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Wilbur Smith: così finisce l'Avventura

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Con la morte del grande scrittore africano si chiude un genere letterario, da Stevenson a Salgari, di cui è stato maestro indiscusso. Oggi a trasportare l'immaginazione tra giungle, savane e atolli lontani sono effetti speciali e computer grafica
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Una morte del tutto normale. Perfino banale, domestica e silenziosissima. Wilbur Smith, maestro in fughe rocambolesche, colpi di scena e trapassi eroici, se n’è andato così, in un sabato come tanti, dopo una mattina trascorsa in amene letture sulla sua poltrona di Cape Town. Era nato nel 1933, solo vent’anni dopo il suicidio del nostro Emilio Salgari, con cui condivideva il fascino antico dei romanzi di avventura.

Africano di nascita (per l’esattezza zambiano), Smith ha costruito, di fatto, un impero letterario sulle atmosfere, le visioni, le trame passate e nascoste del continente misterioso, culla da cui l’Homo Sapiens iniziò a migrare verso il resto del pianeta oltre centomila anni fa. È l’unico punto da cui può partire una riflessione a posteriori sulla sua produzione, dal momento che Smith - diversamente da Rider Haggard, che pubblicò Le miniere di re Salomone dopo un incarico lavorativo di pochi anni in Sud…

Una morte del tutto normale. Perfino banale, domestica e silenziosissima. Wilbur Smith, maestro in fughe rocambolesche, colpi di scena e trapassi eroici, se n’è andato così, in un sabato come tanti, dopo una mattina trascorsa in amene letture sulla sua poltrona di Cape Town. Era nato nel 1933, solo vent’anni dopo il suicidio del nostro Emilio Salgari, con cui condivideva il fascino antico dei romanzi di avventura.

Africano di nascita (per l’esattezza zambiano), Smith ha costruito, di fatto, un impero letterario sulle atmosfere, le visioni, le trame passate e nascoste del continente misterioso, culla da cui l’Homo Sapiens iniziò a migrare verso il resto del pianeta oltre centomila anni fa. È l’unico punto da cui può partire una riflessione a posteriori sulla sua produzione, dal momento che Smith - diversamente da Rider Haggard, che pubblicò Le miniere di re Salomone dopo un incarico lavorativo di pochi anni in Sudafrica – traeva la propria linfa dall’essere un figlio reale e testimone appassionato delle evoluzioni tragiche di una terra contesa, dilaniata, bagnata nel sangue di un colonialismo ingordo che ne faceva la preda di olandesi e britannici.

Quel prodromo storico di un’identità strappata, come un irreversibile trauma occorso negli stessi anni in cui Freud tratteggiava gli esiti ferali degli shock infantili, era di fatto il nucleo pulsante della scrittura di Smith, il cui esordio narrativo risale a oltre mezzo secolo fa con quel Ciclo dei Courtney in cui sono già chiare le premesse e il pigmento della copiosa successiva serie di libri che ne consacrerà il successo planetario con 140 milioni di copie. In quel romanzo d’inizio che fu Il destino del leone tutto è già nitido e le parti del conflitto figurano schierate sulla scacchiera: c’è il Transvaal con Johannesburg che prende forma fra le baracche dei minatori, c’è il Natal sospeso come un Eden maledetto fra i Monti dei Draghi e l’Oceano Indiano, c’è la savana con le sue insidie e i suoi miracoli, e soprattutto c’è il rodeo umano che permea abomini e trionfi esistenziali dei fratelli Courtney proprietari terrieri, dei boeri Leroux e degli zulu, fra cui Mbejane.

Sono i nastri di partenza di una saga letteraria florida e ramificata che nei titoli a seguire trascina i lettori fra i boati di almeno tre guerre (quella anglo-boera a cavallo dei secoli e subito dopo i due conflitti mondiali), ma il centro propulsivo e irradiante dell’azione rimane sempre il mattatoio sudafricano, dal cui inedito punto di vista leggiamo il volgere degli eventi del mondo. In ciò sta la particolarità (e crediamo la forza) delle pagine di Smith, come si evince dai capitoli ne “Il potere della spada” in cui il ribollire dei totalitarismi europei traspira in filigrana nel contrapporsi di Shasa - scolaro inglese di un prestigioso college a Cape Town – e di Manfred che viceversa si fa contagiare da fremiti ariani nell’ateneo afrikaneer di Stellenbosh.

E al di là dei meccanismi tipici (e sempre più inflazionati) della narrativa d’avventura, è un gioco che all’autore riesce bene, quello di spiare la storia del planisfero origliandola dalle rotte che furono di Vasco Da Gama, e così restituendo al lettore la sensazione di un improvviso disallinearsi rispetto al consueto osservatorio occidentale. Smith ne è consapevole, e negli anni ’90 si concede una retromarcia di vari secoli andando addirittura a indagare il prequel della dinastia Courtney fra il XVII e il XVIII secolo, saltando agilmente fra Oman e India, i pirati di Madras e gli elefanti di Karthoum, salvo poi immergersi nei gironi infernali dell’apartheid con I fuochi dell’ira in cui gli eredi della famiglia fanno esplodere bombe o flirtano con comunisti ben più radicali di Mandela.

Il successo di Smith fu clamoroso, com’è noto, anche in Italia, anche se il fronte più recente della sua produzione, più declinata sul versante dell’avventura a tutti i costi, sembra  teneramente tentare una resistenza sulle barricate al declino irreversibile di un genere minato alle fondamenta dal cinema degli effetti speciali e della computer grafica, con tecnologie che ormai umiliano il 3D raggiungendo la vetta dei 60 fotogrammi al secondo in High Frame Rate. Il romanzo d’avventura di Dafoe e Stevenson era nato con l’obiettivo di suggestionare l’immaginazione del lettore con la descrizione di giungle, savane e atolli lontani, unendo i colpi di carabina e le sciabolate con l’assunto non detto di una gloriosa pedagogia geoantropologica.

Questo animava la penna di Jules Verne, e così quella di infiniti altri alfieri del genere, immensamente agevolati da una platea di lettori che vedevano solo con gli occhi della fantasia evocata. Viceversa, gli ultimi trent’anni ci hanno azzerato la fatica dell’immaginare, esplicitando ogni possibile esperienza nel rettangolo di uno schermo, e così come si è dovuta amaramente constatare l’agonia della letteratura da fantascienza, così tocca prepararci alle esequie di quella d’avventura. Con la dipartita di Wilbur Smith, ancora di più.