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L'intervista. Quanta vita nelle case di Rebecca Kauffman

Rebecca Kauffman è nata nell’Ohio rurale e vive in Virginia (Foto © Rachel Herr) 
L'autrice americana, paragonata dal Times ad Alice Munro, racconta perché i suoi romanzi piacciono tanto: "Le relazioni - familiari, passionali o platoniche - sono ciò che ci salva"
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Si direbbe che Rebecca Kauffman provi un piacere quasi sadico a mettere i suoi personaggi dentro a una casa, agitare un po’ le acque e osservare poi come, con il riemergere di vecchie incomprensioni e nuovi rancori, le dinamiche e i rapporti tra le persone finiscano con l’esplodere. Lo aveva fatto con La casa dei Gunner, arrivato in Italia lo scorso anno per Sur, dove i protagonisti erano un gruppo di amici raccontati tra passato e presente, e ci riprova con La casa di Fripp Island. È qui infatti, su questa minuscola e esclusiva isoletta sulle coste del South Carolina, che per pochi giorni si incrociano i destini di due famiglie: due madri, Lisa e Poppy, amiche dall’infanzia ma allontanate dalla vita, due padri, che non potrebbero essere più diversi, e quattro figli adolescenti. A vacanza finita nessuno di loro sarà più quello di prima.

Sì, perché questa volta Kauffman, che nei romanzi precedenti – questo è il t…

Si direbbe che Rebecca Kauffman provi un piacere quasi sadico a mettere i suoi personaggi dentro a una casa, agitare un po’ le acque e osservare poi come, con il riemergere di vecchie incomprensioni e nuovi rancori, le dinamiche e i rapporti tra le persone finiscano con l’esplodere. Lo aveva fatto con La casa dei Gunner, arrivato in Italia lo scorso anno per Sur, dove i protagonisti erano un gruppo di amici raccontati tra passato e presente, e ci riprova con La casa di Fripp Island. È qui infatti, su questa minuscola e esclusiva isoletta sulle coste del South Carolina, che per pochi giorni si incrociano i destini di due famiglie: due madri, Lisa e Poppy, amiche dall’infanzia ma allontanate dalla vita, due padri, che non potrebbero essere più diversi, e quattro figli adolescenti. A vacanza finita nessuno di loro sarà più quello di prima.

Sì, perché questa volta Kauffman, che nei romanzi precedenti – questo è il terzo, ma il quarto è in arrivo nel 2022 – si è dimostrata abilissima nell’indagare le relazioni umane, i piccoli segreti e i tradimenti che fanno rovinosamente crollare matrimoni e vacillare amicizie secolari, fa un passo in più, tingendo di nero la vicenda e costruendo un giallo atipico ed elegante. Sin dalle prime pagine sappiamo che ci sarà un morto, ma fino alla fine non viene rivelato chi è: così oltre a scoprire chi sarà l’assassino il lettore si ritroverà, pagina dopo pagina, a domandarsi anche chi mai potrà essere la vittima designata.

Ma non è solo l’abilità dell’autrice nel far salire la tensione a tenerci incollati alle pagine. Il romanzo è stato accolto con favore dalla stampa internazionale per la riuscitissima costruzione dei personaggi, “disegnati con una tale vivacità e precisione che sembrano balzare fuori dalla pagina”, è stato il commento del Guardian. Mentre il Times ha addirittura azzardato un paragone con la grande Alice Munro.

La casa di Fripp Island di Rebecca Kauffman (Sur, traduzione di Alice Casarini, pagg. 320, euro 17,50) 

Del resto Rebecca Kauffman, che viene dall’Ohio rurale, sa come calare anche nella cornice esclusiva di una vacanza per ricchi l’asso delle differenze di classe che separano le due famiglie dei protagonisti e che tanto affliggono Poppy, a cui la sorte non è riuscita a regalare la vita agiata dell’amica Lisa, ma senza dubbio un pizzico di felicità in più. E poi ci sono le pulsioni e le passioni adolescenziali che l’autrice ancora una volta dimostra di saper raccontare così bene e che a un certo punto fanno prendere al racconto i toni e il passo del romanzo di formazione. Infine, a ingarbugliare la situazione, sui protagonisti incombe l’ombra di un uomo che vive sull’isola ed è tenuto d’occhio dalla polizia per precedenti reati sessuali sui minori, indiziato numero uno dunque, a torto o a ragione, a vestire i panni dell’assassino.

