✕

Dal vostro inviato Ryszard Kapuscinski

Ascolta l'audio

Quest’anno si celebra il novantesimo anniversario della nascita del grande reporter polacco. Un maestro di giornalismo che anche Robinson celebra nel prossimo numero in edicola
2 minuti di lettura

LONDRA - Ho conosciuto Ryszard Kapuscinski venticinque anni fa, a Napoli, a una conferenza su corrispondenti di guerra e inviati speciali. A margine dell’incontro, in una splendida giornata di sole, andammo a pranzo sulla terrazza di un ristorante di Posillipo insieme a Stefano Benni e a Goffredo Fofi. Con la sua caratteristica ironia, Benni cominciò a spiegare a Kapuscinski che, per avere successo con i libri in Italia, doveva entrare nelle grazie di Fofi. Io traducevo. Fofi rideva. E anche Kapuscinski aveva l’aria di divertirsi molto. Naturalmente non c’è stato bisogno dell’intervento di Fofi perché alcuni dei suoi titoli, come Imperium sul crollo dell’Unione Sovietica, Il Negus sull’ultimo imperatore d’Etiopia e La prima guerra del football sui conflitti tra poveri dall’America Latina all’Africa, diventassero dei bestseller nel nostro Paese e altrove.

Ma lo scrittore polacco scomparso quindici anni fa, di c…

LONDRA - Ho conosciuto Ryszard Kapuscinski venticinque anni fa, a Napoli, a una conferenza su corrispondenti di guerra e inviati speciali. A margine dell’incontro, in una splendida giornata di sole, andammo a pranzo sulla terrazza di un ristorante di Posillipo insieme a Stefano Benni e a Goffredo Fofi. Con la sua caratteristica ironia, Benni cominciò a spiegare a Kapuscinski che, per avere successo con i libri in Italia, doveva entrare nelle grazie di Fofi. Io traducevo. Fofi rideva. E anche Kapuscinski aveva l’aria di divertirsi molto. Naturalmente non c’è stato bisogno dell’intervento di Fofi perché alcuni dei suoi titoli, come Imperium sul crollo dell’Unione Sovietica, Il Negus sull’ultimo imperatore d’Etiopia e La prima guerra del football sui conflitti tra poveri dall’America Latina all’Africa, diventassero dei bestseller nel nostro Paese e altrove.

Ma lo scrittore polacco scomparso quindici anni fa, di cui nel 2022 si celebra il novantesimo anniversario della nascita (Robinson gli dedica domani la storia di copertina), era diventato noto in primo luogo come giornalista, seguendo rivoluzioni, colpi di Stato e grandi avvenimenti internazionali per l’agenzia di stampa ufficiale di Varsavia.

È insolito che il reporter di una nazione comunista, in cui l’informazione viene sottoposta a rigida censura, riceva attenzione anche all’estero. Ancora più raro che un cronista diventi autore di bestseller globali, scrivendo saggi con la forza evocativa di un romanzo. Come Oriana Fallaci, Tiziano Terzani e pochi altri, Kapuscinski è riuscito nell’impresa di mescolare giornalismo e narrativa.

Mentre la Polonia lo ricorda in questi giorni pubblicando due biografie e restaurando, per farne un museo, la casupola di legno in cui visse con la famiglia dopo la guerra, l’anniversario riapre il dibattito su questa sua doppia natura, anche in passato fonte di controversie. Dove finisce il giornalista e dove comincia lo scrittore? Il settimanale tedesco Der Spiegel lo definì «il migliore reporter del mondo» e Gabriel Garcia Marquez «un maestro di giornalismo», ma Kapuscinski è stato accusato, particolarmente sulla stampa anglosassone, di inesattezze nei suoi libri: in sostanza di imbellire personaggi e situazioni. E nell’era delle fake news, nota il Financial Times in un lungo ritratto di Kapuscinski apparso la settimana scorsa, è diventato ancora più importante proteggere il confine fra fatti e finzione. «Attraversare quella linea, davanti alla disinformazione dilagante in cui ognuno presenta la propria verità, è un peccato mortale», dice al quotidiano della City lo storico Timothy Garton Ash.

Nel 2001 uscì sul Times Literary Supplement un’inchiesta sulle presunte falsità dei suoi articoli: a parte qualche sbaglio fattuale e generalizzazione sull’Africa, la più vistosa era l’inesistenza di una salvadoregna 18enne di nome Amelia Bolanos, il cui suicidio dopo la sconfitta in una partita di qualificazione ai Mondiali contro l’Honduras è uno dei passi più emozionanti in La prima guerra del football. Può darsi che Kapuscinski abbia usato un nome fittizio, sbagliato nome o riportato una vicenda sentita da altri senza verificarne l’attendibilità. Ma accuse di questo genere, ribattono i suoi difensori, non colgono il punto.

«Quando Ryszard tornava dai suoi viaggi», racconta al quotidiano della City la sua ex segretaria Bozena Dudko, «si rendeva conto che i pezzi scritti per l’agenzia di stampa lasciavano fuori molte cose e allora le riprocessava in maniera letteraria nei libri. Un giornalista ha anche diritto di essere uno scrittore. Un reportage letterario non va giudicato come il reportage di un giornale».

Il professor Garton Ash dissente: «Kapuscinski lascia un’eredità contrastante, ha indubbiamente prodotto brillanti reportage ma rappresenta un monito ai giornalisti con ambizioni letterarie a non mescolare realtà e fantasia». C’è tuttavia chi va oltre una discussione di questo tipo: parlando con la rivista online americana Slate, il regista Werner Herzog osservò che «con le sue invenzioni Kapuscinki intensifica la verità, offrendo una più profonda comprensione, per esempio, dell’Africa o dell’imperatore etiope Haile Selassiè». L’idea che talvolta l’arte possa riflettere la realtà meglio della cronaca.

Altri ritengono che il trascorrere del tempo permetta di apprezzare il giornalista-scrittore riconoscendone sia le luci, sia le ombre. «Abbiamo a lungo considerato Kapuscinski un dio e poi per un po’ alcuni lo hanno demolito come un ballista», osserva Kalim Baluk dell’Istituto dei Reportage di Varsavia, che assegna ogni anno un premio con il suo nome. «Adesso siamo forse pronti a guardarlo non più come un monumento ma come un essere umano, accettandolo anche con i suoi errori».