È morto lo scrittore Vitaliano Trevisan. Aveva 62 anni. Scrittore, attore, drammaturgo, sceneggiatore, aveva esordito nella letteratura con il romanzo I quindicimila passi. Il suo libro più recente è Works (Einaudi, 2016). Lo scorso novembre aveva raccontato su Repubblica il suo ricovero in un reparto di psichiatria.
Nato a Sandrigo, vicino Vicenza, nel 1960, era arrivato tardi alla scrittura, svolgendo prima vari mestieri, dall'operaio al gelataio, al geometra, un'esperienza poi da lui raccontata in Works: in questo testo autobiografico, che si faceva ritratto di una generazione cresciuta nel nord est, Trevisan raccontava anche l'impossibilità di allontanarsi dalla propria storia e dalla propria educazione, da quella vicenda di famiglia che è sempre, scriveva, "una storia di soldi".
I suoi primi racconti (le antologie Un mondo meraviglioso e Trio senza pianoforte/oscillazioni) risalgono alla fine degli anni Novanta, mentre con I quindicimila passi aveva esordito nel romanzo: prendendo a pretesto l'ossessione del protagonista nel contare e annotare i passi dei suoi tragitti, il libro prendeva di mira l'educazione cattolica e le ipocrisie della provincia italiana. Con quel libro aveva vinto il Campiello Europa e il Premio Lo Straniero. Da lì, la sua carriera di autore aveva decollato e negli anni Duemila Trevisan si era diviso tra la letteratura, la scrittura per il cinema e per il teatro e la recitazione. Tra gli altri suoi libri per Einaudi ricordiamo Il ponte, un crollo (2007) e Grotteschi e Arabeschi (2009). Per il teatro, Trevisan aveva curato nel 2004 l'adattamento di Giulietta di Federico Fellini e scritto, tra gli altri, Il lavoro rende liberi, messo in scena nel 2005 da Toni Servillo. I suoi monologhi Oscillazioni e Solo RH sono stati pubblicati da Einaudi nel volume Due monologhi (2009)
Aveva lavorato anche per il cinema - con Matteo Garrone in Primo Amore (2004), come attore e come co-sceneggiatore, e con Gianclaudio Cappai in Senza lasciare traccia (2016) e in tv (tra le altre, nella serie RIS).
Del recente ricovero in ospedale psichiatrico aveva voluto scrivere su Repubblica, come un "inviato speciale in incognito", raccontando con umanità i pazienti con cui aveva condiviso quel periodo difficile.