Ma come nella migliore tradizione giallistica niente è come sembra e anche i precari equilibri all’interno di un matrimonio sull’orlo del fallimento possono ricomporsi come improbabile ma talvolta efficace cura a lenire le ferite di un dolore più grande. Nelle ultime pagine il romanzo infatti cambia tono e con un balzo temporale in avanti ci proietta diversi anni più in là, quando le figlie adolescenti sono diventate adulte: è a loro che l’autrice consegna il delicato compito di raccontarci l’elaborazione del lutto e il ritorno alla vita delle due famiglie. Anche senza ricorrere agli echi cinematografici che hanno fatto amare La casa dei Gunner – tantissime erano lì le citazioni, da Il grande freddo a Stand by me – Rebecca Kauffman si mostra ancora una volta molto abile nel calare il suo sguardo sulle debolezze e le fragilità dell’essere umano ed è sicuramente questo l’aspetto più riuscito di tutti suoi libri. L’abbiamo raggiunta proprio mentre sta ultimando il suo quarto romanzo: Chorus.

Ci può già anticipare qualcosa?
“Per ora posso solo dire che è una storia che esplora due eventi formativi nella vita di sette fratelli, visti attraverso prospettive e tempi diversi. Ho cercato di raccontare l’esperienza familiare collettiva piuttosto che concentrarmi su una singola voce o una sola interpretazione degli eventi”.

La casa dei Gunner di Rebecca Kauffman (Sur, traduzione di Alice Casarini, pagg. 304, euro 17,50): questo libro ha vinto il premio Tribùk dei librai 2020 

La famiglia ritorna anche qui. Ma dove prende l’ispirazione per i suoi romanzi?
“Parte tutto dai personaggi: quando ne trovo uno che mi interessa particolarmente esplorare ci costruisco intorno la trama. Nei Gunner, per esempio, è iniziato tutto quando ho immaginato che Mikey scopre di essere cieco da un occhio: da lì è scattata la scintilla che mi ha permesso di costruire un romanzo che si muove avanti e indietro nel tempo senza soluzione di continuità, per ricostruire un evento misterioso, se vogliamo un po’ confuso, raccontato attraverso diversi punti di vista. Quelli cioè dei cinque amici coinvolti. In Fripp Island invece è partito tutto dal personaggio di Poppy”.

Famiglia, amicizia, relazioni: sono i temi che più emergono dai suoi libri.
“Penso che le relazioni possano tirare fuori il meglio di noi. Ma anche, in alcuni casi, il peggio! Questo le rende temi meravigliosi da esplorare nella narrativa. Le mie storie alla fine sembrano sempre lasciarci con la speranza che queste relazioni – familiari, passionali oppure platoniche – sono ciò che ci salva. Perché possiamo sostenerci a vicenda, sorprenderci a vicenda, guarirci e persino redimerci a vicenda, nonostante i nostri continui fallimenti”.

Forse è per questo che piacciono tanto.
“I lettori mi dicono che amano molto i miei personaggi. E questo ha senso perché il mio più grande interesse, sempre, sia sulla pagina che fuori, è rivolto proprio alle persone”.

C’è sempre una casa nei suoi romanzi. Per quale motivo? E quanto è importante per lo svolgersi della trama?
“Questa è un’ottima domanda! Ma sia per i Gunner che per Fripp Island non l’ho fatto di proposito. Tuttavia, mi attrae avere una casa al centro di una storia: la vedo come un espediente, i muri – i confini più in generale – ci danno un senso intrinseco di suspense e questo mi piace. Sì, la casa è un elemento ricorrente nel mio lavoro”.

Quanto c’è di autobiografico in quello che scrive?
“Il meno possibile! Inevitabilmente, poi, quasi tutto quello che viene fuori sono io – in qualche modo, forma o aspetto – ma a parte piccoli dettagli lavoro duramente per evitare di rendere identificabile nel mio lavoro qualcosa o soprattutto qualcuno della mia vita”.

Il “Times” ha accostato le sue storie ad Alice Munro. Ci sono altri scrittori che prende a modello?
“Mi piace scoprire nuovi scrittori ma poi ritorno sempre agli stessi per prendere ispirazione e sì tra questi c’è Alice Munro, ma anche Haruki Murakami, Annie Proulx, Jennifer Egan, Joy Williams. E naturalmente Virginia Woolf”.