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Ece Temelkuran: "Una parola per costruire il mondo nuovo"

La scrittrice Ece Telelkuran. Foto di Joanna Paciorek
  
Ambiente a rischio e giustizia negata: la scrittrice turca, ospite del Festival del Classico di Torino, scrive per Repubblica
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Troppi cuori spezzati per un mondo che, un tempo, Nonno Marx etichettò correttamente come senza cuore. Da quando prese il mondo per le spalle, scrollandolo per spronarlo a darsi una di mossa, le persone come me, che pensano che le parole possano essere un massaggio cardiaco per il cuore delle masse, appoggiano l’orecchio al petto dell’umanità e ascoltano. Ascoltiamo per sentire una parola, quella parola magica capace di scuotere l’umanità e farla alzare per salvarsi il cuore. Alcuni pensano che sia giustizia, altri credono che sia rabbia, altri ancora pensano che possa essere amore. Nessuno di noi sa se ha sentito la parola giusta, né se quell’unica parola è abbastanza potente da superare tutti i pericoli del pianeta, ma ci proviamo lo stesso, disperatamente, con la ferma convinzione dei bambini. Oggi, quando avvicino l’orecchio al cuore dell’umanità, sento la parola Dignità. Voglio puntare su questa …

Troppi cuori spezzati per un mondo che, un tempo, Nonno Marx etichettò correttamente come senza cuore. Da quando prese il mondo per le spalle, scrollandolo per spronarlo a darsi una di mossa, le persone come me, che pensano che le parole possano essere un massaggio cardiaco per il cuore delle masse, appoggiano l’orecchio al petto dell’umanità e ascoltano. Ascoltiamo per sentire una parola, quella parola magica capace di scuotere l’umanità e farla alzare per salvarsi il cuore. Alcuni pensano che sia giustizia, altri credono che sia rabbia, altri ancora pensano che possa essere amore. Nessuno di noi sa se ha sentito la parola giusta, né se quell’unica parola è abbastanza potente da superare tutti i pericoli del pianeta, ma ci proviamo lo stesso, disperatamente, con la ferma convinzione dei bambini. Oggi, quando avvicino l’orecchio al cuore dell’umanità, sento la parola Dignità. Voglio puntare su questa parola. Sommetto che, nel XXI secolo, la parola dignità sarà la bandiera dietro cui cammineranno e si solleveranno milioni di persone.  

Non serve più essere un novello leninista “in cerca di segnali del momento giusto per la rivoluzione” né un attivista esagitato per riconoscere che il capitalismo, così come lo conosciamo, è giunto all’ultimo atto. Sempre più persone gridano apertamente un fatto: il contratto del capitalismo non viola soltanto il contratto della democrazia, ma anche il contratto dei diritti umani, che aveva dichiarato inviolabile la dignità umana. I popoli del mondo sono profondamente feriti. Non sentono solo il dolore dei morsi della fame, o la disperazione per l’oscena disuguaglianza e ingiustizia subita; le persone sono ferite in un senso più profondo. A tutti noi è molto chiaro che non valiamo niente se non siamo abbastanza redditizi.

L’ordine è trasformare l’esistenza del singolo in un’azienda, l’unica entità a cui sia consentito sopravvivere in un mondo ipercapitalista. Ed ecco, così, i nostri account Instagram e Twitter con cui dovremmo pubblicizzare il nostro stesso essere. In questo mondo, è bene ridurre ogni interazione umana alla creazione di reti utili. E per quanto riguarda i poveri, soprattutto dopo la crisi del 2008, è ormai del tutto palese che non sono più Les Misérables ma Les disposables, gli usa e getta del mondo. Costa meno farli fuori che trovare un posto per loro sul nostro pianeta. Se qualche povero è stato troppo lento per capirlo già nel 2008, l’ordine del mondo gliel’ha sbattuto in faccia lungo le coste italiane e spagnole, dove chi è giunto implorando di aver salva la vita è stato rispedito indietro nel Mediterraneo.  Intanto gli altri, quelli che osservano queste scene conservando a malapena un posto nella classe media, sono impegnati a sviluppare un intorpidimento schizofrenico per riuscire a sopravvivere ancora un giorno. Più tragicamente i giovani, ai cui occhi l’essere umano è una specie tossica che distrugge il pianeta, mettono in dubbio il diritto stesso a esistere dell’umanità. Soffrono tutti. Per tutti, l’organo che fa male si chiama dignità.   

Per credere che tutti soffrano, bisogna anche credere che la dignità di vittima e testimone sia danneggiata allo stesso modo. Naturalmente, il dolore provato non può essere lo stesso, ma se pensiamo alla dignità umana come a un valore condiviso, il livello di danno è uguale per tutti. Se così è, allora la dignità è un valore che attraversa tutte le classi: da quelle al vertice, dove si concludono i grandi affari a un costo umano devastante, fino al rifugiato seduto con le spalle cadenti su una barca di fortuna. Anche se non si fa abbastanza per contrastarlo, il danno alla dignità esiste per tutti ed è condiviso. O almeno, credo che lo diventerà se lo diciamo abbastanza.   

Ogni volta che si parla di un tratto dell’essere umano, come l’amore o la dignità, capace di attraversare le differenze di classe e la disuguaglianza sociale, si corre sempre il rischio di essere fraintesi. Sono affermazioni che richiedono qualche precisazione in più. Bisogna dire chiaramente che la dignità non può guarire laddove c’è disuguaglianza; l’amore non è possibile quando la crudeltà è la regola fondante del sistema. Ma il problema della dignità va oltre la disuguaglianza, lo sfruttamento o l’oppressione. Anche chi vive una vita ricca di privilegi può dover ingoiare l’indignazione di essere liquidata come persona che non vale nulla. Proprio questo dolore è stato il motore dei grandi movimenti di protesta degli ultimi vent’anni. Ecco perché, da piazza Tahrir al Black Lives Matter, dalla rivolta di Gezi alle recenti proteste per il clima a Glasgow, la parola dignità è emersa come slogan condiviso. Sì, penso di aver puntato sul cavallo vincente. 

Mentre scrivo queste parole sto per fare la valigia per venire in Italia. Le parole non significano nulla se non vengono fatte proprie e curate da chi crea eventi. Le parole non sono eventi. Mentre cresce la sofferenza di tutti per le nuove disuguaglianze del XXI secolo, il mio piano è assicurarmi di aver sentito la parola giusta quando ho posato l’orecchio sul petto dell’umanità. Se troviamo la parola giusta, voglio credere che riusciremo a raccogliere tutta la rabbia del pianeta, a unire tutte le proteste, a spazzare via i sintomi morbosi e a dare vita al mondo nuovo. 

Ece Temelkuran è autrice de La fiducia e la dignità. Dieci scelte urgenti per un presente migliore (Bollati Beringhieri, traduzione di Giuliana Olivero, pagg. 144 euro 17)

Festival del Classico - La rassegna curata dalla Fondazione Circolo dei lettori, presieduta da Luciano Canfora e curata da Ugo Cardinale, torna in presenza dopo l’edizione “digitale” del 2020. Il tema di quest’anno è la dicotomia tra libertà e schiavitù. Oltre 40 gli appuntamenti previsti dal 2 al 5 dicembre Torino festivaldelclassico.it. Ece Temelkuran il 5 dicembre alle ore 15 sarà a Torino e parlerà di "Antiche e nuove disuguaglianze"

Più libri più liberi - Il 4 dicembre alle ore 13 Ece Temelkuran dialogherà con Francesca Mannocchi al festival Più libri più liberi di Roma