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Il caso. Ridiamo fiducia alla maturità

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L’esame di Stato deve tornare a essere affidabile per selezionare gli studenti. E quella scritta resta una prova centrale. Parla lo storico Andrea Graziosi
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«Capisco le ragioni che spingono gli studenti a chiedere l’abolizione delle prove scritte, ma sarebbe sbagliato assecondarli. La scrittura garantisce la crescita intellettuale, può favorire una vita personale emotivamente più ricca, ed è essenziale per il funzionamento della democrazia». Storico di lunga esperienza in università internazionali, per quattro anni presidente dell’Anvur (l’agenzia di valutazione universitaria), tra i fondatori a Napoli della prima Scuola Superiore nel Mezzogiorno, Andrea Graziosi sta preparando per il Mulino un corposo volume sui sistemi di classificazione dell’umanità dalla preistoria all’evo contemporaneo. «Pensare è già classificare. Penser/Classer è il titolo di un illuminante saggio di Georges Perec. Si tratta di un atto istintivo che ci porta a definire le persone secondo la lingua, l’etnia, la religione, la classe sociale, l’intellige…

«Capisco le ragioni che spingono gli studenti a chiedere l’abolizione delle prove scritte, ma sarebbe sbagliato assecondarli. La scrittura garantisce la crescita intellettuale, può favorire una vita personale emotivamente più ricca, ed è essenziale per il funzionamento della democrazia». Storico di lunga esperienza in università internazionali, per quattro anni presidente dell’Anvur (l’agenzia di valutazione universitaria), tra i fondatori a Napoli della prima Scuola Superiore nel Mezzogiorno, Andrea Graziosi sta preparando per il Mulino un corposo volume sui sistemi di classificazione dell’umanità dalla preistoria all’evo contemporaneo. «Pensare è già classificare. Penser/Classer è il titolo di un illuminante saggio di Georges Perec. Si tratta di un atto istintivo che ci porta a definire le persone secondo la lingua, l’etnia, la religione, la classe sociale, l’intelligenza etc.». La scuola, in questa complessa vicenda, occupa un posto importante.


Perché comprende la richiesta degli studenti?
«Viviamo in una società in cui il suono e l’immagine hanno conquistato un ruolo preponderante rispetto alla parola scritta. La reazione di sorpresa mi pare quindi fuori luogo. Quanti di noi hanno sostituito la lettura serale del romanzo con una serie televisiva? Un fenomeno assai più accentuato nei ragazzi che non hanno la stessa nostra famigliarità con la scrittura».

Perché non bisogna assecondarli?
«Se vuoi affrontare questioni complesse hai bisogno della parola scritta. E io mi riferisco sia alla riflessione intellettuale sia all’elaborazione del tuo vissuto personale. La scrittura è un formidabile strumento di libertà: chi scrive è proiettato in una dimensione di invenzione permanente. La scuola insegna a tutti questa capacità di padroneggiare idee e sentimenti, che poi porterà ad occupare ruoli medi e alti nella società e ad avere una vita abbastanza sofisticata. Se noi neghiamo alla scuola questa funzione, di cui la prova scritta alla maturità è il simbolo più potente, certifichiamo una cosa orribile: che la capacità di scrivere e quindi di leggere sarà patrimonio solo di chi se la ritrova in famiglia. La società può delegare alle famiglie uno strumento così importante?».

Si tornerebbe a società fondate sulla casta. Da Don Milani a Tullio De Mauro, esiste un’ampia letteratura sul valore civile delle competenze linguistiche: saper scrivere e leggere è fondamentale per il pieno esercizio della cittadinanza.
«La scuola ha questo primo ruolo essenziale: dare a tutti strumenti di emancipazione culturale, sociale e democratica. Anche se poi quella dell’eguaglianza resta una finzione, o meglio un’aspirazione negata, essendo un obiettivo mai completamente realizzabile: il 20 per cento degli studenti italiani non arriva alla maturità, non per demerito ma per gravi problemi sociali, a causa di disturbi psichici o perché figli di famiglie disfunzionali. Quindi già vediamo che il sistema scolastico italiano non riesce a portare tutti fino alla fine del percorso: parliamo di una tensione irrinunciabile piuttosto che di un traguardo raggiungibile».

