I matematici dicono che 10 è un numero felice. Si definisce felice un numero che sostituito con la somma dei quadrati delle cifre che lo compongono dà come risultato 1. Dieci, come le edizioni di BookCity. Per festeggiarle prendo in considerazione tutti i dieci che mi vengono in mente – il voto a scuola; i piccoli indiani; le ragazze di Lucio Battisti; la maglia di Pelé, Maradona e Messi; il film di Kiarostami sulle donne iraniane; le digressioni di Alberto Manguel mentre si separa dalla sua immensa biblioteca; le dita delle mani; quelle dei piedi; i comandamenti; le piaghe d’Egitto – e scelgo le piaghe. Perché ne abbiamo appena avuta una, e ancora ce la sentiamo addosso, e perché, da medico, so che la piaga chiede il rimedio. Con la piaga del Covid, BookCity se l’è cavata bene. Ci ha mostrato che le piaghe con cui la vita ci maledice possiamo provare a curarle leggendo. Thomas Mann ha scritto una storia delle piaghe d’Egitto (e dunque di Mosè): si intitola La legge ed è uscita a New York nel 1943 dentro una raccolta intitolata Dieci racconti brevi della guerra di Hitler contro il codice morale. Un libro è sempre un buon antidoto contro le piaghe della degenerazione politica, BookCity ci ha insegnato anche questo.
Adesso immaginate Milano afflitta dalle dieci piaghe d’Egitto, quelle che, secondo la Bibbia, Dio inflisse agli egizi perché non volevano liberare gli ebrei dalla schiavitù. Che poi, a essere precisi, la piaga era solo la decima (la morte dei primogeniti maschi), le altre nove erano «prodigi» o «segni» nella speranza che il Faraone si ravvedesse; ma il suo cuore «indurito» era sordo alle richieste di Mosè e Aronne. I due, e dietro di loro Dio, avevano ogni ragione ad avercela con il Faraone che teneva in schiavitù il loro popolo.
Tenete presente che qui intendo piaghe nel senso generale di minacce, calamità, sventure. Le cose che ci mettono in ginocchio. Nessuna intenzione di contraddire il lavoro di Mosè.
La storia delle piaghe nasce dall’intreccio di antichi racconti. Storie di storie: libri.
Il secondo prodigio fu l’invasione delle rane. «Se rifiuti di liberare il mio popolo» disse Mosè al Faraone «io colpirò tutto il tuo territorio con le rane. Il Nilo pullulerà di rane: usciranno e verranno nella tua casa, nella camera dove riposi e sul tuo letto, nella casa dei tuoi servi e tra il tuo popolo, nei tuoi forni e nelle tue madie. Contro di te, contro il tuo popolo e contro tutti i tuoi servi usciranno le rane.» Ricordate la pioggia di rane alla fine di Magnolia? Qui molto peggio. I batraci balzanti erano ovunque e gracidavano senza sosta, facendo impazzire gli uomini e le donne. Mosè e Aronne, supplicati dal Faraone, pregarono perché anche questa sciagura cessasse. Tutte le rane morirono e il fetore dei loro corpi verdastri rimase nell’aria per giorni. Col sangue è stato facile, ma quale libro invocare quando la piaga viene dalle rane? Dall’antichità greca mi soccorre Aristofane, dalla Cina Mo Yan. Le rane di Aristofane, che pur indispettiscono Dioniso con il loro continuo gracidare, simboleggiano il valore della poesia e la salvezza che porta con sé (perfetto testo anti-piaga, direi). Le rane di Mo Yan sono un gioco di parole tra i caratteri ? (pinyin: W?, rana) e ? (pinyin: Wá, bambino): rana e bambino, pronuncia quasi identica. Il mondo aggredito dalle rane-piaga e salvato dalle rane-poesia. Il mondo salvato dai ragazzini.
