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A Dubai l'Expo della pace

Il padiglione degli Emirati Arabui Uniti 
Il "benessere comune" più della tecnologia ispira la manifestazione che celebra anche i cinquant'anni degli Emirati Arabi Uniti
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DUBAI
C'è un messaggio innovativo sorprendente all'Expo 2020 a Dubai, ma non riguarda il futuro della tecnologia. È un messaggio che passa anche per le strade, in città e per eventi che celebrano a partire da ieri i primi 50 anni degli Emirati Arabi Uniti: la via per il futuro passa più per il "Common Good" per il "benessere comune" che per la tecnologia. Negli Emirati questo messaggio, con forti accenni al multiculturalismo, lo trovi all'incredibile Louvre di Abu Dhabi, al nuovo Guggenheim in costruzione poco lontano, al campus della New York University. Nel progetto per una piazza con una moschea, una chiesa e una sinagoga che si guardano a porte aperte.

Negli accordi di Abramo per la pace e nella prima visita di un Papa, Francesco, due anni fa. Ma è all'Expo Dubai 2020, fra i 192 paesi espositori, che questo messaggio per la serenità, anche spirituale, è dirompente, perché lo scopri nell…

DUBAI
C'è un messaggio innovativo sorprendente all'Expo 2020 a Dubai, ma non riguarda il futuro della tecnologia. È un messaggio che passa anche per le strade, in città e per eventi che celebrano a partire da ieri i primi 50 anni degli Emirati Arabi Uniti: la via per il futuro passa più per il "Common Good" per il "benessere comune" che per la tecnologia. Negli Emirati questo messaggio, con forti accenni al multiculturalismo, lo trovi all'incredibile Louvre di Abu Dhabi, al nuovo Guggenheim in costruzione poco lontano, al campus della New York University. Nel progetto per una piazza con una moschea, una chiesa e una sinagoga che si guardano a porte aperte.

Negli accordi di Abramo per la pace e nella prima visita di un Papa, Francesco, due anni fa. Ma è all'Expo Dubai 2020, fra i 192 paesi espositori, che questo messaggio per la serenità, anche spirituale, è dirompente, perché lo scopri nell'era della polarizzazione, dell'insulto, della rabbia, della protesta per la protesta, del litigio, della "cancel culture" e del politically correct estremo. In altri eventi di simili dimensioni - Onu o Cop-26 - sulle parole per il bene comune prevalgono sempre le insanabili differenze pubbliche.

Qui, all'Expo in Dubai, non si deve negoziare, non si deve prevalere, non si deve agire o ottenere qualcosa per qualcuno a detrimento degli altri. Qui ci sono 192 paesi che celebrano le loro storie, quello che hanno fatto, le loro ambizioni, i loro primati, senza nulla togliere agli altri. Anche i più piccoli hanno una loro voce e un loro orgoglio distinto. Al padiglione di Tonga ci sono soprattutto piante tropicali e pozioni "miracolose". A San Marino piccoli tesori degli ostrogoti. Alle Marshall Island c'è la bellezza dei mari trasparenti ma anche l'artigianato e la voglia di fare.

Anche quello è futuro, un riflesso del tema di fondo dell'Expo: "Connecting Minds, Creating the Future" ("Collegare le menti, creare un futuro"). Fra gli espositori un po' più grandi, il Kenya ci sorprende con i suoi primati: è il terzo più importante esportatore al mondo di noci macadamia e di avocado. E contende il primato mondiale per la floricultura. In questi padiglioni più piccoli non c'è la pretesa di spiegarci cosa ci riserva il futuro hi-tech, anche perché il futuro non può essere solo innovazione tecnologica. Peccato però che di tecnologie rivoluzionarie non ne parlino neppure quei paesi che dovrebbero essere all'avanguardia.

Certo, la Gran Bretagna, con un padiglione a megafono, diverte: ha un progetto interattivo di intelligenza artificiale dedicato a Stephen Hawkins. I visitatori inseriscono su un iPad una parola - positiva per cortesia - proiettata in tempo reale su uno schermo gigante in una cacofonia di parole. Con la tua parola, l'intelligenza artificiale elabora subito una poesia. Che poi la frase poetica sia sconclusionata non importa, è un gioco, che aiuta il contesto di leggerezza. Poi c'è il Saudita: ti accoglie sotto uno specchio gigante inclinato, il più grande mai realizzato a luci Led, 1.336 metri quadrati. Il futuro, dopo una scorsa al passato, lo vediamo in alcuni filmati su applicazioni robotiche o droni costruiti per uso personale.

