aveva posato il telefono. La moglie gli aveva scritto che era partita. Era venuto al circolo con la bicicletta a pagamento, con-trollò sull’app se l’avesse affittata qualcuno: non c’era più, non ce n’erano. E allora disse all’amica: « Tu appena finiamo puoi avvicinarmi a casa? ».Lei cominciò ad annuire, da orizzontale, e in quel mo-mento schiuse la bocca perché dovevano averle toccato una zona erogena.« Ti piace? », le chiese e lei annuì. Perdeva il suo sguardo dentro di lui con una leggerezza che non le conosceva.Lui in cambio le sorrideva appena appena e con gli oc-chi cercava di farle capire quanto le voleva bene. Si disse: na e privata delle attività del circolo, l* ragazz* misterios* avevano giocato a lungo prima di fare qualcosa di concre-to. Lui aveva sentito chiaramente degli scoppiettii d’aria contro un ginocchio: qualcuno aveva sussurrato parole al suo ginocchio per un pezzo. Poi forse aveva riconosciu-to un* dell* ragazz* misterios*, perché per dei minuti gli era stata passata una forchetta lungo la coscia, con molta leggerezza prima, a fare il solletico, poi un po’ più intensa-mente, come una volta a una festa gli aveva fatto una ragaz-za di quel giro. Era convinto di conoscere tutt* l* ragazz* misterios*, e aveva fatto pace con l’idea che a mettergli le mani addosso potesse essere stato uno maschio, perché avevano l’ordine di non farsi scoprire, e tenevano barbe, peli e voci lontano dai corpi dei clienti. Dopo i preliminari, avevano cominciato ad aumentare le premure a entrambi allo stesso ritmo, forse sapevano che avevano il compito di far venire due persone che volevano e non volevano fare sesso tra di loro, che volevano rimanere in quella zona, misteriosa quanto l* ragazz*, di chi è stato insieme e non è stato insieme, di chi si è scoperto, si è espresso, ma non si è compromesso.Che era una cosa di cui aveva parlato a lungo lui con il presidente, in quelle notti d’estate, urlando sotto lo strazio di vinili rallentati o tra i dialoghi di film sperimentali o mentre la gente ballava in mutande con la faccia coperta da maschere giapponesi. Il presidente – le sue belle camicie usate, le scarpe senza calzini – era del tipo coitale; viveva ancora in un mondo dove esisteva la conquista e la con-quista vera era il coito, e forse in seconda battuta la moda del sesso orale in luoghi inopportuni: unica altra convalida della conquista erotica. Per lui invece esisteva un’altra mo-dalità, che era ambientarsi nelle aree di desiderio reciproco e contemplarle, forse proprio diventare un ambiente, un sesso ambient.Quella mattina lui e lei si guardavano più ancora che ieri notte, perché ieri notte lei era stata presa soprattutto dalle emozioni, dalla paura per il salto che stava facendo. FRANCESCO PACIFICOGLI ANIMALI DELLA CITTÀ D’ESTATE
 
 
159158Lui si tolse la maglietta, la lanciò oltre la porta scostando la zanzariera, poi le andò incontro per farsi abbracciare e sudare. Si strinsero, fecero schioccare le pance, lei lo baciò sulla fronte a lungo e, cosa molto sua, singhiozzò due tre volte in silenzio con le lacrime agli occhi.Le coincidenze con cui ci si riannodava, il tempismo dei rincontri. Questa situazione, che ancora risultava nuova, era l’occasione di vivere momenti un tempo prosaici in un’altra maniera, che ancora non avevano definito. Entrato in casa per preparare il caffè leccese per lei e un normale caffè con ghiaccio per sé, mentre lei restava fuori a scusarsi con le piante, gli parve di penetrare a nuoto nel relitto di una nave. La casa era calda, si tolse anche i pan-taloncini e le ciabatte e rimase in mutande. Mentre il caffè usciva si infilò velocemente nella doccia.Dopo aver bevuto il caffè freddo di fuori accanto alle piante, una cosa che facevano nelle mattine in cui