Non è Sydney, con le sue colline inanellate di spiagge. Non è nemmeno Brisbane, con il fascino ruvido di Crocodile Dundee. Tra le grandi città australiane, Melbourne è probabilmente la meno caratterizzata dal punto di vista ambientale e paesaggistico. Adagiata in pianura, attraversata da un fiumiciattolo serpeggiante, si compone di un grande agglomerato urbano - 10 mila chilometri quadrati, sei volte Londra e dodici New York City - esteso tra centinaia di sobborghi difficili da distinguere l'uno dall'altro. Il centro si trova a diversi chilometri dal mare, che in quel tratto di costa non è dei più suggestivi. Nonostante questo profilo - non dei più entusiasmanti - la capitale dello stato di Victoria compare da molti anni regolarmente nei posti più alti delle classifiche sulla qualità della vita stilate dai maggiori media internazionali - e in particolare dalla rivista britannica The Economist.
Certo, sappiamo bene…
Non è Sydney, con le sue colline inanellate di spiagge. Non è nemmeno Brisbane, con il fascino ruvido di Crocodile Dundee. Tra le grandi città australiane, Melbourne è probabilmente la meno caratterizzata dal punto di vista ambientale e paesaggistico. Adagiata in pianura, attraversata da un fiumiciattolo serpeggiante, si compone di un grande agglomerato urbano - 10 mila chilometri quadrati, sei volte Londra e dodici New York City - esteso tra centinaia di sobborghi difficili da distinguere l'uno dall'altro. Il centro si trova a diversi chilometri dal mare, che in quel tratto di costa non è dei più suggestivi. Nonostante questo profilo - non dei più entusiasmanti - la capitale dello stato di Victoria compare da molti anni regolarmente nei posti più alti delle classifiche sulla qualità della vita stilate dai maggiori media internazionali - e in particolare dalla rivista britannica The Economist.
Certo, sappiamo bene come tali riconoscimenti spesso equivalgano a una palma alla mediocrità, propagando l'idea che la qualità della vita si riduca ad assenza di turbamento: poco traffico, strade pulite, organizzazione maniacale. Il caso di Melbourne è però interessante perché in realtà rifugge da questo paradigma. Ha una ricca vita di strada e una florida scena culturale; il Central Business District è affollato ad ogni ora, e altrettanto pullulanti sono i nuovi spazi pubblici nati dalla conversione di ex infrastrutture industriali, come Federation Square e l'area di South Wharf lungo il fiume Yarra. Questo fermento non ha paragoni nemmeno rispetto alle città limitrofe. A cosa si deve tanta vivacità?
Per raccontare l'ascesa di Melbourne negli ultimi decenni non si può prescindere da un nome: quello di Rob Adams, l'architetto capo della città che, sin da metà degli anni Ottanta, ha avuto più di chiunque altro un ruolo centrale nelle trasformazioni urbanistiche locali. Nato nel 1948 in Zimbabwe, al tempo colonia inglese, Adams studiò architettura in Sudafrica. Ed è proprio ai suoi anni universitari che risale un'intuizione che fu centrale per l'inizio della sua carriera di urbanista noto e riverito in tutto il mondo. Nel periodo in cui Adams era studente, il campus universitario di Cape Town, arroccato sui pendii che da Table Mountain scendono verso il mare, si stava preparando a una grande crescita nel numero di studenti e professori.
La soluzione canonica sarebbe stata quella di allargare la struttura, creando nuovi edifici o ampliando quelli esistenti. L'università optò invece per una soluzione inedita: non aumentare gli spazi, bensì usarli meglio nel tempo. Aggiungendo lezioni serali e affinando il calendario accademico, incastrando tutte le attività in modi più accorti, ci si accorse che non sarebbe stato necessario aggiungere metri quadrati. La popolazione studentesca ed accademica avrebbe potuto aumentare semplicemente attraverso una "riprogrammazione" della cittadella accademica. Adams rimase profondamente colpito dall'efficacia di quell'approccio. E di quell'esperienza fece tesoro pochi anni dopo, quando al termine di alcune peregrinazioni tra l'Africa e l'Europa, approdò in Australia, presso gli uffici dell'amministrazione comunale di Melbourne.
