È morto Gianni Celati, nomade della letteratura
di Franco Marcoaldi , di Franco MarcoaldiC'è qualcosa di terribilmente struggente nella morte di Gianni Celati, avvenuta la scorsa notte a Brighton, in Inghilterra. Perché ora che il suo cerchio vitale si è chiuso, a 84 anni, l'impressione è che immaginazione e realtà, scrittura e vita, si siano sovrapposte tra loro in un travaso reciproco e continuo. Baudelaire parlava di correspondances, alludendo a quella rete misteriosa di concordanze, analogie, coincidenze che percorrono segretamente le vicende di ciascuno: un'intuizione che sembra attagliarsi perfettamente all'esistenza di Celati.
La tesi di laurea l'aveva fatta su Joyce, e quarant'anni dopo proprio all'autore irlandese sarebbe tornato per l'ultimo suo grande lavoro: la traduzione dell'Ulisse, un'immane fatica che avrebbe compromesso il suo stato di salute. Il folgorante esordio è del 1971, con Comiche, un libro che prende spunto dagli appunti tenuti da un vecchio paziente del manicomio …
C'è qualcosa di terribilmente struggente nella morte di Gianni Celati, avvenuta la scorsa notte a Brighton, in Inghilterra. Perché ora che il suo cerchio vitale si è chiuso, a 84 anni, l'impressione è che immaginazione e realtà, scrittura e vita, si siano sovrapposte tra loro in un travaso reciproco e continuo. Baudelaire parlava di correspondances, alludendo a quella rete misteriosa di concordanze, analogie, coincidenze che percorrono segretamente le vicende di ciascuno: un'intuizione che sembra attagliarsi perfettamente all'esistenza di Celati.
La tesi di laurea l'aveva fatta su Joyce, e quarant'anni dopo proprio all'autore irlandese sarebbe tornato per l'ultimo suo grande lavoro: la traduzione dell'Ulisse, un'immane fatica che avrebbe compromesso il suo stato di salute. Il folgorante esordio è del 1971, con Comiche, un libro che prende spunto dagli appunti tenuti da un vecchio paziente del manicomio di Pesaro. E guarda caso, con "i matti" Gianni avrà sempre un rapporto privilegiato: "in effetto mi trovo più a disagio con i sani di mente", mi disse una volta.
I termini irregolare, eterodosso, appartato - spesso utilizzati a sproposito per definire artisti e scrittori che si atteggiano a drop-out - si sposano benissimo invece con l'avventura di Celati, la cui parabola esistenziale e artistica è stata sempre raminga, all'insegna del nomadismo e dell'inquietudine. Basta rileggere la breve e stravagante nota autobiografica scritta per Conversazioni del vento volatore (Quodlibet).
Spizzico qua e là: nato nel '37 a Sondrio, il futuro scrittore fa il liceo a Bologna, poi ha "il raptus di scrivere come un certo matto che lo appassiona - Italo Calvino propone di farne un libro - Passa il tempo succedono delle cose". Va in Tunisia per imparare l'arabo, ottiene una borsa di studio a Londra (dove, tra l'altro, si mette a tradurre La botte di Swift), passa due anni alla Cornell University, "conosce un certo Sironi che lo mette a scrivere film falliti in partenza". Poi è di nuovo a Bologna, dove insegna all'università ("I presidi!!!Roba da matti"), e anche da lì "Fuga - Si trasferisce in Normandia - Con amici vari trovati per strada inventa Il Semplice, Almanacco delle prose - Contenti tutti - Passa il tempo - Trasferimento in Inghilterra - Libri - Fa anche documentari (...) Africa, la sua patria, come Ferrara - Un anno a Berlino senza far niente - L'Italia invivibile - È andata così - Dal 1990 vive a Brighton, Inghilterra, con sua moglie".
