Noi siamo figli del mito di Europa
di Alberto Manguel , di Alberto ManguelI miti non sono solo specchi, ma corridoi di specchi. Quando ci entriamo dentro, diventano sistemi di pensiero che si ramificano verso il mondo esterno, e tunnel di illuminazione che immergono le loro radici verso l'anima inconsapevole. Li costruiamo per condurci avanti e indietro dal sogno alla veglia e dalla sensazione all'esperienza e se decidiamo volontariamente di abbandonarli restiamo privi di sensi, nel significato reale della parola. Le letture molteplici di certi miti costituiscono una pietra di paragone che offre ai popoli d'Europa una persona comune intuitiva e mutevole e un luogo di partenza, oltre a un linguaggio comune. "Il mito è una parola", teorizzava Roland Barthes, "un sistema di comunicazione".
Attraverso la trasformazione, la traduzione e la migrazione, un mito consente a società diverse di avere una persona che le associa al di là del tempo e dello spazio. Un mito che nasce da radici antiche può ramific…
I miti non sono solo specchi, ma corridoi di specchi. Quando ci entriamo dentro, diventano sistemi di pensiero che si ramificano verso il mondo esterno, e tunnel di illuminazione che immergono le loro radici verso l'anima inconsapevole. Li costruiamo per condurci avanti e indietro dal sogno alla veglia e dalla sensazione all'esperienza e se decidiamo volontariamente di abbandonarli restiamo privi di sensi, nel significato reale della parola. Le letture molteplici di certi miti costituiscono una pietra di paragone che offre ai popoli d'Europa una persona comune intuitiva e mutevole e un luogo di partenza, oltre a un linguaggio comune. "Il mito è una parola", teorizzava Roland Barthes, "un sistema di comunicazione".
Attraverso la trasformazione, la traduzione e la migrazione, un mito consente a società diverse di avere una persona che le associa al di là del tempo e dello spazio. Un mito che nasce da radici antiche può ramificarsi fino al presente se c'è qualcosa nella sua linfa che parla all'individuo o alla società che sceglie di misurarsi con esso.
Il caso dell'identità europea è un caso peculiare. L'Europa è un concetto mutevole, una configurazione geografica, politica e demografica le cui parti costituenti sono in costante cambiamento. L'Europa della Roma imperiale non era quella di Dante; l'Europa di Erasmo e Cartesio non era quella di Goethe. Quando il nipote di Luigi XIV salì al trono di Spagna, Voltaire fece esclamare al re, consapevole che la geografia è un costrutto immaginario, "Il n'y a plus de Pyrénées". Oggi l'identità europea volteggia fra il dubbio se la Turchia debba essere considerata uno Stato europeo e se la Gran Bretagna abbia diritto a chiamarsi fuori da quella identità.
"Ogni scrittore europeo", dichiarava Julio Cortázar, "è esclave de son baptême, "schiavo del proprio battesimo", se è concesso parafrasare Rimbaud; lo voglia o no, la sua decisione di scrivere comporta il fardello di un'immensa e quasi spaventosa tradizione; sia che l'accetti sia che la combatta, quella tradizione lo abita, è il suo demone benefico o il suo incubo".
Oggi, questa tradizione si confronta con il mito di Europa in un contesto culturale che ha riconosciuto (ma certo non eliminato) una serie di fatti come gli abusi ai danni delle donne, il debito che i colonizzatori devono pagare alla luce del postcolonialismo, la consapevolezza dello stupro usato come un'arma di guerra, l'enorme questione dei rifugiati e dei migranti economici. Nello specifico, il significato dell'Europa come identità viene costantemente messo in discussione da nuove percezioni, eppure, in qualche modo, per la maggior parte è stato preservato.
Già nel 1871 il poeta portoghese Antero de Quental metteva in guardia contro la sottomissione servile alla tradizione solo per poter essere parte di quella che chiamava "l'Europa colta": "Rispettiamo la memoria dei nostri antenati, ricordiamo devotamente le loro azioni, ma non imitiamole. Non dobbiamo essere, nella luce del XIX secolo, fantasmi allevati da una vita presa in prestito dal XVI. A quello spirito mortale dobbiamo contrapporre apertamente lo spirito dell'oggi".