tornava per fare l’ispezione di come se n’era occupato durante l’as-senza della moglie, entrarono in casa e lei scese nella stanza sotterranea che avevano fatto scavare con i soldi rispar-miati con la vita più frugale degli ultimi anni per lavorare al fresco. La moglie chiamava la stanza sotterranea I Carai-bi. Era illuminata da luci rosa e lucine appese ai muri, era una stanza giocattolo, ordinata e decorata alla giapponese.Si addormentò nella vasca con l’acqua tiepida, dove la mo-glie lo svegliò due ore dopo e gli chiese se la notte aveva fatto molto tardi. La guardò dal basso in alto, appena sa-lita di sopra si era tolta la camicetta verde acqua che ave-va portato durante la riunione. Da una parte c’era l’effetto dell’affetto, la sua carica, come il pugno spirituale di un guerriero, che ti raggiunge senza bisogno del tocco fisi-co, dall’altro c’era la perfetta apparenza del suo affetto, una certa inclinazione della spina dorsale, la spina dorsale di una persona ruminante, poco attiva, sorniona. Eccola ben visibile sotto la carne abbronzata. Le spalle appena curve. Questa apparenza del suo affetto era diventata così chiara, chissà cosa succederà se mia moglie non mi trova in casa, o se mi trova nella macchina della mia amica. L’equilibrio della vita poteva finire o non finire secondo la durata di un semaforo; le persone trovavano l’indicibile in tante cose – la cronaca nera, la malattia, la morte - e non in questo. Non smise di pensarci mentre, al di là dei teli verticali, una mano lubrificata gli saliva dall’interno di una gamba lasciando una scia di lumaca.« Vibratore », disse lei, « quello con gli infrasuoni ».« Hanno fretta ».« Qualcuno... mi sta leccando i piedi... lavando i piedi... ».In macchina lei disse: « Molte coppie sono formate da una persona di un tipo e una di quell’altro, e ora che dobbiamo scegliere, scopriamo che non è conciliabile. Lui non vuole più stare in città io mi sento morire fuori città ».« Sì, sono d’accordo. Ed era un equilibrio che aveva sen-so, ma ora non ha più senso ».« Come fate, voi? ».Questa volta il macchinario delle coincidenze funzionò in questo modo: si fece lasciare all’inizio del quartiere sotto il sole già fortissimo e dentro una nuvola di vapore invisi-bile; camminò fino a casa tra ammassi di spazzatura tanto confusi e rimescolati da diventare rosa Tiepolo, e mentre camminava – lungo la ferrovia – fu superato dalla sua mac-china, con la moglie al volante che guidava in quella sua solita posa, con il sedile inclinato all’indietro, e le braccia lunghe tese per raggiungere il volante. La sua grande mo-glie. Quella presenza che un tempo era fissa, prevedibile, cronicizzata, e che ora aveva riconquistato tutto il mistero. Le corse dietro lentamente, non per raggiungerla, solo per fare prima; la trovò in cortile che sistemava le cose, un fazzoletto in testa, in mutande e reggiseno. « Ho fatto tardi, amore, ho fatto la prima riunione dalla macchina, volevo portarti i biscottini delle bambine ma non hanno fatto in tempo ». FRANCESCO PACIFICOGLI ANIMALI DELLA CITTÀ D’ESTATE
 
 
161160così luminosa, ora che doveva aspettarne il ritorno, che c’era come un gioco di prestigio in quella sua comparsa in bagno: non capiva se la moglie fosse lì, se il suo affetto fos-se lì presente in quel momento, e agisse spostando l’energia vitale verso di lui, o se quel corpo così riconoscibile fosse solo una rappresentazione, un’apparizione.Come, dunque, se ci fosse stato un primo periodo dell’e-sistenza in cui le cose erano state nel presente, ma mai dav-vero viste, e questo periodo dove sembravano comparire dal passato, aiutando la mente, ma anzi tutto il corpo, a co-glierle con una gravità che prima non avevano conosciuto.E anche la sua faccia gonfia di stanchezza: la rivelazione di una stanchezza che era sempre stata lì, oppure il sempli-ce fatto di invecchiare?