A cosa serve leggere
di Stefano Bartezzaghi , di Stefano Bartezzaghi"A soddisfare la voglia di leggere". No, la risposta più semplice e onesta alla domanda "A cosa serve leggere?" non è la più esauriente e neppure la più appropriata per le circostanze in cui normalmente se ne parla. E poi: "leggere" in che senso? Una caratteristica cruciale in comune accomuna il verbo ad altri verbi che designano azioni potenzialmente piacevoli, come "mangiare", "bere", "baciare": si possono usare tutti come verbi transitivi oppure da soli, in forma intransitiva o assoluta. "Mi piace mangiare banane" è una cosa; un'altra è "mi piace mangiare", tout court. La prima possibilità connota discernimento ed è ben vista; la seconda - e tanto più per "bere" e per "baciare" - si avvia invece per gli scoscesi pendii della compulsione. Con la lettura pare essere vero il contrario: se dico "mi piace leggere Pira…
"A soddisfare la voglia di leggere". No, la risposta più semplice e onesta alla domanda "A cosa serve leggere?" non è la più esauriente e neppure la più appropriata per le circostanze in cui normalmente se ne parla. E poi: "leggere" in che senso? Una caratteristica cruciale in comune accomuna il verbo ad altri verbi che designano azioni potenzialmente piacevoli, come "mangiare", "bere", "baciare": si possono usare tutti come verbi transitivi oppure da soli, in forma intransitiva o assoluta. "Mi piace mangiare banane" è una cosa; un'altra è "mi piace mangiare", tout court. La prima possibilità connota discernimento ed è ben vista; la seconda - e tanto più per "bere" e per "baciare" - si avvia invece per gli scoscesi pendii della compulsione. Con la lettura pare essere vero il contrario: se dico "mi piace leggere Pirandello" o "Diabolik" o "la mia bacheca su Facebook" metto limiti non a un vizio ma a una virtù. La persona più virtuosa è invece quella che ama "leggere", senza limitazione. Bevitrici e baciatori, gente da angiporto. Lettrici e lettori, eletta schiera.
Leggere è un modo di guardare: si guarda il mondo e, nel mondo, si legge il libro. C'è però anche la "leggibilità del mondo", idea di cui Hans Blumenberg ha scandagliato la storia millenaria. Infatti quando lo scrutiamo per distinguerne gli elementi uno per uno e dotarli di senso non stiamo più guardando il mondo: lo stiamo leggendo. E invece quando "guardiamo" un libro non lo stiamo leggendo: lo sorvoliamo, buttiamo un occhio alle figure.
Oltre al guardare, un'altra operazione in parte si oppone e in parte si sovrappone al leggere: è il contare. Si ritiene che i numeri siano più della lingua detentori di un rapporto intimo con la realtà e che la rappresentino con massima esattezza, cioè con una precisione preclusa a ogni altro sistema. Ma i dati e le statistiche epidemiologiche che ci hanno invaso da un anno e mezzo dovrebbero averci mostrato, almeno loro, che i numeri, esiti del contare, spesso ci vengono presentati in forma di diagrammi, che sono cose da guardare e per essere compresi devono essere riferiti a parole, cose da leggere. Solo così si può essere sicuri che non siano state sommate mele e pere.
Primo Levi racconta di un ladruncolo milanese, "il Ferrari", incontrato nel 1945 in un campo di prigionia polacco. Stava in branda tutto il giorno a "leggere" libri in tutte le lingue, tranne il russo, perché diceva di non capirlo bene. In realtà era analfabeta: compitava lettera per lettera, pronunciava parole del cui senso non si occupava. Una specie di scanner umano. "Compitare" è legato per etimo al "computare" (da cui "computer").
Forse allora leggere è l'attività che salda in una relazione necessaria il guardare e il compitare. Lo sguardo generale e lo scrutinio particolare, la scomposizione del testo in lettere e la loro ricomposizione in sequenze linguistiche dotate di senso. Un processo che non è mai immediato, e non lo diventa neppure quando abbiamo imparato a leggere speditamente e non ci accorgiamo più di star compiendo un movimento duplice.
È più faticoso di guardare? Meno rigoroso di contare? Con le loro popolari lusinghe l'iconico e il quantitativo sembrano minacciare il leggere e sembrano andar convincendosi di poter fare da soli. Anche nei discorsi tecnici di marketing editoriali occorre stare attenti a non prendere il lettorato per elettorato, le readership per leadership.
In gioco non ci sono lettori e lettrici e libri a una sola dimensione, contabile. In gioco c'è sempre molto altro. Innanzitutto, il desiderio. Quindi l'alleanza fra leggere, guardare e contare, alleanza su cui occorre non cedere.
Oltre che a soddisfare la voglia di leggere, leggere serve a legare il momento dell'analisi a quello della sintesi: ogni qualvolta perlustriamo una totalità come se fosse composta di unità discrete - che sia un libro, una mappa, un quadro, il cielo stellato sopra di noi o la legge morale dentro di noi - parliamo di lettura. Leggiamo quando scomponiamo una totalità in unità componenti e le ricombiniamo in un tentativo di trovare senso.
Godimento, esplorazione e infine dialogo. I libri sono per noi come amici, dice un frusto cliché. Lo rinnovò Marcel Proust aggiungendo che sono amici morti che noi ("morti non ancora entrati in funzione") possiamo trattare senza deferenze. Quando Molière non ci diverte più lo abbandoniamo come con un amico vivente e permaloso non potremmo. La citazione è stata incastonata dall'insigne studiosa Lina Bolzoni tra gli struggimenti eruditi del suo libro sulla lettura. Questo libro si intitola: Una meravigliosa solitudine.
E una volta che avrai resa meravigliosa la tua solitudine? Allora potrai avere incontrato l'ultima risposta sulla funzione della lettura: "Questo è l'unico modo al mondo di sfuggire alle cose che hanno fatto di te quello che sei" (Don DeLillo, Underground). Pare poco, a te che leggi?
Stefano Bartezzaghi prenderà parte lunedì 15 novembre all'evento "Lettura: che cosa abbiamo imparato" a Bookcity, a Milano (Cariplo Factory, ore 10)