Roberto Antonelli: "Cari ragazzi scrivere non è un dramma"
di Simonetta Fiori , di Simonetta Fiori"E se provassimo con "un'operazione simpatia"? Ho l'impressione che la questione delle prove scritte alla maturità sia stata rivestita da un'aura di dramma che scoraggia ulteriormente i ragazzi. Forse basterebbe spiegare allo studente che scrivere è un modo per interrogare sé stesso. E per mettere ordine nel proprio vissuto e nei propri pensieri".
Alla guida d'un tempio della parola scritta quale l'Accademia dei Lincei, Roberto Antonelli invita a sdrammatizzare. E a trovare un modo più simpatetico e solidale per avvicinare i più giovani alla scrittura. Per svariati decenni ha appassionato generazioni di studenti universitari con le sue lezioni sulla lirica trobadorica e sulle invenzioni delle letterature romanze. E con lo stesso divertimento oggi s'aggira tra i meravigliosi codici miniati che compongono la Biblioteca di Dante, in mostra ai Lincei fino al 16 gennaio.
Tra i più insigni filologi roman…
"E se provassimo con "un'operazione simpatia"? Ho l'impressione che la questione delle prove scritte alla maturità sia stata rivestita da un'aura di dramma che scoraggia ulteriormente i ragazzi. Forse basterebbe spiegare allo studente che scrivere è un modo per interrogare sé stesso. E per mettere ordine nel proprio vissuto e nei propri pensieri".
Alla guida d'un tempio della parola scritta quale l'Accademia dei Lincei, Roberto Antonelli invita a sdrammatizzare. E a trovare un modo più simpatetico e solidale per avvicinare i più giovani alla scrittura. Per svariati decenni ha appassionato generazioni di studenti universitari con le sue lezioni sulla lirica trobadorica e sulle invenzioni delle letterature romanze. E con lo stesso divertimento oggi s'aggira tra i meravigliosi codici miniati che compongono la Biblioteca di Dante, in mostra ai Lincei fino al 16 gennaio.
Tra i più insigni filologi romanzi, autore di libri fondamentali sulla letteratura del Duecento e del Trecento, coordinatore di progetti internazionali sul canone europeo (e sul rapporto tra letteratura ed emotività), Antonelli è diventato molto popolare nel mondo della musica per aver conferito una laurea al cantante Niccolò Fabi. Circostanza che gli procura allegria, in un ottimo rapporto con il pop contemporaneo.
Professor Antonelli, non le chiedo se è favorevole o contrario all'abolizione delle prove scritte perché mi pare scontata la risposta.
"Sono assolutamente contrario. La scrittura richiede una serie di passaggi psicologici e cerebrali che sono fondamentali per la maturazione dello studente. Però bisogna domandarsi perché da sempre, non soltanto oggi, ci sia tanta difficoltà nel rapporto con la parola scritta".
Come lo spiega?
"Intervengono due fattori fondamentali. Il primo è che la scrittura appare come esito definitivo, dal quale è impossibile tornare indietro: verba volant scripta manent, un principio che può essere interpretato anche in chiave ansiogena. Il secondo fattore è legato alla difficoltà dello scrivere: quando scriviamo siamo costretti a riflettere e a interrogarci, a dare ordine al pensiero, a razionalizzare la nostra interiorità e la nostra memoria. Un'operazione molto faticosa, che chiama in causa le nostre insicurezze. Gianfranco Contini, il più grande filologo e critico del Novecento, ha confessato esplicitamente il suo rapporto angoscioso e conflittuale con il foglio bianco. E io stesso, che avrò scritto un migliaio di pagine, riconosco una mia esitazione: non è facile fermarsi, interrogarsi, confrontarsi con il rimosso in un mondo che corre sempre più veloce. L'oralità risulta molto più semplice".
Quindi è comprensibile il punto di vista dei ragazzi.