Il terzo prodigio fu l’invasione delle zanzare. «Aronne stese la mano con il suo bastone e colpì la polvere del suolo, e ci furono zanzare sugli uomini e sulle bestie: tutta la polvere del suolo diventò zanzare in tutto il paese d’Egitto.» Tutti i lettori di BookCity iniziarono ad agitare libri come zampironi e i fastidiosi insetti furono debellati, prima celebrandoli con il poema virgiliano Culex («Zanzara»), poi mostrando loro quanto possono essere molesti: quasi quanto gli umani che William Faulkner punzecchia nel suo romanzo Mosquitoes («Zanzare»). Le mie zanzare letterarie preferite sono altre due: una abita la geniale similitudine a cui Dante ricorre nell’Inferno per indicare il passaggio dal pomeriggio alla sera: «Come la mosca cede alla zanzara» (per inciso, «zanzara», nella Commedia, è un hapax legomenon, cioè un termine che compare una sola volta); l’altra vola in un racconto di Tommaso Landolfi, Una notte a Rovigo resa insonne dal «canto di caccia della piccola nemica che, non contenta di succhiarci il sangue, ci dà intollerabili prurigini e psichici smarrimenti, rinfocola il nostro latente delirio di persecuzione ed estenua le nostre già vacillanti attitudini all’esistenza». Amo anche quella di Anne Sexton: «Si avvide che il matrimonio era una prigione e che la rabbia lo pungeva come una zanzara».
Alle zanzare seguirono i mosconi, che furono il quarto prodigio. Un istinto facile mi guida al best seller di William Golding, Il signore delle mosche, ma non basta. Mi viene in aiuto un’operetta di uno studioso italiano di fine Ottocento, Giuseppe De Lorenzo, che fu pubblicata dalla Libreria Colonnese nel 1992: Le mosche nella storia e nella letteratura. È lui che ci ricorda l’irruzione di Gloucester all’inizio del quarto atto di Re Lear: «As flies to wanton boys, are we o the gods; they kill us for their sport». È sempre lui a farmi scoprire La mosca di Luigi Pirandello, la novella dove l’insetto non è solo portatore di morte, ma anche di una «brama feroce». Saremo noi, leggendola, a scacciare l’insetto che inocula il carbonchio nel contadino Zarù. Infatti, scrive un altro siciliano, il poeta Bartolo Cattafi: «La mosca ronza / sulla parola mosca / la stuzzica per farla / volare dalla carta / la mosca ignora che quell’altra mosca / – bisillabo inchiostro sulla carta – / non è più sua compagna / ma nostra». «Mentre il medico parlava, il Zarù aveva voltato la faccia verso il muro. [...] C’era una mosca, lì sul muro, che pareva immobile; ma a guardarla bene, ora cacciava fuori la piccola proboscide e pompava, ora si nettava celermente le due esili zampe anteriori, stropicciandole tra loro, come soddisfatta. Zarù che ha appreso essere quella mosca la causa della sua morte atroce, la fissa ed agogna in cuor suo, che vada ora a pungere il cugino Neli. Perché egli deve morire ed, invece, il cugino Neli vivere, sposo felice? La sua brama feroce viene soddisfatta.» «La morte è penosa, ma anche la vita può esserlo»: nel lutto inconsolabile di Adriano/Yourcenar «le voci avevano il ronzio delle cavallette o delle mosche su un mucchio di rifiuti.»
Il quinto prodigio fu la morte del bestiame. «La mano del Signore sarà sul bestiame che tu possiedi in campagna, su cavalli, asini, cammelli, sulle mandrie e il gregge: ci sarà una peste gravissima.» Convocati da Leopardi – «Odi greggi belar, muggire armenti» –, ci vengono incontro tutti i bestiami della letteratura, gli animali della fattoria orwelliana e le «pecore pingui» delle Bucoliche, le bestie appestate immancabili in Omero, Tucidide e Livio, le mandrie transumanti di Annie Proulx e i Cavalli selvaggi di Cormac McCarthy. Dobbiamo salvarli e per loro leggiamo La regina delle greggi di Thomas Savage: Emma Russell che alla fine del secolo saluta il padre in una stazione dell’Illinois e va a insegnare nell’Idaho, dove sposerà un allevatore di bovini al quale non solo dimostrerà che le pecore possono stare in gregge con le mucche, ma riuscirà anche a crescere un magnifico gregge di diecimila capi.
