Salviamoci dal metaverso con i classici
di Filippo La Porta , di Filippo La PortaPensate che i nostri classici siano monumenti polverosi ma nobili, da proteggere gelosamente — come un patrimonio dell’Unesco — da ogni contaminazione con il mondo impoetico in cui abitiamo? Tutt’altro! Vanno invece trascinati dentro questo mondo, così come un richiamo virgiliano — la “voce stessa della natura” — può risuonare sorprendentemente in una desolata cucina dublinese nel Dedalus di Joyce. Anzi vorrei proporre di schierare i classici come un esercito di paladini contro il Metaverso, la iperrealtà ludica di Mark Zuckerberg a misura di distanziamento che — ci viene promesso — potrà liberarci veramente da tutto, perfino dall’umano.
L’immagine della cucina di Dedalus la traggo da un libro di Giorgio Ficara — Classici in cammino (Marsilio) — che si interroga con trepidazione amorosa sull’eredità oggi pericolante dei classici (da Dante e Petrarca a Casanova …
Pensate che i nostri classici siano monumenti polverosi ma nobili, da proteggere gelosamente — come un patrimonio dell’Unesco — da ogni contaminazione con il mondo impoetico in cui abitiamo? Tutt’altro! Vanno invece trascinati dentro questo mondo, così come un richiamo virgiliano — la “voce stessa della natura” — può risuonare sorprendentemente in una desolata cucina dublinese nel Dedalus di Joyce. Anzi vorrei proporre di schierare i classici come un esercito di paladini contro il Metaverso, la iperrealtà ludica di Mark Zuckerberg a misura di distanziamento che — ci viene promesso — potrà liberarci veramente da tutto, perfino dall’umano.
L’immagine della cucina di Dedalus la traggo da un libro di Giorgio Ficara — Classici in cammino (Marsilio) — che si interroga con trepidazione amorosa sull’eredità oggi pericolante dei classici (da Dante e Petrarca a Casanova e Leopardi, da Montale e Gadda fino alla contemporaneità dei Calvino e Zanzotto), sulla loro residua capacità di innamorarci alla vita, di realizzare il mondo e farlo esistere. Aggiungo che il libro di Ficara è un omaggio alla tradizione classica anche solo nella qualità cristallina dello stile: i saggi che lo compongono — da quelli più eruditi a una recensione di Ermanno Cavazzoni — sono scritti in una prosa elegante e ospitale, musicale pur dentro il piglio argomentativo, che rivela una cura espressiva difficilmente reperibile nella narrativa attuale.
L’autore ci invita a vedere nei classici un rovesciamento dei nostri parametri abituali, della ovvietà del nostro punto di vista. Petrarca ad esempio, eternamente indeciso tra secolo e chiostro, mostra l’utilità della disperazione, che diventa principio di vita, «crogiolo in cui il senso di colpa diviene impulso verso il nuovo e il buono» (per noi moderni i sensi di colpa sono solo un antiquato fardello di cui liberarsi al più presto!). Lo stesso Petrarca ad Acquisgrana aveva ascoltato una storiella su Carlo Magno totalmente schiavo della vergognosa passione per una “muliercula”, in cui scopriamo la assoluta centralità del caso (anche qui: la modernità tecnologica pretende illusoriamente di espellere il caso dall’esistenza, ignorando che è reale solo ciò che non è interamente controllabile).
Dissento dall’autore solo su un punto: pur diffidando del “trionfo spettacolare” dei classici in festival e letture pubbliche non mi sento di escludere, in certi casi, la intelligente mediazione della migliore cultura pop. Si può arrivare al Macbeth attraverso una geniale puntata dei Simpson, a Dante attraverso una canzone di Caparezza che ne resuscita in modi originali un personaggio dell’Inferno, a Dostoevskij attraverso la spiazzante rilettura di Woody Allen... (dissentirei pure dal giudizio uniformemente negativo sulla letteratura italiana contemporanea, ma questa è un’altra storia).
La presenza dei classici nelle nostre vite sta sparendo. Dimenticati sugli scaffali, considerati superflui, bersaglio di occhiuti comitati per il multiculturalismo negli Stati Uniti, facoltativi perfino nei corsi universitari a Oxford. Sono, da sempre, familiari e irraggiungibili. Senza cancellare la discontinuità storica — ad esempio la figura dell’“uomo sentimentale” di Dante e Boccaccio è estranea al mondo latino — Ficara ci invita però a considerarli, sulla scorta di Alberto Savinio, non tanto e solo maestri quanto amici del cuore con cui confidarsi. Non infallibili divinità: piuttosto nostri simili, come noi fallibili. Ma su cosa dovremmo confidarci con loro? Arriviamo qui al punto nodale di tutta la riflessione. Va bene, «l’umano è dunque l’essenza e il fuoco del classico e permane come favilla nel mondo freddo dei moderni». Ma se l’umano, gradatamente, si ritirasse dal nostro orizzonte?
Nel ragionamento di Ficara si percepisce un timore di fondo. Se un classico è «quell’autore di grandi opere libere il cui argomento è la condizione umana in sé considerata», allora quando questa condizione umana sarà alterata nei suoi caratteri essenziali il classico potrebbe restare muto. Nell’universo simulato dove un nostro avatar potrà fare esperienza di qualsiasi cosa — lavoro, sesso, impegno civile, amicizie, attività creative, etc. — l’esperienza stessa diventa comodamente reversibile, e dunque si volatilizza. Dante per salire in Paradiso entra nel fuoco, bruciando i propri peccati. Invece dentro la insostenibile leggerezza del virtuale Dante potrebbe tornare disinvoltamente sui suoi passi in ogni momento. Niente è davvero irreparabile e drammatico, niente ci modifica o lascia segni su di noi.
Torniamo all’uso contundente dei classici. Se l’opera di un classico «ribadisce il pregio dell’umano» allora la sua lettura ci aiuta a restare umani. In una poesia sui Re Magi W.H. Auden scrive che seguivano la stella, nonostante gli enormi disagi del viaggio, solo «per scoprire come essere umani ora».
Non dobbiamo però pensare a un umanesimo libresco. I classici, ci mostrano tangibilmente — direi plasticamente — che una vita in cui esiste il caso, l’avventura, il conflitto, perfino la noia (ogni tanto), il rischio di contagio, la precarietà di ogni conquista, la possibilità di fallire o di perdersi, la disperazione (capace di convertirsi in felicità), il disordine che sempre insidia l’ordine, risulta assai più avvincente della vita illimitatamente manipolabile immaginata dai filantropi della Silicon Valley.
Il libro
Classici in cammino di Giorgio Ficara (Marsilio, pagg. 192, euro 19)