Ultima fermata Addis Abeba
di Fernando Gentilini , di Fernando GentiliniI convogli militari per Addis Abeba avanzano sempre lungo la stessa strada, cioè la vecchia camionabile costruita dagli Italiani nel 1935-’36. Parte dall’Eritrea, traversa il Tigrai, poi serpeggia tra le gole del Wollo e taglia l’altopiano fino alla capitale: Badoglio fu il primo a percorrerla, con le camicie nere. Poi le truppe del Negus nel 1941, quelle di Menghistu nel 1974 e i guerriglieri tigrini di Meles Zenawi nel 1991.
Addis Abeba, ogni volta, ha atteso alla fine della strada con il fiato sospeso. Temendo il bagno di sangue, la guerra casa per casa; temendo che i soldati o gli insorti di turno potessero darsi ai saccheggi e agli stupri. Ma la storia, fino ad ora, si è ripetuta sempre allo stesso modo. E per fortuna gli eserciti che dovevano difendere la città, invece di combattere l’ultima battaglia, alla fine si sono sempre dileguati.
L’ultima volta, nel 1991, i Tigrini entrarono ad Addis senza colpo ferire. Erano sfiniti, …
I convogli militari per Addis Abeba avanzano sempre lungo la stessa strada, cioè la vecchia camionabile costruita dagli Italiani nel 1935-’36. Parte dall’Eritrea, traversa il Tigrai, poi serpeggia tra le gole del Wollo e taglia l’altopiano fino alla capitale: Badoglio fu il primo a percorrerla, con le camicie nere. Poi le truppe del Negus nel 1941, quelle di Menghistu nel 1974 e i guerriglieri tigrini di Meles Zenawi nel 1991.
Addis Abeba, ogni volta, ha atteso alla fine della strada con il fiato sospeso. Temendo il bagno di sangue, la guerra casa per casa; temendo che i soldati o gli insorti di turno potessero darsi ai saccheggi e agli stupri. Ma la storia, fino ad ora, si è ripetuta sempre allo stesso modo. E per fortuna gli eserciti che dovevano difendere la città, invece di combattere l’ultima battaglia, alla fine si sono sempre dileguati.
L’ultima volta, nel 1991, i Tigrini entrarono ad Addis senza colpo ferire. Erano sfiniti, magrissimi, negli ultimi mesi avevano mangiato radici e terra. L’apocalisse alle porte della città non ci fu. Menghistu era già fuggito in Zimbabwe. Dissero che la sua armata preparava la controffensiva nascosta in Sidamo, ma non era vero. Cinquecentomila effettivi mancarono l’appello, letteralmente svaniti nel nulla.
Anche nel 1974 i rivoluzionari di Menghistu rovesciarono il negus senza una vera battaglia. Hailé Selassiè era rimasto solo quando la mattina del 12 settembre gli ufficiali golpisti andarono a prelevarlo nella Reggia di Menelik. Dopo l’inchino rituale gli dissero che era stato deposto. Lui li guardò incredulo, dopo tutto era il 226° discendente di re Salomone. Poi balbettò che se la rivoluzione era un bene per il suo popolo, l’avrebbe sostenuta anche lui.
Oggi lungo la camionabile stanno nuovamente avanzando i Tigrini. Vogliono riprendersi Addis Abeba, dopo esserne stati scacciati nel 2018 dagli Oromo di Abyi. Nei ventisette anni precedenti avevano governato loro, dopo che per un secolo Menelik, Hailé Selassiè e Menghistu si erano affidati agli Amhara. L’Etiopia è un mosaico di settanta etnie differenti, con conti in sospeso vecchi di millenni. Anche per questo, ciclicamente, si ritrova sull’orlo del baratro.
