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Joyce, Proust e la profezia di Dante

Illustrazione di Emiliano Ponzi 
I due grandi scrittori furono tra i pochi a comprendere la mente apocalittica dietro la Commedia. E a consegnarla al nostro secolo
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Il "nomadismo" di Dante non ebbe nulla di quei tratti che il Novecento ci ha abituati a considerare come l'anticamera di un pensiero festoso e provocatorio. Nulla che richiami le mobili metafore creative che Nietzsche anticipò con la consueta spregiudicatezza filosofica. Fu, semmai, avendone lui stesso dolorosa percezione, la condizione del fuggiasco a incrudelire la mente del poeta e a segnarne il corso. Una mente apocalittica, ormai sradicata dal contesto umano e ricondotta all'aspro paesaggio appenninico che gli fu familiare: disseminato di durezze inaudite, balze temibili e violenti saliscendi, inselvatichito da quella natura che si sottraeva al dominio dell'uomo, perché nulla concedeva alla vita civile.

Che fosse questo sfondo a inacidire le passioni fino a renderle aspre e imbevibili ci appare plausibile. In linea con le fatiche fisiche che il poeta dovette affrontare nel corso dei ripetuti spostamenti. Ma senza che venisse meno la fede nella…

Il "nomadismo" di Dante non ebbe nulla di quei tratti che il Novecento ci ha abituati a considerare come l'anticamera di un pensiero festoso e provocatorio. Nulla che richiami le mobili metafore creative che Nietzsche anticipò con la consueta spregiudicatezza filosofica. Fu, semmai, avendone lui stesso dolorosa percezione, la condizione del fuggiasco a incrudelire la mente del poeta e a segnarne il corso. Una mente apocalittica, ormai sradicata dal contesto umano e ricondotta all'aspro paesaggio appenninico che gli fu familiare: disseminato di durezze inaudite, balze temibili e violenti saliscendi, inselvatichito da quella natura che si sottraeva al dominio dell'uomo, perché nulla concedeva alla vita civile.

Che fosse questo sfondo a inacidire le passioni fino a renderle aspre e imbevibili ci appare plausibile. In linea con le fatiche fisiche che il poeta dovette affrontare nel corso dei ripetuti spostamenti. Ma senza che venisse meno la fede nella perfezione. Fu questa spinta a farlo allontanare dal traviamento, da quelle acque poco limpide dentro cui sversava i suoi umori peggiori.

Resta il fatto che per la contemporaneità Dante è un enigma più da bandire che da sciogliere, ma anche un convitato pur sempre presente al tavolo della letteratura. L'esule e il creatore della lingua hanno fornito le seducenti tipologie per un confronto significativo con la storia del Novecento. Il primo nome che si staglia è James Joyce, che dona al suo alter ego Stephen Dedalus e allo stesso Leopold Bloom una mente parodisticamente scolastica, in grado di calarsi nelle grandi quaestio medievali. Sebbene Dante difficilmente avrebbe potuto frequentare qualche pub dublinese non è da escludere il percorso inverso. Niente da obiettare, insomma, se Joyce regala sillogismi al filosofante Stephen. Conferma l'idea che il Novecento si è fatto dell'eroe omerico, come introduzione ai valori stessi (o disvalori) che l'Occidente ha praticato. Valori, meglio storia di tutti e di nessuno. Everyman, noman, come avrebbe suggerito Pound.

Si direbbe che un ruolo altrettanto rilevante, ma meno esibito dell'Ulysses, rivesta la Recherche. Dove in Joyce è la forza del mito aristotelico - la sua complessa energia che deposita i suoi effetti nei labirinti medievali e dunque anche danteschi - in Proust è la struttura circolare della Commedia ad attrarlo. Non sono molti i riferimenti, ma quei pochi, spesso velati, ci indirizzano verso un'idea di "viaggio" che tende a compiersi nella sua interezza. Il sonno funge da ouverture della Recherche. La descrizione, fin dalle battute iniziali, dello stato di torpore semicosciente che avvolge il narratore, nella camera da letto, è accostabile allo smarrimento di Dante nella selva. Il sonno equivale all'immersione nella notte, come la selva nell'oscurità. Non a caso il narratore si richiama a un "Virgilio" che lo venga a cercare. Dante e Proust sembrano vivere circondati "dai mostri e dagli dèi". La calma, che dovrà subentrare all'inquietudine, sarà l'hollywoodiana scommessa finale, giocata con gli "effetti teatrali" del Paradiso e del Tempo ritrovato.