Il sesto segno furono ulcere sulla pelle di animali e umani. «Il Signore disse a Mosè e Aronne: “Procuratevi a piene mani della fuliggine di fornace, e Mosè la getti verso il cielo sotto gli occhi del Faraone; diventerà polvere su tutto il paese d’Egitto, e produrrà sugli uomini e sugli animali delle ulcere con eruzioni di pustole in tutto il paese d’Egitto”.» Ecco il morbo con pustole e bubboni, eserciti di libri per tenerlo a bada: l’Iliade («Guerra e peste insieme, lo vedi, uccidono gli Achei»), il Decameron, I promessi sposi, La peste. Questo invece è Tucidide: «Improvvisamente persone sane erano colpite dapprima da un forte calore alla testa [...] successivamente la malattia scendeva al petto con forte tosse [...] i più morivano dopo otto ovvero sei giorni per l’arsura interna». Per le ulcere affidiamoci dunque all’arte della medicina ippocratica, che sa curare perché sa descrivere: «Quattro sembrano essere i percorsi delle ulcere: in profondità, e sono le piaghe fistolose, rivestite da una cicatrice e vuote internamente; le altre prominenti ed eccessivamente carnose; le terze larghe – i cosiddetti erpeti; le quarte procedenti verso la cicatrizzazione, che è, direi, l’unico processo naturale». Non tutte le pestilenze lasciano ulcere rosse sul corpo: la peste digitale coprirà di piaghe nere la nostra seconda pelle, quella informatica: la tecnologia ammutolirà, la comunicazione si spegnerà. È Il silenzio di Don DeLillo: «L’interruzione della corrente, la tecnologia che piano piano si dilegua [...] Ci è già capitato tante e tante volte
di assistere a cose simili [...] forti temporali, incendi incontrollati, evacuazioni, tifoni, tornado, siccità, nebbia fitta, aria irrespirabile. [...] Ma abbiamo ancora freschi nella nostra mente i ricordi del virus, della peste, delle code infinite nei terminal degli aeroporti, delle mascherine, delle vie cittadine completamente vuote».
Il settimo prodigio fu una pioggia di fuoco e di ghiaccio, simile a quella che nel XIV° canto dell’Inferno ferisce vari tipi di peccatori – «Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, / piovean di foco dilatate falde, / come di neve in alpe sanza vento» – ma non lo sprezzante Capaneo, il più narcisista della Commedia. Di fuoco era anche la pioggia del vulcano interiore di Emily Dickinson, «un gradino di lava ad ogni istante», la sua «silenziosa – Vita – di Vulcano / Che fluttuava nella notte – / Quando era buio abbastanza per fare / A meno della vista che cancella». Né grandine né pioggia di fuoco, il rumore dell’inesorabile Pioggia di Somerset Maugham è indimenticabile: «Non era la pioggerellina inglese, che cade gentilmente sulla terra; era una pioggia spietata, in qualche modo terribile; ci sentivi la malignità delle forze primordiali della natura. Non cadeva, fluiva. Era un diluvio celeste, e batteva sul tetto di lamiera con un’intima rabbia. E a volte ti veniva da urlare perché smettesse, e poi a un tratto ti sentivi impotente, come se ti fossero d’improvviso ammollite le ossa, ed eri infelice e scoraggiato».
