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Flaubert, 200 anni e non sentirli

Gustave Flaubert 
L’autore di “Madame Bovary” ha inventato personaggi unici che ci rappresentano ancora
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Prendendolo in parola, abbiamo creduto che Madame Bovary fosse lui. Flaubert aveva detto "c'est moi" - per sberleffo, per autodifesa - e così ci ha rassicurato. Ma la verità è che siamo tutti Madame Bovary. Non c'è chi non lo sia, compreso io che scrivo, e proprio e soprattutto perché scrivo. Madame Bovary che scrolla le spalle guardando il marito, e teme di soffocare di fronte alle fatiche del quotidiano ("Era soprattutto all'ora dei pasti che sentiva di non farcela più"). Emma che diventa difficile, sempre più capricciosa, si gonfia di risentimento. E non riesce a nascondere il disprezzo che tutto e tutti le ispirano. Umorali, suscettibili, amareggiati: non siamo forse così? C'è mai stata epoca più bovaristica di questa? Le chiamiamo "bolle", Gustave Flaubert le chiamava chimere. Sono la stessa cosa, come per Emma il nome di Parigi. Se lo ripete a bassa voce, "per…

Prendendolo in parola, abbiamo creduto che Madame Bovary fosse lui. Flaubert aveva detto "c'est moi" - per sberleffo, per autodifesa - e così ci ha rassicurato. Ma la verità è che siamo tutti Madame Bovary. Non c'è chi non lo sia, compreso io che scrivo, e proprio e soprattutto perché scrivo. Madame Bovary che scrolla le spalle guardando il marito, e teme di soffocare di fronte alle fatiche del quotidiano ("Era soprattutto all'ora dei pasti che sentiva di non farcela più"). Emma che diventa difficile, sempre più capricciosa, si gonfia di risentimento. E non riesce a nascondere il disprezzo che tutto e tutti le ispirano. Umorali, suscettibili, amareggiati: non siamo forse così? C'è mai stata epoca più bovaristica di questa? Le chiamiamo "bolle", Gustave Flaubert le chiamava chimere. Sono la stessa cosa, come per Emma il nome di Parigi. Se lo ripete a bassa voce, "per sentirne l'emozione; le risuonava nelle orecchie come un campanone di cattedrale, le fiammeggiava davanti agli occhi perfino sulle etichette delle sue creme di bellezza".


Dal cuore di quest'era dell'informazione, costruiamo autoinganni, falsifichiamo, difendiamo convenzioni smentite dalla verità dei fatti e dal dolore del mondo. Ci proiettiamo - bovaristicamente - su un palcoscenico effimero, patetico, credendo di avere un pubblico. Travestiamo le nostre conversazioni "piatte come marciapiedi" (definizione di Flaubert) da nobili concioni. "Che la magia abbia inizio!" scriveva ieri l'ennesimo utente social sotto un ennesimo albero di Natale fresco di addobbo; e non devono essere poi tanto diverse le "impreviste dolcezze" smosse dal fondo dell'animo di Emma quando nei romanzi cerca alimento per la vita immaginaria. E poi? E poi niente. "Sarebbe durata per sempre quella desolazione? Non avrebbe trovato una via d'uscita? Eppure non valeva meno di tutte quelle che vivevano felici!".


Gustave Flaubert compie duecento anni, ma ci cammina accanto: continua a censire le nostre illusioni, "sempre vive, come accade con i fiori grazie ai fertilizzanti", a studiare l'amarezza dell'esistenza che ci viene scodellata davanti. Conosce la fatica di scendere a patti con la realtà, di prendere per davvero i mantelli e "gettarsi a testa bassa nell'uragano". E in qualche modo ci assolve, mentre proviamo a spargere polvere d'oro sul modesto sentiero della nostra vita, a crederci diversi, a perfezionare una mascherata narcisistica, a cesellare qualche granitica e ottusa certezza. Si dice che nel romanzo abbia trattato male la sua protagonista, lasciandola morire, e però non credo stesse mentendo quando racconta di un sabato sera di aprile del 1852, a Croisset: si alza dallo scrittoio per cercare un fazzoletto, ha le guance rigate di lacrime. Per questa "povera Bovary" che senza dubbio "soffre e piange in venti villaggi della Francia alla volta, proprio a quest'ora". Ma forse pure per Charles, il marito di Emma, e per il farmacista del villaggio, Homais, che si ritiene colto e brillante (non lo è), e si compiace del motto che ha trovato: "Homais non tace". Stava diventando pericoloso, chiosa Flaubert. Piange anche per gli estensori futuri dei commenti al suo romanzo, quelli che - senza vergognarsi - scrivono su qualche sito frasi così: "Personaggi ridicoli, trama da dimenticare". Oppure: "Emma è solo una disadattata". Piange perché sa bene che "il pubblico vuole opere che lusinghino le sue illusioni". A cominciare da quella di non essere come Madame Bovary.


Ma tanto poi che cosa cambia? Se non sei Madame Bovary, sei il marito, che reagisce "mediocremente" alle frecciate degli altri, che non riesce mai a essere brillante, sei il farmacista Homais, o qualche insulso corteggiatore di Emma. O ancora, in un altro capolavoro, il protagonista dell'Educazione sentimentale, troppo distratto per accorgersi della rivoluzione; impastoiato nell'attesa e nel desiderio vano, perde la sua grande occasione per essere protagonista di qualcosa. E Bouvard e Pécuchet, gli anti-eroi dell'ultimo e incompiuto romanzo? I due eccentrici enciclopedisti esibiscono competenze che non hanno e criticano tutto, con un fondo di complottismo: "Litigavano con il fornaio per il colore del pane. Si fecero un nemico nel droghiere, perché sostennero che adulterava la cioccolata. Andarono a Falaise, per chiedere della giuggiola e, sotto gli occhi stessi del farmacista, sottoposero la pasta alla prova del fuoco: prese l'aspetto di una cotenna di lardo e questo provava la presenza di gelatina". Hanno un'opinione su tutto. Non si rassegnano ad avere torto, né intendono sottomettersi all'evidenza. "Che diritto aveva il dottore di giudicarli incapaci di imparare? La scienza apparteneva forse a quel signore? Come se poi fosse una persona tanto superiore!". Vorrebbero essere anatomopatologi, agronomi, astronomi e geologi, archeologi, storici e filosofi. A un certo punto, per farla più breve e più facile, si autoproclamano artisti. "Ogni tanto sentivano un fremito e come il refolo di un'idea; ma mentre stavano per coglierla, improvvisamente svaniva". Vorresti strozzarli o rinchiuderli in manicomio, come scrive lo stesso Flaubert in un appunto. Ma gli resta il dubbio, gli resta un punto interrogativo.