Non per campanilismo, ma il padiglione italiano è uno dei pochi con uno sguardo concreto al futuro tecnologico nel "distretto" Sostenibilità, (gli altri due distretti sono "Mobilità" e "Opportunità"). Saipem, Bracco, Leonardo, ma anche i piccoli - e una evocativa riproduzione digitale del Davide di Michelangelo scala 1 a 1 - mostrano cosa si può fare. Le pareti del padiglione sono verniciate con una miscela naturale della Mapei fatta di bucce d'arancia e fondi di caffè.

Una cascata di corde esterne si muove al vento con una particolarità: sono 70 chilometri di corde, riciclate da due milioni di bottiglie di plastica della Salrecord di Salerno. Eni fa un biocarburante con alghe immerse in trecce di un verde luminescente che cadono dall'alto; una start up sarda, Tolo Green, usa micro alghe in piccoli specchi d'acqua che depurano da CO2 l'aria di un ristorante al piano di sotto. EnelX mostra Second Sun e Second Moon: due grandi pannelli/alveari sospesi. Reagiscono con intesità luminose alle variazioni termiche delle persone, emozioni incluse. E limitano inutili dispersioni energetiche. La Boero di Genova ha pitturato con scarti alimentari riciclati in vernici i tre scafi rovesciati che formano un tetto tricolore, il più grande della storia d'Italia. Il padiglione più deludente sul piano tecnologico è l'americano: rivediamo su una passerella mobile la solita storia, Thomas Jefferson (oggi bandito dalla cancel culture!) il telefono del signor Bell e gran finale sulla teoria dei quanti, che a spanne conosciamo già. "Boring".

Un robot passa davanti al padiglione dei Paesi Bassi sfiorando i visitatori 

Non ci sono i progetti futuribili di Elon Musk (treni sotterranei sospesi in campi magnetici che viaggiano a 1.223 Km all'ora) o di Apple o di Google o di Facebook. I grandi non hanno partecipato. Non ci sono neppure le cripto valute o le block chain che porteranno una rivoluzione millenaria. Per l'America, ma per la maggioranza degli espositori, il problema è evidente: difficile mostrare il futuro tecnologico quando il tasso di accelerazione dell'innovazione supera persino l'immaginazione. Le novità di tre anni fa, quando si doveva partire, sono già superate.

Nel cuore di questo Dubai 2020, spicca il padiglione emiratino. È il più bello sia sul piano architettonico che su quello simbolico, in sintonia con le celebrazioni per i 50 anni. Disegnato da Calatrava ci mostra le ali pieghevoli di un falcone bianco in volo. La storia parte dalla culla del deserto, dove il falco, il beduino e il cammello lavorano insieme.

All'interno ci sono vere proprie dune di sabbia morbida di un colore ocra molto caldo. Dalle dune spuntano video tridimensionali dei sette emirati - Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Umm al Quwain, Ras Al Khaimah e Fujairah, riuniti nel 1971 dalla leadership di un emiro illuminato, Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, di Abu Dhabi, il più grande dei sette, con l'86,7% del territorio complessivo. Il più piccolo, con lo 0,3% è Ajman, Dubai ha il 5%. L'altra innovazione? Aver trasformato in tre anni 438 ettari di deserto in una città collegata al centro da autostrade a 7-8 corsie per direzione (Expo Milano ha costruito su 200 ettari!). Dai villaggi desertici si passa ai grattacieli, al successo di molti immigrati e delle donne, fino alla centralità storica e contemporanea degli emirati, da sempre svincolo chiave dei passaggi antichi che univano le vie della seta all'Europa e al resto del mondo. Di nuovo un appello al multiculturalismo. Scopriamo che il motto del padiglione è più ampio, lo ripeteva lo Sceicco El Zayed Bin Sultan, il fondatore: "L'unità ci porta alla forza, all'onore e al bene comune". Unità, onore e forza d'animo. Termini in disuso nelle democrazie occidentali. Potrete recuperarli passeggiando per qualche giorno fra i 192 paesi di Dubai 2020. Una sana fuga dalle urla quotidiane che pervadono la nostra vita.