La Recherche è ricca di allusioni nascoste che Proust ama dissimulare. Forse la stessa Albertine non è poi così distante dagli umori ancestrali di una Beatrice, e il "tempo ritrovato", prima ancora che nella testa di Marcel, si configura nel Paradiso dantesco.

Gli stessi personaggi proustiani - anime eleganti e disincarnate - fanno a tratti pensare alla galleria di dannati che Dante, tra ansia e sdegno, visita. I "gironi" che Proust disegna, più che alla condanna ultraterrena, rinviano al dramma mondano della caduta dei Nomi, a quelle maschere grottesche che non si rassegnano alla decadenza. Per questo l'invettiva di Swann contro i Verdurin, virtuosi della maldicenza, non può avere la stessa potenza epocale di quella che pronuncia Sordello. Ma l'impeccabile salotto, dove si esercitano le inflessibili regole amorali del petit clan, ben rappresenta l'Inferno sociale e mondano che i piccoli tradimenti e le gelosie alimentano e la Recherche, nella sua architettura globale, mette in scena.

Tutti tradiscono e nessuno esce indenne da quel salotto sempre più simile al "dernier cercle de Dante" ossia, per Swann, al punto più basso in cui si possa precipitare nella scala sociale. Varcarne la soglia significa, per chi vi entra, lasciare fuori ogni speranza. Certo, convenzioni e convenienze attenuano apparentemente i toni rabbiosi e l'odio che invece Dante dissemina lungo il viaggio.

Ma a ben guardare si ha la sensazione che anche la Recherche sia il parto di una fantasia rabbiosa e risentita, anzi crudele, dove lo snobismo dei personaggi descritti - si pensi ai protagonisti del salotto Guermantes - è sottoposto alla ferocia del tempo che passa, all'inesorabile e spietato invecchiamento di coloro che proprio nello snobismo cercano inutilmente riparo.

Troppo diverse e distanti furono le vite di Dante e Proust per non cogliere l'inconciliabilità dei rispettivi profili psicologici. Ma è nell'aver entrambi dato corpo a una maestosa costruzione di pensieri, edificata sui frammenti rovinosi di un'epoca, che le due opere finiscono col somigliarsi.

Si servono dell'esperienza dell'esilio (entrambi ormai lontani da Firenze e dalla mondanità) e del talento medianico (quel talento che Charlus prescriveva ai pianisti) per immaginare un mondo senza più confini, una cattedrale che buca il cielo mettendo il lettore davanti all'estremo e all'inafferrabile. In questo senso estrema fu la poesia del Paradiso, perché poesia dell'indicibile, che fa dire in poesia ciò che appunto non si può dire.

Tutta la grande letteratura novecentesca, a partire dalle epifanie di Joyce e dalle intermittenze di Proust, si è posta il compito di gettare luce su questa esperienza-limite, come l'ultimo tentativo per opporsi al dilagare inarrestabile della perdita del senso. Ancora oggi non ci rendiamo conto di quanto Dante, Proust, Joyce hanno cambiato la nostra visione del mondo. Nessuno di loro è stato davvero al pari con la vita. Ma proprio perché in ritardo (il che è lo stesso, in anticipo) hanno potuto leggere l'esilio come la sola e unica patria, come un sistema capace di generare una terra senza confini, infinita come le loro opere.

Tanto la Recherche quanto la Commedia, e perfino l'Ulysses, raccontano un mondo giunto all'ultimo stadio. In modi decisamente differenti intuiscono il valore della potenza profetica perché più o meno oscuramente hanno appreso che è il solo modo di porsi davanti alla fine del tempo affinché ne possa nascere uno nuovo.

L’anticipazione di questa pagina è tratta dal nuovo libro di Antonio Gnoli, "La mente apocalittica. Conversazioni su Dante" (Treccani, euro 15, pagg. 144)