Alla fine di questo ininterrotto andirivieni, che lo ha visto chiamarsi progressivamente fuori dai giochi, Celati ci ha lasciato un tesoro - alcuni dei libri più belli di narrativa e saggistica degli ultimi decenni: Comiche, Parlamenti buffi, Finzioni occidentali, Narratori delle pianure, Quattro novelle sulle apparenze, Verso la foce. Ma, se possibile, prima ancora ci ha lasciato un luminoso esempio di vita. La letteratura è una cosa seria, e dunque lo scrittore non può assistere impotente alla sua penosa deriva: perché a giudizio di Celati è in atto un'involuzione drammatica, che premia soltanto il narcisismo solipsistico degli autori, il loro agonismo intellettuale, un ridicolo e febbrile attaccamento all'attualità. Tutto questo a detrimento dell'immaginazione, dello scatenamento fantastico, "dell'interiorità come patria ultima dell'uomo".
Gli effetti sulle persone comuni, su noi tutti, sono catastrofici: perché così si spegne l'istinto narrativo di ciascuno; perché "il lettore moderno tende a sopportare sempre meno le parole, e sempre più aspira al nudo 'significato' dei fatti, da leggere alla svelta"; perché la forbice tra linguaggio ed esperienza reale si allarga a dismisura.
Celati ha combattuto a lungo, per come ha potuto, contro tale deriva. Lo ha fatto cercando di tornare alle origini della nostra tradizione, dal Novellino a Teofilo Folengo, recuperando così il fiorire della pura narrazione, la gioia della sonorità delle parole, la pazzia della voce e del dire. Ma lui per primo sapeva, come mi disse in un'intervista, "che il nostro non è un tempo predisposto alla fantasticheria, alla fola, all'immaginazione, che difatti è stata smontata, disfatta, distrutta. Anche e soprattutto dalla letteratura che ci circonda". Allora, testardamente, ha sperimentato strade tutte sue, destinate per lo più alla sconfitta. Come quando ha cercato di eludere l'agone da sovraffollamento delle librerie proponendo all'editore di distribuire lui, in prima persona, e gratis, un suo volume di sonetti. "Ma mi sono reso conto che la cosa non funzionava. Perché nel momento in cui regali un libro, è come se quel libro perdesse valore. Soltanto uno su mille, capisce il significato del dono".
Quel gesto fuori dal tempo e da ogni logica ordinaria, era comunque coerente per chi, come lui, non si è mai considerato uno scrittore professionista, in carriera. Celati infatti ha sempre pensato alla scrittura come a un atto gratuito: "si scrive per passare le serate, per coltivare l'interiorità, perché la gratuità è fonte di contentezza. Invece ora pare che si scriva soltanto per fare colpo sul pubblico, per vendere copie, avvinghiati ai fatti e all'attualità, perdendo così completamente la dimensione avventurosa della scrittura, la sua potenza immaginativa. In fondo, scrivere racconti, favole, novelle, sonetti, è come spedire delle lettere. Anche se mi rendo conto che non è più tanto chiaro a chi queste lettere sono indirizzate".
Negli anni, Gianni si è misurato anche con nuove e diverse forme espressive, collaborando con i fotografi (su tutti, Luigi Ghirri), o ideando documentari, di ambientazione africana. Finché, il peggioramento delle condizioni psicofisiche e uno stato di crescente solitudine, lo hanno portato a richiudersi in un disperato e lucido silenzio, dagli echi beckettiani. Ma conservando sempre una tenerezza specialissima verso gli amici e i lettori fedeli.
Ho, a riguardo, un ricordo quanto mai vivido del nostro ultimo incontro: poche ore affettuose e intense trascorse all'aeroporto londinese di Gatwick. Scherzosamente, Gianni mi aveva accolto con un grande cartello colorato dove era scritto il mio nome, a caratteri cubitali. Aveva la solita aria da ragazzo, anche se segnato dal tempo e dalla malattia, e indossava una maglietta con su scritto: 'giovaniumaninfuga'. A ripensarci, mi viene da piangere.