« Dopo ti faccio il Gua Sha, dormo un altro poco qui nella vasca ».« Non ti viene il mal di schiena nella vasca fredda? ».« No amore mio, lasciami qui, svegliami tra mezz’ora ».Per lavoro, lui doveva ogni giorno giocare una lunghis-sima partita di Campo minato il cui scacchiere misurava un centinaio di caselle per un centinaio; la moglie invece affrontava per tutto il giorno una serie di amici in video, ai quali era incaricata di chiedere ogni trenta secondi di che umore fossero. Ovviamente non era questo il lavoro che faceva la moglie, e lui non giocava a Campo minato, ma facevano rispettivamente un lavoro di squadra e un lavo-ro solitario, e siccome d’estate lo facevano per lo più senza incontrare le persone che costituivano il loro mondo del lavoro, le attività che svolgevano risultavano sempre più astratte. Lavorare era uno dei modi per procurarsi denaro e, insieme, era uno dei modi per procurarsi una statura. Quando nei mesi caldi scompariva la rete sociale, che gli restituiva la sua statura e la statura della moglie con tutte le sfumature di cui è capace, gli pareva che del lavoro spe-cifico si perdessero tutte le caratteristiche specifiche; se ne perdeva in un certo senso il sapore, come con il naso chiuso non si sente il sapore specifico di un cibo perché c’è solo la lingua a riconoscere rozzamente i cinque gusti fondamentali: il denaro era quei cinque gusti fondamen-tali, ma la reputazione era l’olfatto, definiva la complessità del profilo aromatico del lavoro svolto. (Queste idee non servono a definire la psicologia del personaggio, ma hanno una funzione piuttosto sismografica, tentano di aiutare a capire il livello della scossa avvertita da uno di questi per-sonaggi o persone davanti alla smaterializzazione di una certa idea di città).Quella partita ideale a Campo minato, e quella sessione di domande su come si sentissero i colleghi, si presero tut-to il resto della giornata a eccezione di tre momenti ricavati dalle pause della moglie. Per pranzo, mangiarono soltanto un’insalata di iceberg, mango, qualche striscia di peperone crudo, carota e metà di un peperoncino sottaceto sminuz-zato. Salì lui al piano terra a preparare e consumarono le ciotole di sotto, pescando insieme da una ciotola di riso al vapore poco fragrante, avanzato dal giorno prima.In un’altra pausa, la moglie gli chiese di fargli il massag-gio con il Gua Sha che le aveva promesso. Lui salì di sopra a disinfettare la tavoletta di giada stondata, scese con la boccetta di olio d’oliva e si cosparse il palmo della mano di alcune gocce, con cui le umettò la faccia. Lei era seduta a gambe incrociate sul materasso a terra e già sospirava aspettando il massaggio ai vasi linfatici della clavicola (si aprì la camicetta), del collo, delle mascelle, degli zigomi e della fronte. Con la tavoletta ben inclinata e il tocco leggero lui si immaginò di trasportare verso il basso le tossine che sua moglie aveva nel viso, in effetti un po’ gonfio, e la sentì gemere di piacere a ogni passata della pietra fresca.Lei accese la telecamera del telefono e le parve di avere un incarnato più acceso di prima. Il pensiero di avere una buona circolazione era importante quanto la buona circo-lazione. Gli disse che i bambini della casa quella settimana erano diventati improvvisamente molto dolci, e quando è così, e quando non vanno sgridati tutto il tempo, è come se FRANCESCO PACIFICOGLI ANIMALI DELLA CITTÀ D’ESTATE
 
 