A quel tempo, nei medi e tardi anni Ottanta, la città viveva giorni poco felici. Particolarmente problematica era la situazione del Central Business District. Per una serie di concause, tra cui il fenomeno dell'emigrazione di massa della popolazione verso i sobborghi, e incerte prospettive economiche, il CBD era ormai ridotto a un'area fantasma. Per risolvere la situazione, Adams tornò con la mente a quel principio di rescheduling di cui era stato testimone a Cape Town. Al tempo, le infrastrutture del CBD di Melbourne erano attive soltanto per una fascia di tempo molto limitata, ovvero dal lunedì al venerdì in orario d'ufficio, dalle 9 alle 17. Questo limite era dato per naturale: così succedeva in pressoché tutti i quartieri d'affari in giro per il mondo. Cosa sarebbe successo se si fosse cambiato approccio? Sulla spinta dell'ufficio di Adams, la città di Melbourne iniziò a consentire la costruzione di nuove residenze e servizi culturali. Nell'arco di qualche anno, il quartiere iniziò a cambiare volto e ad essere vissuto in ogni fascia oraria o giorno della settimana. La trasformazione fu evidente a tutti nel 2002, con l'inaugurazione della grande piazza pedonale di Federation Square al posto di un vecchio scalo ferroviario.
Le azioni promosse da Adams hanno indubbiamente un taglio frugale e poco appariscente. In poco tempo, tuttavia, hanno saputo raggiungere il centro del dibattito internazionale. La città che ci ha lasciato in eredità il Novecento è spesso portatrice di gravi inefficienze. Le punte e i picchi di utilizzo nell'uso delle infrastrutture sono esempi macroscopici di uno spreco di risorse che non è più accettabile nel quadro della lotta al cambiamento climatico. Usare meglio nel tempo la piattaforma urbana è il primo passo per arrivare a città sostenibili. Non dimentichiamo poi una conseguenza ulteriore che deriva dalla pratica del rescheduling: aumentare le interazioni tra le persone.
A partire da questo caso di successo, la città ha iniziato a ragionare su come applicare la logica della riprogrammazione anche ad altre infrastrutture metropolitane. In tempi più recenti Adams si è appassionato alle piattaforme digitali. Quello sarà il prossimo orizzonte sul quale si espanderà la pratica del rescheduling, che grazie all'uso dei Big Data sta diventando sempre più raffinata. Uno degli obiettivi più ambiziosi per chi lavora in questo campo potrebbe essere riassunto in uno slogan: aboliamo l'ora di punta!
Che cosa sono infatti gli ingorghi sulle tangenziali o in metropolitana se non le conseguenze di una gestione urbana impostata per decenni sulla premessa che l'intera popolazione (o quasi) seguirà gli stessi orari giornalieri? Per arrivare ad abolire l'ora di punta, dovremo riuscire a costruire piattaforme digitali pubbliche capaci di impostare un sistema di incentivi con i quali promuovere comportamenti virtuosi. Come l'ERP - Electronic Road Pricing di Singapore - i cui balzelli variabili nel tempo disincentivano l'uso delle infrastrutture nei momenti di picco. Da questa prospettiva, la flessibilità introdotta nelle vite dal regime di smart working imposto dalla pandemia di Covid-19 potrebbe rappresentare un assist per accelerare la transizione verso una città davvero "riprogrammata": in cui i comportamenti individuali non debbano più seguire una identica coreografia.
Così, se le nostre città diventeranno sempre più socievoli a ogni ora del giorno e meno intasate dal traffico, una parte di pensiero di ringraziamento dovrà essere rivolto all'Australia. La Melbourne di Rob Adams è stata capace di inventare un solido paradigma per il miglioramento della qualità della vita, inserendo il massimo delle libertà individuali nel quadro di una visione civica sostenibile sotto ogni profilo: sociale, ambientale ed economico. E tutto questo partendo da semplici osservazioni fatte da uno studente sulle pendici di Table Mountain.