Non possiamo non chiederci: nel contesto dell'antico mito di Europa e del suo toro amoroso, qual è questo spirito moderno? A che punto siamo, nel XXI secolo, nella nostra lettura del mito e nel nostro uso del mito come metafora? È famosa la frase di Umberto Eco sulla traduzione come lingua dell'Europa. Ma traduzione di cosa e in cosa? Goethe, cercando di illustrare la disperazione di Faust per la futilità dell'apprendimento accademico, mostra il dottore che cerca di tradurre in tedesco la prima riga del Vangelo di Giovanni. Il punto cruciale della scena è il momento in cui Faust cerca di afferrare il significato del termine Wort, che aveva usato Lutero per tradurre il Logos del greco antico, un termine che tradizionalmente in italiano viene tradotto con Verbo. Faust dice: "Sta scritto: "In principio era il Verbo"! Son già bell'e fermo! Chi mi aiuta a proseguire? È impossibile ch'io stimi la "parola" in modo così alto. Devo tradurre altrimenti se lo Spirito m'illumina bene. Sta scritto: "In principio era il Pensiero (Sinn)". Rifletti bene, sin dalla prima riga affinché la tua penna non abbia troppa fretta. È forse il pensiero che tutto crea ed in tutto agisce? Allora dovrebbe essere: "In principio era la Forza (Kraft)!". Ma mentre scrivo questa espressione, già un non so che mi ammonisce che non mi ci fermerò. Lo Spirito mi aiuta! Improvvisamente mi si fa luce dentro: "In principio era l'Azione (Tat)!"".
Tutti e tre i significati sono presenti nella parola Wort e in ogni atto di traduzione. Sinn, il Pensiero, muove Zeus e muove Europa, Zeus perché lo induce a immaginare come possederla ed Europa perché la induce a rendersi conto (troppo tardi) del suo stratagemma; Kraft, la Forza, permette a Zeus di attuare la sua volontà, e forza viene conferita a Europa violentata dopo che ha raggiunto la terra ferma; Tat, l'Azione, è il riassunto del mito, la rappresentazione di un rapimento come metafora della migrazione, dell'arrivo e della fondazione, una cosa che diventa l'altra nell'atto di essere trasportata. Rapimento, metamorfosi, metafora, traduzione: sono tutti termini che denotano il passaggio da una condizione di esistenza a un'altra, quello che Nietzsche definiva, nel contesto dell'Europa, "uno stato di divenire". In questo senso, il mito di Europa di per sé è la metafora perfetta della stessa storia che si propone di raccontare, un mito sulla traduzione.
La traduzione è affermazione. Tradurre è trasportare l'identità del testo da un insieme di segni semantici a un altro per confermare e ripristinare quell'identità originaria come un'identità diversa e al tempo stesso identica, un modesto atto di transustanziazione che converte la sostanza del testo in qualcosa di miracoloso e concreto che afferma la validità del linguaggio stesso. "Quantunque a me sembra", dice Don Chisciotte, "che il tradurre da una lingua in un'altra \[...\] sia come guardare gli arazzi fiamminghi da rovescio, ché, sebbene le figure si vedano, sono però piene di filamenti che le fanno confuse sì che non appaiono nitide e a vivi colori come da diritto". Una traduzione è dunque un'affermazione carica di prove del cambiamento avvenuto, consapevole di aver buttato via l'aspetto dell'originale, ma che dà conto ancora, nonostante i filamenti visibili, della casa da cui è partita. È Europa, in fondo, che definisce il regno fenicio abbandonato; nelle parole di Dante, il luogo "nel cual si fece Europa dolce carco".
Partendo dal mito greco di Europa, interrogandomi su come una storia diventa un mito e come un mito viene recuperato e trasformato in metafora dell'identità, come questo processo si sviluppa nella mente e come l'immaginazione lavora per creare narrazioni, considerando certi indizi psicologici e certe intuizioni poetiche, e infine chiedendomi se l'atto di traduzione non possa servire a spiegare almeno parte del processo, sono giunto a un punto che forse non è una conclusione. Mi consolo con le parole di Flaubert: "Concludere mi sembra, per lo più, un atto di stupidità".
Poco dopo il suo esilio forzato, nel 1302, portando con sé solo pochi appunti, forse, del poema che stava componendo nella sua lingua natale, Dante cercò di definire l'Europa, quella terza porzione del mondo tripartito di cui gli Stati italiani, e la sua Firenze in particolare, erano una parte alquanto turbolenta. Per farlo, il sommo poeta ricorse a una parola che secoli dopo il fervente lettore di Dante James Joyce avrebbe scelto per far concludere alla sua beatriciana Molly la propria Commedia: "Sì".
"Tutto quel tratto che dalla foce del Danubio, o vero dalla palude Meotide, fino ai termini occidentali" scriveva Dante nel De vulgari eloquentia, "(li quali dai confini d'Inghilterra, Italia e Franza, e dall'Oceano sono terminati), tenne uno solo idioma: avvigna che poi per Schiavoni, Ungari, Tedeschi, Sassoni, Inglesi, ed altre molte nazioni fosse in diversi volgari derivato; rimanendo questo solo per segno, che avessero un medesimo principio, che quasi tutti i predetti volendo affermare, dicono jò". Il mito di Europa comincia con un rapimento, ma in Mosco, in Dante, si conclude con il consenso, con Europa che traduce la volontà di stupro di Zeus nella propria volontà di fondazione, traducendo il negativo in positivo, traducendo un No in un Sì.
(Traduzione di Fabio Galimberti)