163162si fondessero tutti e diventassero un’unica – disse – nidia-ta. Allora tra gli adulti della casa si crea uno strano umore gentile, che a volte la fa sentire a disagio, dove ci si ferma molto più spesso in corridoio o sulla porta per stringere qualcun altro a sé – tra adulti intendeva dire – e tutti è come se rifiatassero dalla fatica, e lei a volte avrebbe voluto che il marito fosse lì con lei e le dicesse la sua, desse la sua interpretazione di quello stato d’animo magico in cui crede di fondersi anche lei pur con la sua ambivalenza. Le chiese se non pensava di aver conosciuto sensazioni del genere quando lui li raggiungeva nei fine settimana, ma lei gli dis-se che il fine settimana era diverso: forse perché i bambini che avevano i nonni ricevevano le visite dei nonni e si cre-ava una situazione più performativa, meno – disse – lunare. « E allora passerò in mezzo alla settimana così posso venire a vedere. Ma mi devi dire quando succede ».« Tu vedresti la situazione in modo diverso da me ».A lui venne un moto di amore e glielo disse.La terza pausa la decise sempre la moglie, che era vincolata alle sue sessioni video: alla fine di una riunione abbassò lo schermo del computer e lo guardò: « Non vuoi godere? ». Lui vide questa grande bambina seduta in camicia sul letto, con la schiena un po’ bitorzoluta, senza reggiseno, e allun-gò la mano per accarezzarle il seno.Durante la penetrazione lei fu assente e lui cominciò a dirle che stava facendo benissimo, e visto che lei diceva di non voler venire sarebbe stata ai suoi ordini, e la mo-glie annuì e dopo, mentre riposavano poco prima di una nuova sessione video, gli disse che le era piaciuto, e che quell’estraneità si poteva avere solo quando c’era intimità. Non sapeva se si sarebbe permessa tanta freddezza con una persona sconosciuta, e dopo averlo detto rise, e rideva an-che, disse, del fatto che la gente spesso intende la passione come uno scambio tra due persone, mentre a lei pareva che la passione venisse più dal fatto che una persona apprezza se stessa quando si lancia in una relazione avventurosa-mente, e prova un grande trasporto per se stessa. L’amore invece permette l’intimità della freddezza assoluta.Durante la nuova sessione video della moglie lui finì la sua partita a Campo minato e, pur cercando oziosamente di cominciare quella del giorno dopo, in realtà finì a tra-stullarsi con una penna per l’acupressione, se la passò sotto gli zigomi per aprire i polmoni e rilassarsi, e si rilassò fino a riaddormentarsi.Quando si svegliò, la moglie non era più in camera. Salì di sopra e non la trovò, allora andò in bagno per pisciare e nello specchio vide che lei gli aveva scritto in fronte con un pennarello nero, Ciao cretino cuore mio.Mentre sentiva scendere le lacrime sulla guancia, che si stava inumidendo per il caldo del piano terra, respirò e riconobbe l’odore della sua pelle e del suo pianto e col pen-siero fece una fotografia di quel momento, come un esplo-ratore che arrivato in un territorio sconosciuto e avendo perso la sua macchina fotografica e il suo quaderno e ogni strumento cruciale per la sopravvivenza cerca di impri-mersi quel territorio nella memoria come dovesse raccon-tarlo, anche se sa che non riuscirà a tornare indietro.Il presidente del circolo aveva vissuto molte stagioni della vita notturna metropolitana fin da quando aveva quindici anni e volantinava nelle discoteche. Veniva dal sud ricco e comprava camicie da un signore di Bari che leggeva gli annunci dei morti nelle bacheche di quartiere e dopo te-lefonava a casa delle vedove per proporsi per sgombrare i guardaroba. Quella sera portava una camicia gialla di seta che sembrava accarezzargli tutto il busto allungato, gonfio solo un poco sulla pancia. Era un uomo sensuale dall’aria insieme losca e affidabile, e faceva una cosa che non usava in quegli ambienti e gli dava quindi un’aria assurdamente ricercata: si tingeva i capelli di un anonimo castano scuro, così che l’attaccatura alta stupiva per la sua impossibile definizione.Prima non parlavano tanto, ma l’idea del sesso anoni-FRANCESCO PACIFICOGLI ANIMALI DELLA CITTÀ D’ESTATE
 
 