"Ma certo. Tra Instagram, TikTok e gli altri social, vivono immersi in una dimensione che mette ai margini la scrittura e la lettura. Ma proprio per questo la scuola dovrebbe intervenire, aiutando gli studenti a sciogliere i nodi che rendono lo scritto così terrificante. Non può essere però un'operazione costrittiva. Se ci concentra troppo sul voto, sull'esame, sull'esito della prova, si fa un cattivo servizio. Bisognerebbe invece favorire nei ragazzi un rapporto solidale e simpatetico con la parola scritta, mostrando come un testo possa accrescere la conoscenza del mondo e soprattutto di sé stessi. Temo però che la scuola non assolva questo compito".
Qualcuno ha proposto: perché non si fanno leggere più poesie d'amore? Lo chiedo al filologo romanzo che ha insegnato composizione e scomposizione del testo attraverso le liriche amorose dei trovatori provenzali.
"Qui arriviamo al punto essenziale. Tutte le scritture sono il deposito di sentimenti, emozioni, affetti. Soprattutto le poesie d'amore, che toccano sensibilità adolescenziali. La letteratura potrebbe essere un formidabile strumento per creare quel rapporto simpatetico a cui facevo riferimento prima. Gli insegnanti dovrebbero far capire ai ragazzi che quella poesia o quel brano di prosa parlano di loro, dei loro sentimenti, del loro vissuto più inquieto. Nel caso della poesia interviene una scrittura ancora più complessa perché l'autore si sforza di comprimere più significati nel più breve spazio possibile. Ma è proprio nell'ambiguità del testo la scommessa più affascinante per gli studenti chiamati a interpretarlo".
I professori sono attrezzati per svolgere un così approfondito lavoro di analisi linguistica e stilistica del testo?
"Ce ne sono di bravissimi, ma mi colpisce molto che dalla loro formazione siano scomparse materie fondamentali. La filologia romanza è stata uccisa. Eppure è la disciplina che insegna a fare il testo e a disfarlo. Insegna a farlo perché permette di ricostruire un testo mancante: di Dante non possediamo autografi e la Commedia è un'opera ricostruita a posteriori. Ma insegna a anche a disfarlo nel tentativo di capire per quale ragione e attraverso quali tecniche l'autore l'avesse composto in quel modo. È proprio la filologia romanza a mostrare i diversi esiti della scrittura: questo agli studenti interessa moltissimo".
Cosa significa vivere in una civiltà che costringe la scrittura a un ruolo marginale rispetto alle immagini e ai suoni?
"Significa vivere in una dimensione temporale accelerata. Quando vediamo un film o una fotografia, abbiamo una reazione immediata a livello viscerale. La lettura ti costringe a operazioni mentali complesse che richiedono più tempo. Ma non demonizzerei la nuova civiltà delle immagini. In fondo è stata il sogno dei poeti. Ut pictura poësis diceva Orazio".
La scrittura resta un elemento di mediazione indispensabile.
"Ti obbliga a dare un ordine. E a cercare di capire più in profondità. È vero che viviamo in un mondo dominato dall'immaginario televisivo e cinematografico, ma larga parte di quella cultura narrativa fa riferimento alla letteratura e ai suoi archetipi. Anche questo andrebbe spiegato ai ragazzi. Il Trono di spade - per citare una delle prime serie più famose - è costruito sugli archetipi del romanzo medievale. Così come il finale di 2001: Odissea nello spazio - che ormai appartiene alla storia - è una trasposizione fedele degli ultimi versi del Paradiso. Se mai ne avrò la possibilità, voglio chiedere alla vedova di Kubrick se nella biblioteca del regista sia conservata una copia della Commedia".
La conoscenza richiede anche fatica. Un elemento che oggi sembra essere bandito dall'orizzonte delle famiglie che rendendo le cose più facili pensano di proteggere i figli.
"È una questione decisiva. I genitori non capiscono la gravità del danno inflitto ai ragazzi. Gli studenti devono passare attraverso le difficoltà, proprio per far crescere dentro di loro la volontà di superare quei limiti. Una sfida fondamentale per la maturazione psichica e intellettuale".
Resta il fatto che l'esame di maturità continua a provocare una grande paura.
"È sempre stato così. Una delle cose che sapevo meglio erano le formule di prostaferesi, ma per un tempo infinito ho sognato di essere interrogato su queste formule trigonometriche e di non riuscire ad aprire bocca. Un incubo che è durato per anni".
La serie. Scripta manent
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