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Elisabetta Sgarbi: "Se sono un editore lo devo a Cibotto"

Elisabetta Sgarbi con Gian Antonio Cibotto durante una cerimonia del Premio Cavallini nel 2003 
La fondatrice della Nave di Teseo racconta il rapporto eccezionale con l'autore di Cronache dell'alluvione che a settant'anni dalla tragedia del Polesine torna in libreria. "Era un uomo elegante e rigoroso. E' stato lui a spronarmi a seguire la mia passione, i libri"
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Non è stato facile riportare in libreria l’opera di Gian Antonio Cibotto, lo scrittore veneto morto nel 2017, ma è stato per Elisabetta Sgarbi una sorta di atto dovuto. Il rischio dell’oblio, quando i libri di un autore sono letteralmente irreperibili, è molto alto. La nave di Teseo ristampa, intanto, Cronache dell’alluvione. Polesine 1951, in occasione del settantesimo anniversario del disastro idrogeologico, con i testi introduttivi di Cesare De Michelis, Gian Antonio Stella, Vittorio Sgarbi e della stessa Elisabetta Sgarbi, che racconta: «Non sarei editore se, mentre studiavo Farmacia, Cibotto non mi avesse aiutato e non mi fossi trovata a curare la sua corrispondenza con Giovanni Comisso».

Come l’ha conosciuto?
«Se non sbaglio in una occasione importante. La prima mostra curata da mio fratello Vittorio, “Palladio e la maniera”. Toni era un “principe” in Veneto, notò il mio carattere ombr…

Non è stato facile riportare in libreria l’opera di Gian Antonio Cibotto, lo scrittore veneto morto nel 2017, ma è stato per Elisabetta Sgarbi una sorta di atto dovuto. Il rischio dell’oblio, quando i libri di un autore sono letteralmente irreperibili, è molto alto. La nave di Teseo ristampa, intanto, Cronache dell’alluvione. Polesine 1951, in occasione del settantesimo anniversario del disastro idrogeologico, con i testi introduttivi di Cesare De Michelis, Gian Antonio Stella, Vittorio Sgarbi e della stessa Elisabetta Sgarbi, che racconta: «Non sarei editore se, mentre studiavo Farmacia, Cibotto non mi avesse aiutato e non mi fossi trovata a curare la sua corrispondenza con Giovanni Comisso».

Come l’ha conosciuto?
«Se non sbaglio in una occasione importante. La prima mostra curata da mio fratello Vittorio, “Palladio e la maniera”. Toni era un “principe” in Veneto, notò il mio carattere ombroso e silenzioso. Mi stavo laureando, non ero particolarmente felice perché avrei voluto allora studiare altro e fare altro. Fu lui a incitarmi a seguire la mia passione e a occuparmi di libri. Mi portò allo Studio Tesi, mi segnalò come giurata popolare al Premio Campiello e iniziai a girare con lui per tutti i teatri veneti. Lui era il critico teatrale del Gazzettino e andavamo a vedere tutti i Goldoni che venivano rappresentati. Entrava a casa nostra, a Ro, declamando “Ofelia, Ofelia, dove sei?”. Si riferiva a me, che vestivo sempre di nero. E suscitava le rimostranze di mio padre, preoccupato perché Ofelia finiva male».


Che cosa sente di avere imparato da lui?
«Il rigore e la vaghezza. Era un uomo straordinariamente elegante, indossava solo maglioni di cachemire, se non giacca e cravatta. Era il beniamino delle nobildonne veneziane. Aveva però una poetica e a volte comica vaghezza, nel senso più bello del termine. Una volta fui testimone di una scena tipica: arrivammo a Papozze, un paese verso il Delta del Po, con un grande ritardo. E lui vedendo il sindaco, invece di scusarsi del ritardo, con molta naturalezza e in dialetto veneto, si scusò perché ancora non gli aveva restituito un libro sulla storia di Papozze che lo stesso sindaco gli aveva prestato. E il sindaco tutto imbarazzato – perché Toni era un’autorità – gli disse che non ricordava di avergli mai  prestato un libro».


Perché accosta Cibotto a suo padre, Giuseppe Sgarbi, diventato scrittore tardivamente?

«Entrambi hanno vissuto i momenti drammatici dell’alluvione. Toni per farne una cronaca. Mio padre per andare a soccorrere sua madre e le sue sorelle rimaste sulla sponda veneta, mentre lui con mia madre si era appena trasferito a Ro, sulla sponda emiliana, e avevano aperto la farmacia. Quei momenti drammatici li avevano segnati entrambi e entrambi, in momenti diversi, li hanno raccontati nei loro libri: Toni nel ’54 con Cronache dell’alluvione. Mio padre all’età di 93 anni, con Lungo l’argine del tempo».


La ripubblicazione del suo lavoro per La nave di Teseo cosa rappresenta? 
«È come ripubblicare Comisso. Sono scrittori che hanno segnato un’epoca e una determinata cultura. E sarebbe opportuno – per noi – non disperderne la memoria».

Mi piacerebbe che lei, nata a Ferrara e sempre attenta al rapporto tra “sapere di provincia” e mondo ci spiegasse come si può imparare apertura e cosmopolitismo anche nei “microcosmi”.
«Il cosmopolitismo è una possibilità, è una attitudine della mente, anche avendo ben presente la propria origine, persino ricercandola. Non ho mai sentito contraddizioni. Ho conosciuto intellettuali e scrittori molto radicati nella propria terra con una apertura straordinaria al mondo culturale internazionale: Sciascia, Bufalino, lo stesso Comisso e, per stare a Ferrara, Mario Roffi. Per non parlare di Bertolucci».