L’ottavo prodigio è l’invasione delle cavallette, che «copriranno la faccia della terra, [...] divoreranno ogni albero». Per le rane c’erano Aristofane e Mo Yan, per le zanzare Faulkner e Landolfi, ma quale libro per tacitare le locuste? Il giorno della locusta, il cui titolo allude esplicitamente alla piaga biblica che Nathanael West usa per evocare immagini di terre desolate dalla voracità dell’insetto. Del protagonista di questo romanzo spietato, Vittorini dice: «E, per la delusione, diventa anche cattivo. Una locusta tra milioni di locuste che possono, se fanno folla, calpestare i bambini e sradicare gli alberi, o appiccare il fuoco a Los Angeles, alla turrita città della Promessa, a Babilonia». Eppure i poeti cantano questi animali dalle zampe lunghe: per Giovanni Pascoli «le cavallette sole / sorridono in mezzo alla gramigna gialla»; e Wis?awa Szymborska, nel Discorso all’ufficio oggetti smarriti, canta «il silenzio / in tutte le lingue / mediante l’osservazione / del cielo stellato, / delle mandibole del Sinanthropus, / del salto della cavalletta, / delle unghie del neonato, / del plancton, / d’un fiocco di neve». Al termine della piaga gli egizi si rallegrarono pensando almeno di poter mangiare le locuste morte, ma Dio rincarò la dose e mandò subito in putrefazione i corpi verdi di tutti quegli insetti.
Il buio, l’improvvisa discesa di tenebre è il nono prodigio. Un buio che durò tre giorni. Ma nel buio, come nel sangue della prima piaga, bisogna sapersi muovere, anche se lì dimorano la paura e la depressione. Perché conoscere l’Ombra, ci insegna Jung, è indispensabile per trovare la propria saggezza, individuare il proprio Sé. Ogni libro ci aiuta ad abitare il buio, ma per essere propedeutici potremmo partire dalla Storia del buio di Nina Edwards. L’oscurità divide, ci spaventa e ci attrae; il buio ci precede, sicuramente ci succederà. Quali titoli per conoscere le tenebre sperando di uscirne con almeno una luce? Con che occhi guardare il Buio oltre la siepe? Come trovare quel raggio di intensa oscurità con cui James Grotstein racconta l’eredità di Wilfred Bion? Senz’altro con due libri, In quelle tenebre di Gitta Sereny e Cuore di tenebra di Joseph Conrad, ma a ciascuno il compito di compiere il proprio Viaggio al termine della notte.
Ora la decima piaga, che non è un prodigio, ma una sciagura, la morte dei primogeniti maschi. Anche il figlio del Faraone morì. Vi furono morti in ogni casa, egizi e non egizi, tranne gli ebrei che furono salvati. È di uno scrittore nato a Gerusalemme, David Grossman, il primo libro a cui penso per medicare la piaga della morte dei figli. Caduto fuori dal tempo è il suo viaggio «laggiù», nel regno dei morti: «Un passo, un altro passo, un altro ancora, cammino verso di te». Una lettera d’amore nel «patibolo della nostalgia». «E io già sapevo: fintanto che avrò respiro attingerò e berrò e sanguinerò le tenebre di quel momento.» «E se tornerai, come tornerai? Forse talmente cambiato da sembrare che tu non sia tornato.» Dice Grossman: «Non riesco a capire qualcosa finché non la scrivo. Scrivere per davvero, dico, non vomitare ciò che hanno ruminato mille altri prima di me».
«È morto» continua Grossman. «Ma la sua morte non è morta. È solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io... che abbia potuto... trovare per tutto questo, parole.»
Adesso a ogni piaga, a ogni comandamento, a ogni dito della mano, provate ad accompagnare un libro. Sceglietelo voi e continuate il gioco. Andate oltre il dieci, arrivate al cento, al mille, al diecimila. Unite tutti i libri della vostra vita, i libri che hanno curato le vostre ferite e coltivato i vostri sogni. Quelli che avete regalato e vi hanno regalato. I libri che sono la vostra storia, e la nostra. E la storia dell’umanità, l’umanità dell’umanità.
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© 2021 Vittorio Lingiardi
Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, è professore ordinario di Psicologia dinamica alla Sapienza Università di Roma. Nel 2020 è stato premiato con il Research Award della Society for Psychoanalysis and Psychoanalytic Psychology (Division 39) dell’American Psychological Association. Per Einaudi ha pubblicato Diagnosi e destino (2018) e Arcipelago N. Variazioni sul na