165164mo sotto il velo era stata sua, e il presidente si era molto incuriosito e ne aveva parlato allo staff, tutta gente che di solito faceva da bere o organizzava concerti, e una notte tutt* insieme l’avevano provata. « Secondo me non è sostenibile », gli disse il presidente quella notte. « Io adoro l’idea, è molto sfiziosa, ma va com-pletamente contro come funzionano queste cose... Queste cose funzionano così: chi vuole pagare per il sesso deve en-trare in tutto un altro ordine di idee, deve entrare in delle zone che vengono difese da bustarelle, pizzi, accordi con le guardie, e serve anche un pelo sullo stomaco rispetto all’idea di sfruttare le persone. Questo è un circolo Arci e la verità è che tu puoi anche dire alle tue amiche che pagate, ma io non potrò mai farti pagare, perché entreremmo in tutto quel giro di scocciature, che è tutto un altro sport ».« Quindi », risi, « di fatto per esempio la mia amica di ieri è convinta di aver pagato – che io abbia pagato – per tenere quella cosa in quella zona losca e fuori dalla società perbene, ma la realtà è che non avendo pagato abbiamo praticamente fatto sesso di gruppo? ».« Eh, praticamente sì. Tanto tu più o meno sai chi c’è dietro i teli ».« Non è che lo so... E penso che intanto stai aggiungendo persone... Mi ero fatto l’idea che lo volessi fare normal-mente, che ti fosse piaciuto... Mi piaceva sognare... ».« Ahah, ma quando mai... ma lo faccio solo per te, ti vo-glio bene, e sento che mi posso fidare ».C’era qualcosa in quella conversazione, nel fatto stesso di parlare con il gestore di un locale, una persona a contat-to con strati di realtà – cioè con strati della società – più complessi e ingarbugliati di quelli in cui galleggiava lui, che da una parte lo emozionava, dall’altra gli faceva porre una certa domanda che lo perseguitava fin da bambino: come mai sentiva la sensazione costante che per concepi-re la propria storia si dovesse quasi percepire fisicamente di tendere verso un disastro? Quando mai arrivava questo disastro? Eppure, ogni volta che guardava la sua vita da fuori, come durante la conversazione al bancone all’aperto del circolo con il presidente nella sua camicia di Kenzo, vedeva che pareva raccontabile solamente come prefigu-razione di un disastro. Eppure la sua vita non l’aveva mai neanche sfiorato questo disastro, era perfino difficile im-maginarselo, dargli una storia: la sua storia prefigurava il disastro, ma il disastro non aveva storia. Tutto ciò che sta-va succedendo alla città, quello non sembrava un disastro ma una trasformazione spirituale. Il disastro era sempre quello preannunciato dalle più minuscole paure della men-te. Forse sono ancora le minacce delle madri che riecheg-giano, che soffiano dal passato rovesciando gli oggetti del nostro desiderio.Quella sera al circolo c’era la mostra video di Matteo Grilli su Youtubo Anche Io, lo youtuber che si strafogava di dolci e di proteine ed era morto soffocato. La mostra era sonorizzata ogni sera da Riccardo Papacci e Demented Burrocacao, seduti in poltrona dietro due ficus a rallentare canzoni nei loro pc. Si alzò Papacci, che al momento non aveva le mani occupate, e sbucò dal ficus per salutarlo. Pa-pacci non aveva una lira e di giorno ancora lavorava in un posto fisico (per seguire la linea che ho usato poco sopra, diciamo che per lavoro accarezzava le guance di certe si-gnore che facevano la fila per dirgli ciascuna una frase im-portante che ricordavano dalle vacanze dell’infanzia – an-che se nel caso del lavoro di Papacci non vale, perché quel lavoro non gli dava reputazione, era un lavoro alimentare, quindi