Così Giulio Andreotti e Mikhail Gorbaciov persero la Guerra fredda. Ma per quello che vale, fu una sconfitta all’altezza di un piano grandioso che puntava a ridisegnare gli equilibri del mondo. A distanza di 30 anni, il tempo di una generazione, i documenti diplomatici aiutano a capire lo svolgersi di quel processo per lampi, sussulti e confidenze in tono quasi famigliare.
A proposito della riunificazione della Germania, «i tedeschi – confida Mikhail a Giulio – vi sono molto concentrati, fino ad avere il mal di testa»; mentre sul Medio Oriente: «È più facile volare fino a un’altra galassia che mettere d’accordo gli arabi!». Riguardo all’America, del resto, il presidente italiano così ne parla con l’interlocutore sovietico: «Gli Usa sembrano sempre aver bisogno di un “diavolo” (Ortega, Castro, Gheddafi) per propria propaganda politica. Anche voi – concede – erava…
Così Giulio Andreotti e Mikhail Gorbaciov persero la Guerra fredda. Ma per quello che vale, fu una sconfitta all’altezza di un piano grandioso che puntava a ridisegnare gli equilibri del mondo. A distanza di 30 anni, il tempo di una generazione, i documenti diplomatici aiutano a capire lo svolgersi di quel processo per lampi, sussulti e confidenze in tono quasi famigliare.
A proposito della riunificazione della Germania, «i tedeschi – confida Mikhail a Giulio – vi sono molto concentrati, fino ad avere il mal di testa»; mentre sul Medio Oriente: «È più facile volare fino a un’altra galassia che mettere d’accordo gli arabi!». Riguardo all’America, del resto, il presidente italiano così ne parla con l’interlocutore sovietico: «Gli Usa sembrano sempre aver bisogno di un “diavolo” (Ortega, Castro, Gheddafi) per propria propaganda politica. Anche voi – concede – eravate un po’ diavoli».
Altri personaggi compaiono: Craxi, che raccomandando “riservatezza” ed “elementi confidenziali” riceve l’ambasciatore russo Lunkov subito dopo il bombardamento americano della Sirte; De Michelis che si scontra con Guido Carli su certe restrizioni del Tesoro ai crediti sovietici; più diversi e importanti ambasciatori, Vattani, Bottai, Salleo, ma soprattutto Sergio Romano che da Mosca invia rapporti che restano straordinari per vivace e preveggente lucidità.
A prima vista sfugge la vastità e l’ambizione dell’impegno italiano. Più che la fine dei blocchi, “Andreottov”, come lo chiamava in quegli anni Montanelli, lavora per una conservazione degli equilibri e un bipolarismo “normalizzato” da ottenersi, a partire dal destino della Germania, ma anche della Polonia, senza accelerazioni né scosse. In realtà, osservando più da vicino il suo schema, si capisce che Andreotti guarda al ruolo che può giocare la nuova Russia pensando soprattutto al Mediterraneo e più in generale al Medio Oriente, vedi il fattivo incoraggiamento, di sponda con la Santa Sede, alla mediazione sovietica per scongiurare, ma invano, la guerra nel Golfo.
Gorbaciov ricambia l’amicizia, rimanendo tuttavia più abbottonato dell’interlocutore. C’è una lettera in cui conferma «immutata fiducia nella saggezza» di Andreotti, ritenendolo «unico fra i grandi statisti» ad aver compreso i suoi sforzi. Il punto è che questi sono troppi e su troppi fronti. Lo smantellamento del bipolarismo rappresenta per lui un passaggio fondamentale per concentrarsi sulla transizione interna e la riforma di un sistema già sconvolto dalla crisi economica e dalle nazionalità già in rivolta. Si tratta di una vera lotta contro il tempo.