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Salviamo il cinema in via di estinzione

Nicola Piovani, premio Oscar per le musiche di La vita è bella, in uno scatto del 2013 
Il maestro premio Oscar ricorda indimenticabili visioni in sale piene di gente con la quale ha condiviso La dolce vita, La grande guerra, Johnny Stecchino, Manhattan, Ecce Bombo…
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I film mi piace vederli al cinematografo, come lo chiamavamo tempo fa, in una sala buia che aiuta a concentrarsi, in una platea piena, o anche mezza piena di spettatori che, come me, hanno scelto quel film, quell'autore, quell'attore. Spettatori attenti a cogliere il dettaglio di un'inquadratura, di un tono di voce, di una frase musicale; a condividere sonoramente una buona battuta. Spettatori disposti anche a superare i passaggi meno attraenti di una storia, in attesa di metterne in fila le tessere: l'arte è fatta di dettagli, talora insignificanti a prima vista, e alla fine è la somma che fa il totale, per citare Totò.

Ecco, mi piace scrivere musica da film pensando a questi "colleghi spettatori". Mi piace escogitare per loro, insieme al regista, le strategie musicali che aiutino il ritmo narrativo, l'impatto emotivo di una storia. Se invece, nel comporre, penso alla fruizione televisiva, cambiano le mie aspettative: devo sintonizz…

I film mi piace vederli al cinematografo, come lo chiamavamo tempo fa, in una sala buia che aiuta a concentrarsi, in una platea piena, o anche mezza piena di spettatori che, come me, hanno scelto quel film, quell'autore, quell'attore. Spettatori attenti a cogliere il dettaglio di un'inquadratura, di un tono di voce, di una frase musicale; a condividere sonoramente una buona battuta. Spettatori disposti anche a superare i passaggi meno attraenti di una storia, in attesa di metterne in fila le tessere: l'arte è fatta di dettagli, talora insignificanti a prima vista, e alla fine è la somma che fa il totale, per citare Totò.

Ecco, mi piace scrivere musica da film pensando a questi "colleghi spettatori". Mi piace escogitare per loro, insieme al regista, le strategie musicali che aiutino il ritmo narrativo, l'impatto emotivo di una storia. Se invece, nel comporre, penso alla fruizione televisiva, cambiano le mie aspettative: devo sintonizzarmi su uno spettatore sul divano, davanti allo schermo col telefono acceso; uno spettatore che forse non ha guardato il film dall'inizio, e che forse smetterà prima della fine; che salterà alcune scene per andare a prendere un whisky, per un whatsapp, per giocare col cane; e che è pronto a cambiar canale alla minima percezione di noia. Il linguaggio più adatto a questa fruizione è il linguaggio pubblicitario: segnali brevi, icastici, ritmi spezzettati che catturino l'attenzione in modo non dialettico. L'ho capito dalla mia osservazione di spettatore e dalle poche esperienze che ho fatto in quest'ambito come musicista. A tali stilemi oggi si vanno ispirando non solo i pubblicitari, ma anche prestigiosi autori di lungometraggi. Si può chiamare "ambito linguisticamente vincente". Ma in cuor mio spero che sopravvivano anche spazi per ambiti diversi e complessi, in cui possa esistere una struttura narrativa di gittata meno istantanea, più riflessiva.

La differenza sostanziale fra la proiezione cinematografica e la proiezione domestica non credo sia di tipo tecnologico: è vero, il grande schermo conta, ma è la condivisione che fa la differenza. Esistono ormai apparecchi video casalinghi con schermi enormi, audio hi-fi, immagine di buon livello - un livello a volte più alto di quello di certe sale pubbliche; di quelle per esempio che la mia generazione frequentava, cinematografi di seconda e terza visione, quando guardavamo assorti pellicole rovinate, tagliuzzate, sbiadite da una consumata lampada del proiettore. Restano per me indimenticabili certe visioni in sale piene di gente con la quale condividevo La dolce vita, La grande guerra, Johnny Stecchino, Manhattan, Ecce Bombo... Gioioso è il ricordo dei cinema d'essai che affollavamo per rivedere Il settimo sigillo, Quarto potere, Umberto D o La corazzata Potëmkin - film quest'ultimo breve, avvincente e con montaggio mozzafiato, contrariamente al luogo comune.

Erano tempi in cui i film, dopo un breve marchio iniziale - un leone ruggente, un colpo di gong, squilli di trombe - cominciavano con i titoli di testa, con i crediti artistici: nomi di attori, sceneggiatori, scenografi, assistenti, calzature... e regia, mentre si ascoltava un'ouverture orchestrale - mutuata dal costume dell'Opera teatrale. Oggi quando vado al cinema mi devo cibare all'inizio una bella dose di marchi di produzioni, coproduzioni, sponsor, banche, regioni, dipartimenti ministeriali, comunali... Per sapere chi sono gli artisti del film, devo aspettare i titoli di coda, durante i quali si accendono le luci di sala, il pubblico si alza e devo sbirciare fra i cappotti.

Leggo che molti cinematografi si stanno purtroppo chiudendo. È un processo fatale, forse inarrestabile nell'era Netflix, di cui sono fedele abbonato: il calo degli spettatori è la causa della chiusura delle sale, non viceversa. Mi auguro soltanto che, in questa nostra civiltà occidentale che si dichiara rispettosa delle minoranze, ci resti uno spazio per noi spettatori di cinematografo, che siamo rimasti in pochi, ma non in pochissimi. Anche se siamo considerati dal mercato una specie in via di estinzione, spero si voglia proteggere il nostro habitat - il cinematografo - magari con l'aiuto del Wwf.