tanto varrebbe dirlo: era commesso in una libreria di una zona elegante dove nessuno conosceva i suoi talenti di musicologo e scrittore); al circolo aveva curato una mo-stra video sull’evoluzione della conferenza stampa di go-verno da De Gaulle a Draghi. Aveva sempre la faccia pulita, con o senza barba, e dei capelli riccioli sinceri: « Che bella persona », disse, con lo sguardo aperto, e si abbracciarono senza avvicinare le bocche. In quel saluto centrifugo, per un attimo Papacci girò la testa verso di lui e gli soffiò sul collo, poi disse: « L’immenso Grilli », e si staccò.FRANCESCO PACIFICOGLI ANIMALI DELLA CITTÀ D’ESTATE
 
 

167166La mostra su Youtubo Anche Io dava molto da pensare, perché Grilli, che aveva ordinato di sistemare due proiet-tori davanti al muro dell’ex cascina che faceva da ristorante, sapeva dire col cibo cose molto più personali di quelle che si dicevano sul sesso. Nel suo collage dell’opera di Youtubo Anche Io, il rapporto col cibo diventava anche un rapporto con le parti che non vediamo di ciò che amiamo. Quel mo-mento, nel primo fresco della notte, in cui si mise in piedi a guardare i due teli bianchi del proiettore incorniciati da felci polverose, le immagini del povero mangione siciliano immerse nei brulli droni di Demented e nelle verdi pen-nellate di suoni HD che uscivano dal pc di Papacci, era il motivo per cui non poteva andare a stare con sua moglie fuori città. E anche l’aria che Papacci gli aveva soffiato sul collo, il fatto che non si potesse davvero andare a chiedere a Papacci una spiegazione di quel gesto – sedeva di nuovo dietro al ficus con una faccia neutra, quasi non avesse idea di avergli scatenato quel turbamento.La somma che fa di un posto una casa è un accumulo continuo di fatti veri e propri, definibili con semplicità, e impressioni, allusioni retoriche autogenerate. C’era tutto, in quel grande circolo che il presidente, con la sua ipnotica camicia gialla Kenzo appartenuta a chissà che tangentaro coinvolto nella costruzione dello Stadio di Bari alla fine degli anni Ottanta, aveva rimesso insieme rilevandolo da amici dopo aver provato per qualche anno a lavorare in un campo normale (cucendo distintivi sulle camicie, per con-tinuare il gioco di prima): ogni nuovo avventore, entrando nel parco al termine di quel quartiere lontano, usava la ma-gia di quel giardino per attribuire a se stesso dei significati e delle possibilità.Così, quando vide passeggiare nel giardino del circolo la sua amica di ieri con il marito, gli venne sì paura che il momento del disastro e del castigo fosse arrivato, ma fece pure il pensiero che, cercando lui, girando tra le sdraio e i tavolini e le amache per trovarlo, quei due fossero venuti a intitolarsi quel sentimento oscuro che lui a sua volta aveva appena ricevuto da Youtubo Anche Io, o dagli ultimi suoni filamentosi di teflon su cui aveva sentito indugiare Papac-ci. Prima che lo trovassero, fece in tempo a incrociare lo sguardo con il presidente e consegnare a lui tutta la preoc-cupazione che aveva. Il presidente gli restituì uno sguar-do sereno, sempre però con i suoi zigomi perennemente aggrottati. Forse il presidente aveva sempre quella stessa serenità aggrottata perché sapeva cosa venivano a cercare tutti dentro quel posto. Sentì che la faccia del presidente l’aveva tranquillizzato, e andò incontro alla coppia senten-dosi per un attimo lui il presidente del circolo.L’uomo della sua amica, che era basso e pettoruto, più di quanto non ricordasse, e si era fatto crescere i baffi, gli disse: « Ciao bello... Scusa l’invasione di campo... Ma abbia-mo parlato... Vorrei provare anch’io ».« Sono emozionato », gli uscì detto. « Posso portarvi dal presidente? Ci beviamo una cosa insieme e ci raccontiamo un po’?