Quindi la scuola disattende questo principio egualitario.
«In realtà disattende anche l’altro principio fondamentale su cui si regge la democrazia. Siamo tutti eguali – il presupposto stesso di un mondo giusto – e allo stesso tempo siamo tutti diversi. E qui interviene la seconda funzione essenziale della scuola, non meno importante dell’altra, sempre legata a un’aspettativa democratica: la selezione delle future classi dirigenti, altro compito che non può essere delegato solo alle famiglie. Bisogna trovare dei meccanismi equi per selezionare i più talentuosi. Lo dice anche l’articolo della nostra Costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”».

La scuola italiana non riesce più a garantirlo?
«Solo in parte. Si potrebbe migliorare questa funzione scolastica con un sistema di esami più serio di quello oggi in vigore. La riflessione sui criteri di selezione delle classi dirigenti nasce alla fine del Settecento con le due grandi democrazie, la francese e l’americana. Ma se gli americani erano dell’idea che l’élite si selezionasse da sola, e quindi hanno imboccato la via dei test, i francesi hanno introdotto un modello piramidale caratterizzato da esami, concorsi, verifiche costanti. Noi italiani abbiamo copiato il sistema francese, ma perdendone il rigore. Il risultato è che la scuola italiana non è più in grado di selezionare i meritevoli come accade in Francia. O, direi meglio, i più talentuosi: un’ideologia irriflessa del merito può portare a esiti catastrofici».

Perché non siamo più in grado di selezionare i più bravi?
«Gli esiti della maturità dipendono dalla serietà dei professori chiamati a garantirli. Bisogna evitare esempi offensivi, ma non possiamo prenderci in giro. È opinione comune che un settanta/centesimi assegnato al Parini di Milano valga di più di un cento e lode di una scuola meno rinomata d’una regione del Sud o d’una periferia lombarda o veneta. Questo cosa vuol dire? Che il sistema di esami oggi in vigore non aiuta certo gli studenti bravi delle zone ritenute meno affidabili. Una banca, un’impresa, uno studio medico gli preferiranno sempre il diplomato d’un liceo quotato».

Come si risolve?
«Ci sono due strade. O si punta a riqualificare l’esame di maturità o si introduce un test standardizzato nazionale da affiancare alla prova già esistente: in questo modo lo studente bravo del Parini e lo studente bravo che si diploma in periferia avrebbero le stesse possibilità di mostrare le proprie competenze. Naturalmente sia alla riforma della maturità sia alla definizione del nuovo test nazionale dovrebbero partecipare anche i docenti delle superiori. Non lo si dice per una forma di ipocrisia, ma perché le facoltà universitarie più ambite sono a numero chiuso? Non ci si fida dell’esame di maturità. Una prova nazionale eguale per tutti renderebbe superfluo il test d’ingresso, che può essere sostituito da un test di orientamento».

Prima ha fatto riferimento al merito come a un’ideologia che può diventare detestabile. Perché?
«La democrazia ha bisogno di classi dirigenti capaci, questo conviene a tutti. Ma non deve passare il principio secondo il quale chi è andato avanti lo ha fatto perché se lo è meritato ed è quindi autorizzato a uno sguardo sprezzante verso chi svolge lavori umili, ossia lavori che, secondo l’ideologia della meritocrazia, avrebbe “meritato”. Si è bravi per doti naturali, che poi certo la fortuna e le condizioni aiutano a sviluppare. Lo dico da laico: ha ragione papa Francesco quando sostiene che i talenti sono un dono di Dio, per me della natura. Chi ne è stato dotato dovrebbe ringraziare e restituire alla società parte della ricchezza comprensibilmente procurata da questo privilegio. Ce ne dimentichiamo troppo spesso».