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Lo scrittore Philip Dick ritratto nel 1977  

Un Meridiano per Philip K. Dick: "Con la fantascienza ha interrogato l'universo"

L'autore di "Blade Runner" ottiene finalmente in Italia il giusto riconoscimento. La raccolta delle sue opere migliori (la cui data di uscita non è ancora nota) è stata curata da Emanuele Trevi, ha una nuova traduttrice, Marinella Magrì, e l'introduzione di Emmanuel Carrère. "Dobbiamo ammirarlo come ammiriamo la poesia: lui non voleva essere un profeta”
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Tra i momenti più ispirati della prosa di Philip K. Dick ci sono quelle brevi spaccature dell’orizzonte in cui un protagonista, magari il più impensabile, intravede un’altra dimensione. Può essere un mondo parallelo, un nuovo livello di significato, la verità nell’allucinazione. Vi assiste per pochi istanti e poi la perde. “Il varco è qui?” citerebbe a memoria Eugenio Montale uno scolaretto d’altri tempi. Ma Dick non è un poeta, era uno scrittore di fantascienza, che ha sofferto lo stigma di insufficienza che il genere si porta.

Ancora oggi in America, dove pure era già un cult negli anni Ottanta e non solo per il Blade Runner di Ridley Scott, si discute se sia stato, oltre che grande mente, anche grande penna. I suoi ammiratori ne esaltano la creatività delle idee, i suoi detrattori la sciatteria e la poca maestria di certe forme di stile. In Italia però è ben chi…

Tra i momenti più ispirati della prosa di Philip K. Dick ci sono quelle brevi spaccature dell’orizzonte in cui un protagonista, magari il più impensabile, intravede un’altra dimensione. Può essere un mondo parallelo, un nuovo livello di significato, la verità nell’allucinazione. Vi assiste per pochi istanti e poi la perde. “Il varco è qui?” citerebbe a memoria Eugenio Montale uno scolaretto d’altri tempi. Ma Dick non è un poeta, era uno scrittore di fantascienza, che ha sofferto lo stigma di insufficienza che il genere si porta.

Ancora oggi in America, dove pure era già un cult negli anni Ottanta e non solo per il Blade Runner di Ridley Scott, si discute se sia stato, oltre che grande mente, anche grande penna. I suoi ammiratori ne esaltano la creatività delle idee, i suoi detrattori la sciatteria e la poca maestria di certe forme di stile. In Italia però è ben chiara la risposta: Philip K. Dick (1928-82), con Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Ubik, L’uomo nell’alto castello e Le tre stimmate di Palmer Eldritch, entrerà per grandiosità nel canone Mondadori dei pilastri della letteratura. In breve: nei Meridiani. Dietro a questa consacrazione c’è molta sostanza.

 

Una scena da Blade Runner diretto da Ridley Scott nel 1982 

C’è, in primo luogo, il riconoscimento della tensione letteraria che attraversa le pieghe della sua fantascienza. Come a dire che Dick tratta più il racconto della condizione umana che non la pretesa di anticipare i vizi del futuro. Così ci dice Emanuele Trevi: il premio Strega è talmente affezionato all’autore che dai suoi Urania dell'adolescenza non si è mai separato, pur essendo, come si definisce lui, “un ramingo” e avendo spesso cambiato casa. E in secondo luogo, sempre dietro a questo riconoscimento, c’è pure la riscoperta in questi anni delle sue più profonde qualità stilistiche. Persino certe supposte imperfezioni sarebbero la cifra della scrittura allucinata dell’autore e delle realtà altrettanto allucinate dei suoi protagonisti e non delle banali sviste editoriali. Così ci racconta la traduttrice, Marinella Magrì, che si occupa delle nuove edizioni dei romanzi più riusciti di Dick. A partire da Ubik, sono in corso di ripubblicazione per Mondadori nella collana Oscar, in attesa del Meridiano effettivo, in arrivo (promettono, ma potrebbe anche slittare oltre) l’anno prossimo. L'introduzione di quest'ultimo sarà all'altezza del caso, con testi e cronologia di Emmanuel Carrère, che allora 35enne dedicò allo scrittore la fortunata biografia romanzata Io sono vivo, voi siete morti (Adelphi).

Ciò che rende Dick diverso dagli altri, dice Trevi, “è che in lui c’è un’irresistibile tensione poetica nel confronto tra l’io e il mondo sentito come estraneo. Questo produce identificazione: tutti siamo in fondo come i suoi personaggi. È il soggetto che dubita della realtà dubitando anche di sé stesso. Questa incertezza ontologica assume forme quasi mitologiche. La paccottiglia della fantascienza viene investita da una necessità poetica”.

Lo scrittore Emanuele Trevi, curatore del Meridiano su Philp Dick 

Ma cosa intende? “Chi lo filosofizza non lo capisce: non ha niente da dire dal punto di vista intellettuale. Il problema non sono gli androidi o l’anticipazione del mondo contemporaneo. Lui fa della fantascienza uno strumento di interrogazione lirica dell’universo, di rappresentazione della pressione che il mondo crea sul singolo individuo”. A questo punto, Trevi dà la chiave per comprendere il tipo di lavoro in corso per il nuovo Meridiano: “Il compito della critica adesso dovrebbe essere quello di sfrondare Dick delle interpretazioni improprie. Dobbiamo ammirarlo come ammiriamo la poesia: lui non voleva essere un profeta”.

