Rachele Luzzatto è una ragazzina non ancora dodicenne, che tutti noi, padri e madri, nonni e nonne, avremmo voluto fosse nostra figlia o nipotina. È intelligente, curiosa del mondo, di conseguenza ribelle, al contempo saggia, e a pensarci bene, più che rivoltosa è una non conformista. Ed è anche bella. La bambina di cui sopra è l’ultimo prodotto della fantasia e dell’immaginazione di Abraham B. Yehoshua, che all’età di 84 anni, ha partorito un breve romanzo, in apparenza di facile lettura, in realtà una specie di summa esistenziale del suo pensiero e sensibilità, intitolato La figlia unica. Uscito a primavera in Israele ora viene proposto da Einaudi nell’ottima traduzione di Alessandra Shomroni (e in versione modificata dall’autore).
Ma cominciamo dall’inizio. Fra i motivi principali di tutta la produzione romanzesca di Yehoshua, un autore attentissimo non solo alle parole e alla trama …
Rachele Luzzatto è una ragazzina non ancora dodicenne, che tutti noi, padri e madri, nonni e nonne, avremmo voluto fosse nostra figlia o nipotina. È intelligente, curiosa del mondo, di conseguenza ribelle, al contempo saggia, e a pensarci bene, più che rivoltosa è una non conformista. Ed è anche bella. La bambina di cui sopra è l’ultimo prodotto della fantasia e dell’immaginazione di Abraham B. Yehoshua, che all’età di 84 anni, ha partorito un breve romanzo, in apparenza di facile lettura, in realtà una specie di summa esistenziale del suo pensiero e sensibilità, intitolato La figlia unica. Uscito a primavera in Israele ora viene proposto da Einaudi nell’ottima traduzione di Alessandra Shomroni (e in versione modificata dall’autore).
Ma cominciamo dall’inizio. Fra i motivi principali di tutta la produzione romanzesca di Yehoshua, un autore attentissimo non solo alle parole e alla trama e quindi alla forma — come talvolta vorrebbe far credere — ma anche al pensiero filosofico che esprime, c’è l’identità e la famiglia. Le questioni sono strettamente connesse e basti pensare a quel capolavoro che è Il signor Mani. Ma Yehoshua è pure un uomo innamorato dell’Italia. La considera una seconda patria. L’incontro fra tutti questi elementi ha portato alla nascita del libro, di cui parliamo. Siamo quindi in una medio grande città del Nord Italia, in una scuola, alla vigila delle ferie di Natale. Qualcuno bussa alla porta della classe dove l’insegnante cerca di “riversare” negli alunni, “lo spirito candido e umanitario di Edmondo De Amicis”, ed ecco che Rachele viene chiamata dalla preside.
Non entreremo nei dettagli di un incipit in cui ci sono tutti gli ingredienti dell’intero testo (un esempio quindi di come comporre un incipit), se non per dire che sulla strada verso l’ufficio della preside appunto, la ragazzina osserva il panettone natalizio in tavola, nella sala dei professori. E anche che, avrebbe dovuto apparire nel ruolo di Madre di Dio, nella recita scolastica. Lo avrebbe desiderato pure l’insegnante, affascinata dai suoi capelli ricci e dalla faccia espressiva. Ma Rachele è ebrea e il padre glielo proibisce perché ha paura delle contaminazioni ed è incapace di distinguere fra fede e recitazione. Aggiungiamo, senza svelare troppo, che questa non distinzione è dovuta all’esperienza della famiglia sotto l’occupazione nazista. È comprensibile quindi, ma è pur sempre segno di integralismo.
Ecco, il romanzo è giocato sulle ambivalenze e su doppi significati. È ebrea Rachele? Sì. La madre però è una convertita e viene da una famiglia cattolica. Il nonno paterno è un avvocato ebreo ricco. Il nonno materno è invece cattolico di modeste origini. La nonna materna è un’atea convinta. Rachele, a sua volta si prepara alla cerimonia di Bat Mitzvà, il passaggio rituale all’età in cui dal punto di vista religioso si è responsabili delle proprie azioni. E per la cerimonia studia una preghiera che potrebbe però offendere i suoi parenti non ebrei. La ragazza deve affrontare un universo familiare pieno di contraddizioni, dove le identità si incontrano e scontrano, raramente si amalgamano. Nella vita vera, Yehoshua, si chiede sempre come si possa vivere da ebrei in un Paese cattolico, senza soccombere al fascino della Chiesa e delle chiese.
Si è detto: dal lato paterno, la famiglia è facoltosa. E così per andare in vacanza di Natale in montagna — pure gli ebrei a Natale prendono le ferie — al servizio dei Luzzatto c’è un autista che possiede una vecchia Land Rover britannica. L’uomo ha spostato lo sterzo della macchina da destra a sinistra. Ma la strumentazione è rimasta a destra. Anche l’automobile è quindi dicotomica e per guidarla in sicurezza, occorre la collaborazione del passeggero di destra con l’autista di sinistra. Un’allegoria? Sì. Viaggiando (La figlia unica è anche un romanzo on the road, Rachele quasi ogni giorno dorme in un’altra casa, metafora dell’incertezza esistenziale), lo chauffeur spiega che l’Italia è la patria della ragazzina (cui piacerebbe andare in Israele). E aggiunge che è forse troppo intelligente e che l’intelligenza è un fattore che non rende gli ebrei particolarmente simpatici.
Pur non potendo partecipare alla recita scolastica Rachele riceve regali di Natale dai nonni materni. E di nuovo, i regali sono due. L’uno il libro Cuore, l’altro un pappagallo. Lei decide di insegnare al volatile non una, bensì due lingue: l’italiano ma anche l’ebraico. E per questo, scherza uno dei personaggi (e si intravvede il volto ironico di Yehoshua), quell’uccello ha il becco troppo grande. Il libro Cuore serve invece all’autore per parlare dell’amore filiale. Al padre di Rachele hanno diagnosticato un tumore al cervello. E lei è molto legata a due racconti di De Amicis. Il primo è Il piccolo scrivano fiorentino, l’altro è L’infermiere di Tata. In ambedue il figlio cerca di salvare il padre. Nel secondo però, c’è uno scambio di persona. L’uomo che Ciccillo, un poverissimo ragazzo della Campania, accudiva all’ospedale non era suo genitore. Ci fu uno scambio di persona. Ma conta l’amore. No, Yehoshua non è un ingenuo. Lo scrittore, ricordiamocelo, cominciò la carriera affascinato dal surrealismo. E di quell’imprinting fa uso in La figlia unica.
Infine. Il lemme Gerusalemme, città natale di Yehoshua che lo scrittore ama e odia al contempo, in ebraico è Yerushalaim, dove il suffisso “aim”, significa il doppio. E anche i finali del libro sono due. Il primo: la festa di carnevale nella dimora della nonna ricca, seduttrice seriale, divorziata dal marito cui partecipa il rabbino travestito da prete e tutti i simboli identitari si mescolano. E il secondo dove Rachele dice al padre che di dei ce ne sono troppi. Lei ha bisogno di un fratello, non vuole essere figlia unica. Ne abbiamo bisogno tutti, di fratelli e sorelle e di scrittori che ci parlino come se fossero nostri fratelli (e sorelle) maggiori. Come lo è Abraham B. Yehoshua.
"La figlia unica" di Abraham B. Yehoshua (Einaudi, trad. di Alessandra Shomroni, pagg. 168, euro 18)