Cassius
di Antonio Monda , di Antonio MondaMi chiamo Cassius, perché sono nato quando Cassius Clay era campione del mondo, e in lui i miei genitori avevano trovato finalmente un motivo di sogno e speranza. Nessuno aveva mai combattuto come quel ragazzo del Kentucky, nessuno era mai stato così orgoglioso della propria bellezza nera. E nessuno così sfrontato, sorprendente e veloce.
Il nome che i miei avevano scelto era un augurio, e non dissero nulla quando il campione decise di chiamarsi Muhammad Ali, perché Cassius è un nome da schiavo.
Ero bambino allora, ma il mio nome da schiavo me lo sono tenuto anche da grande, perché la libertà è una cosa troppo seria per legarla al proprio nome. Né ho mai cambiato religione, perché non ne ho alcuna, se non quella della libertà.
Di questi cambiamenti con i miei non ho mai parlato: loro preferiscono ricordare il campione nei momenti di gloria, qualunque sia il suo nome. Sono capaci di parlare per ore dei tre i…
Mi chiamo Cassius, perché sono nato quando Cassius Clay era campione del mondo, e in lui i miei genitori avevano trovato finalmente un motivo di sogno e speranza. Nessuno aveva mai combattuto come quel ragazzo del Kentucky, nessuno era mai stato così orgoglioso della propria bellezza nera. E nessuno così sfrontato, sorprendente e veloce.
Il nome che i miei avevano scelto era un augurio, e non dissero nulla quando il campione decise di chiamarsi Muhammad Ali, perché Cassius è un nome da schiavo.
Ero bambino allora, ma il mio nome da schiavo me lo sono tenuto anche da grande, perché la libertà è una cosa troppo seria per legarla al proprio nome. Né ho mai cambiato religione, perché non ne ho alcuna, se non quella della libertà.
Di questi cambiamenti con i miei non ho mai parlato: loro preferiscono ricordare il campione nei momenti di gloria, qualunque sia il suo nome. Sono capaci di parlare per ore dei tre incontri con Joe Frazier, e del trionfo su George Foreman.
È questa l’epica, mi dicono, noi abbiamo avuto il privilegio di viverla.
A mio padre brillano gli occhi quando mima il doppio diretto destro che schiantò Zora Folley, o i passi di danza con cui umiliò Cleveland Williams, nella più perfetta dimostrazione di arte pugilistica mai vista sul ring, dice così. Nega con sdegno che sia stata la boxe ad accelerare sul suo corpo la devastazione del morbo di Parkinson: soltanto la malattia è riuscita ad ammutolire la bocca di Louisville. Per non parlare dell’incontro con Sonny Liston. Ma quale combine mi dice, è l’invidia di chi non sa riconoscere la grandezza. Io non sono mai riuscito a vedere il pugno fantasma che fece crollare l’orso cattivo al tappeto, e non so quale sia la verità, ma un’ombra non leva la luce alla vita di un uomo.
Lavoro come addetto alle pulizie alla Public Library: un giorno avrò un lavoro degno dell’augurio che mio padre legò al mio nome, e diventerò anch’io un campione chissà di cosa. Ma intanto, nei momenti di pausa, passo il mio tempo a leggere: sento che la mia mente si arricchisce, e forse è questa la libertà.
Oggi ho scoperto che c’è stato un pugile che una volta sfidò Ali quando aveva già cambiato il suo nome e lo chiamò Cassius con aria di scherno. Gli voleva dire che era rimasto uno schiavo, e che non si fugge dalla propria realtà. O forse no, era soltanto una provocazione, ma il modo in cui lo chiamò ripetutamente Cassius era sprezzante e irridente.
Il campione non disse nulla e si limitò a guardarlo negli occhi, con lo sguardo del suo antenato schiavo quando era tormentato dal proprio padrone.
Il pugile che lo aveva offeso era nero e questo lo aveva infuriato ancora di più. Ed era un gigante di due metri: questo lo eccitava a dare il meglio di sé.
Sin dal primo round l’incontro fu un massacro: Ali lo colpì con la cattiveria di chi non vuole finire il combattimento ma soltanto far male, molto male. E mentre infieriva sugli occhi, sulle labbra, sui fianchi ripeteva “come mi chiamo”?
Lo diceva forte, in modo che lo sentissero in tutta l’arena, e fosse chiaro anche in televisione.
Concentrò la propria rabbia sulle costole, voleva spezzargliele.
“Come mi chiamo?”
Dopo poche riprese il gigante aveva gli occhi pesti e fissava il campione disperato, implorava pietà, ma non sapeva cosa fare: nessun colpo giustificava la caduta al tappeto, ma ognuno apriva una piaga sul suo corpo.
E Ali continuò a punirlo danzandogli intorno.
“Come mi chiamo?
Come mi chiamo?”
Colpiva con la rabbia del bisnonno che era stato in catene solo perché aveva quel colore di pelle. Con il dolore di chi era riuscito a sfuggire ad un linciaggio, l’angoscia di chi aveva conosciuto la discriminazione, e la rabbia di chi non poteva accettare che proprio un nero si fosse comportato in quel modo.
E ad ogni colpo pensava a tutti gli uomini che avevano ancora nomi da schiavo.
Furono le quindici riprese più lunghe della storia, e Ali sembrava che non si stancasse mai di colpire e colpire. Al suono dell’ultimo gong il gigante venne portato a braccia al proprio angolo e poi fuori dal ring. Era irriconoscibile per i colpi ricevuti e cercava di vedere qualcosa nelle piccole fessure rimaste aperte negli occhi. Riuscì appena scorgere il campione che alzava le braccia al cielo in segno di trionfo, mentre tutto lo stadio urlava Ali!
E poi ancora Ali! Ali! Ali!
Era il pubblico che rispondeva per lui, e forse stava dicendo qualcosa anche a me.
Chissà perché questa storia i miei non me l’hanno mai raccontata.