Semmai, prosegue, “era il contrario di un futurologo: un esistenzialista. Se lo devo accostare ad altri autori, uno è Richard Yates di Revolutionary Road e l’altro è John Williams di Stoner. Perché Dick ha una concezione del personaggio che è tipica di chi ha avuto una formazione sul Dasein, l’essere nel tempo, il che cos’è l’uomo nella società e nell’estraneità del mondo. La grande intuizione è portare questi temi nel campo della fantascienza, con la doppia domanda: cos’è la realtà e in che misura io sono reale”. Del resto, Dick stesso racconterà di essersi formato sulla grande letteratura francese e poi russa e non, a differenza di altri autori, sulla fantascienza della generazione precedente. Questo gli ha dato modo di influenzare a sua volta una quantità di scrittori che normalmente non vengono associati con la fantascienza, “come David Foster Wallace” conclude Trevi.

Dalla lettura di Dick la nuova traduttrice, Marinella Magrì, ha tratto numerose epifanie. Ci confessa che “lavorare sui suoi testi è un ampliamento della coscienza continuo. Mi sono accorta di tutta la sua qualità. Scrive per immagini, non ti spiega mai niente. Ti getta in una stanza buia, ti illumina delle cose e tu mano a mano ricostruisci il puzzle”. Bisogna poi tenere conto dello stato allucinatorio in cui Dick era immerso (l’amfetamina inizialmente prescritta come antidepressivo negli anni Cinquanta aprì la strada alla dipendenza): “Scriveva in uno stato febbrile, a velocità incredibili, raccontando i continui ribaltamenti della coscienza”.

Lo scrittore Emmanuel Carrère firmerà l'introduzione del Meridiano 

Come in Ubik, del ’69. Il romanzo ha i colori di un trip allucinogeno. È la discesa negli inferi di un gruppo di impiegati dotati di poteri mentali, in un futuro bizzarro in cui la morte cerebrale può essere ritardata per decenni in un limbo semi-onirico. Proprio da Ubik, edito lo scorso maggio negli Oscar moderni, è iniziata la sua opera di ritraduzione. Proseguirà con: a marzo 2022 Le tre stimmate di Palmer Eldritch (’64); il prossimo autunno L’uomo nell’alto castello (’62) e Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (’68, da cui Scott trasse Blade Runner nell’82, uscito a pochi mesi dalla morte di Dick); con data da definire Scorrete lacrime, disse il poliziotto (’74).

Per il suo lavoro, Magrì si è basata sull’edizione completa della Library of America: “C’erano frasi che mancavano persino rispetto alle altre versioni inglesi. Così ho scoperto perché non capivo alcuni passaggi”. È una trascuratezza editoriale in linea con la scarsa considerazione di cui godeva la fantascienza all’epoca, in America e non solo. In Italia Urania farà un gran lavoro nell’importare il genere, ma non sempre le traduzioni di allora sono riuscite, sebbene chi le lesse da giovane, come Trevi, vi sia rimasto, se non debitore, quantomeno affezionato. “Certe qualità della sua prosa non erano prese in considerazione - dice Magrì - Ho dovuto fare molta ricerca, perché Dick dà per scontata tutta una serie di conoscenze. In Ubik sono andata persino a leggere il Libro tibetano dei morti, il Padmasambhava. Se non sai i riferimenti fai fatica a trovare le parole”.

Un esempio è il tentativo di rendere anche in italiano le rime sparse nel romanzo. Nella storia i personaggi trovano in giro dei messaggi che li avvertono, in maniera apparentemente inintelligibile, di quel che accade. È quell’”io sono vivo voi siete morti” che titola la biografia-romanzo di Carrère e che Magrì rende con più ritmo: “Voi siete tutti morti, quello vivo sono io”. “Non sono note seriose - dice - C’è molto colore in Dick e fa da contrappeso alle parti oniriche e mistiche”. Ci sono perciò momenti “in cui c’è un divertimento pazzesco”, come quando, sempre in Ubik, assistiamo al dialogo tra una porta di casa computerizzata, che rifiuta di aprirsi se non verrà pagata, e il proprietario squattrinato, ostaggio del costoso appartamento. Ma poi ci ritroviamo a tu per tu con il perturbante (Dick diceva di spaventarsi a volte per quel che scriveva). Come il tremolio di un negozio che non riesce a stabilizzarsi nella realtà e oscilla tra due dimensioni. E infine ci sono le invenzioni nascoste nello stile, che a un occhio inesperto paiono quasi incongruenze.