Ad Addis Abeba l’avanzata viene seguita sui social: tra le chat governative che incitano alla resistenza e quelle delle quinte colonne che festeggiano la presa di Dessié, lontana neanche 300 chilometri. Per il resto è il solito tam-tam di voci confuse che si rincorrono: si parla di mercenari tra gli insorti, di nuovi focolai in rivolta, di villaggi passati di mano; e anche di traditori tra le truppe federali allo sbando, di cospirazioni, fughe, diserzioni, complotti, cambi di campo…
La storia dell’Etiopia è costellata di colpi di Stato, insurrezioni e congiure. Sarà a causa di una natura tribale, o forse di un potere che in questo paese si confonde con l’apparenza del potere. Kapuscinski ha dedicato a questi temi un libro bellissimo, L’imperatore, in cui dignitari, spie e cortigiani del negus raccontano la propria versione dei fatti sul golpe del 1974. La sua lettura aiuta la memoria, e aiuta anche a mettere in prospettiva quest’ennesima crisi. Kapuscinski racconta che il negus cominciava la giornata ricevendo i rapporti degli informatori, di primo mattino. Sapeva che quanto succede nottetempo è molto più importante di quel che accade di giorno. Alla luce del sole ci pensava lui a tenere d’occhio tutti, ma di notte era impossibile. Per questo aveva un esercito di spie. Dal fallito colpo di Stato del 1960, durante la visita in Brasile, era ossessionato dalle congiure. Dalle congiure e anche dai segni.
La carestia nel nord del Paese, i successi della resistenza eritrea e la sollevazione delle truppe ad Asmara all’inizio del 1974 venivano interpretati a corte come segni e presagi funesti. Il negus sapeva, perché lui oltre alle spie consultava gli astrologi indiani. Solo che ormai il Palazzo aveva perso lo smalto dei tempi migliori, e i segni premonitori vennero inopinatamente ignorati. Così, quando con gli scioperi di primavera la situazione precipitò e i carri armati circondarono il Palazzo, era già tardi per poter fare alcunché... Ora naturalmente tutto questo è Kapuscinski: un miscuglio di storia, reportage e narrazione che non va preso per oro colato. Però la faccenda dei segni premonitori fa pensare. Come fa pensare la circostanza che anche stavolta è nel nord del Paese, in Tigrai, che è iniziato tutto: con gli scontri dell’anno scorso, i raid, le vittime civili, l’emergenza umanitaria… E allora, se questo è vero, non sarà che all’origine dell’ennesima crisi etiopica c’è anche una politica incapace di captare i segni? Una politica che non è stata in grado di prefigurare la crisi, e intervenire, prima che la crisi divenisse ingestibile?
Ma proviamo a ricapitolare dove siamo e cosa possiamo aspettarci: da una parte c’è il premier Abyi, che in teoria sarebbe un Nobel per la pace anche se in pratica è uno che invita i civili ad armarsi; e dall’altra c’è una specie di nebulosa a guida tigrina, che riunirebbe nove gruppi di opposizione, alcuni armati, tra cui formazioni oromo disposte a ripudiare il “proprio” premier. Tra l’altro non si capisce chi comandi, e con quale programma. Il che potrebbe voler dire che si tratta di un’alleanza ancora in divenire o da consolidare, meno coesa di quanto si vorrebbe far credere.
Di sicuro c’è che i Tigrini, come negli anni Ottanta, hanno pianificato tutto nei minimi dettagli. Dai loro soliti nascondigli sulle montagne. Sono una minoranza, il 5% della popolazione. Eppure basta essere entrati nella caverna vicino Makallè da dove Meles guidò l’offensiva contro Menghistu, per rendersi conto che in tutto il Paese non c’è nessuno più organizzato e disciplinato di loro. Sanno combattere, sanno soffrire, e come se non bastasse sono pure vendicativi.
Comunque i giochi sono ancora aperti, e non è detto che gli insorti arrivino alla fine della camionabile. Le diplomazie africana, europea e americana sono al lavoro per provare a rimettere insieme i cocci e scongiurare il peggio: riusciranno a convincere Abyi e gli altri a trattare? A evitare lo scontro finale? A far emergere una soluzione politica in un contesto dove di solito prevalgono soluzioni di forza? Dobbiamo sperare di sì, per il bene dell’Etiopia e della sua gente. Anche se probabilmente il reporter di guerra Kapuscinski, al punto in cui siamo, non si farebbe troppe illusioni.
La serie
Finis Terrae
Dopo la Libia, continua con l’Etiopia la serie di Fernando Gentilini: il racconto geopolitico delle aree cruciali del mondo