Ne L’uomo nell’alto castello (anche noto come La svastica sul Sole, premio Hugo nel '63) c’è una California sotto il dominio dei Giapponesi, perché l’Asse ha vinto la Seconda guerra mondiale. Noi viviamo in questa realtà parallela con gli occhi dei conquistatori, ma anche degli sconfitti. “C’è talmente tanta sudditanza nei confronti dei giapponesi che i personaggi americani parlano come loro un inglese rotto - spiega Magrì - Saltano, ad esempio, le preposizioni e gli articoli. Ho cercato di mantenere la differenza in italiano, senza farne una macchietta. In passato era stata tolta del tutto”. Mentre nelle Tre stimmate di Palmer Eldritch c’è un punto in cui “un personaggio se ne va da una stanza e poi, finito il dialogo, è come se non si fosse mosso dalla soglia. Ma siccome si parla di una droga che si diffonde nell’universo e che tutti prendono, non sai mai cosa sia vero. Ho detto a Trevi: vedrai che questa è un’allucinazione. Dick non te lo spiega: sei tu che lo intuisci”.

I limiti di alcune vecchie edizioni italiane sono stati notati anche da Riccardo Duranti, che ritradusse per Fanucci Ma gli androidi sognano pecore elettriche? nel 2000. “La traduzione che era uscita per Nord - ci dice - era un guazzabuglio: avevano saltato pezzi e avevano maltrattato il testo in tutti i modi. Si erano concentrati solo sugli androidi (il titolo è infatti Il cacciatore di androidi, ’86, ndr)”. Duranti confida che la sua traduzione fu l’unica prodotta con un buon budget e anche per questo segnò uno stacco con il passato: “Le altre, per cui mi rifiutai, furono però fatte a prezzi più bassi”. E ricorda: “Mi divertii molto a tradurlo: vedevo queste idee, messe sulla carta con un po’ di ingenuità e fretta, ma senz’altro potenti. Gli editori lo sfruttavano perché era prolifico, ma in fondo lo pubblicavano con disprezzo, pensando fosse solo letteratura di genere. Gli è rimasto questo stigma. Altrimenti con le sue potenzialità sarebbe diventato un classico, senza bisogno di dibattito”.

Del resto, è risaputo che non tutta la produzione di Dick, vasta decine di titoli, sia splendente. Il Meridiano, conferma Trevi, non conterrà l’opera omnia, ma solo i testi ritenuti canonici dalla critica e dagli appassionati: “Come tutti gli studiosi di Philip Dick, noi pensiamo che abbia scritto una decina di capolavori (più i racconti, da cui Hollywood ha tratto a piene mani, ndr). Gli altri libri contengono sempre un’idea geniale, ma hanno una collocazione più logica negli Oscar. Ci sono poi quelli scritti per motivi alimentari; quelli venuti proprio male, come Vulcano 3; e i tentativi di narrativa. Su questo canone siamo tutti concordi”. Così, oltre ai romanzi già citati ritradotti da Magrì, “i suoi più straordinari” li chiama Trevi, nel Meridiano finiranno anche due titoli dal primo Dick anni Cinquanta, “che sono già nelle vette della sua creatività, sebbene siano ancora un po’ meccanici”. Parliamo de L’occhio nel cielo (’57) e Tempo fuor di sesto (Time Is Out of Joint del '59); alla lista dei suoi più grandi si aggiungono il trip di Un oscuro scrutare (’77, da cui è stato tratto un film nel 2006) e la mistica gnostica de La trilogia di Valis (’81-’82); se ci fosse più spazio, nel Meridiano potrebbero entrare anche Noi marziani (del ’64) e Cronache del dopobomba (uscito nel ’65, ma scritto prima del film di Stanley Kubrick sul dottor Stranamore). “Non riuscirei a fare tutto questo se prima non ci fosse stato il lavoro degli ultimi venti anni di Fanucci - continua Trevi - che ha contribuito, oltre a Carrère, alla consacrazione di Dick in Italia. Carlo Pagetti (il curatore dell’opera completa, ndr) ha messo un saggio di fronte a ciascuno dei romanzi”.

Non tutti i titoli verranno ritradotti. Proprio dall’opera Fanucci verranno tratti direttamente alcuni libri, come Un oscuro scrutare nella versione di Gabriele Frasca del 2006, “un bellissimo pezzo di prosa italiana dal traduttore di Beckett che fa gola” dice Trevi. Il viaggio di Philip Dick nel nostro Paese, come ricordavamo, ha comunque inizio decenni prima. “Io appartengo alla generazione che comprando Urania in edicola si rese conto a dodici anni che Dick era diverso da tutti gli altri, pur leggendolo stampato su due colonne. E questo molto prima di Blade Runner. Non c’è sempre bisogno di filologia. Poi ne arriva il momento, che adesso incarniamo e che richiede maggiori attenzioni, come dimostra il lavoro di Magrì. Ma dobbiamo a quelle prime traduzioni la scoperta della sua incredibile grandezza”. “Io ho cambiato molte case - conclude - sono un vero ramingo nella vita. Ma ho ancora le sue edizioni Urania. Perché un ragazzino capisce che quelle sono da conservare? Per me era come i Doors ed era più grande di Isaac Asimov”.